Helldorado

Cercandone la copertina sul web, scopro che quasi ovunque questo disco è dato per uscito nel 1997 e la cosa mi sorprende: possibile che, sebbene fosse stato marchiato da un’etichetta “visibile” come la Empty, l’abbia recensito addiritttura alla fine del 1998? In ogni caso, sul disco non figurano date oltre quella di registrazione (agosto 1997) ma non vuol dire nulla; anzi, il fatto che la band di Seattle si fosse sciolta non molto dopo la sua incisione potrebbe anche averlo fatto rimanere nel cassetto. Questioni di lana caprina, però, perché si tratta del tipico album senza tempo.

Helldorado copI Can Quit Any Time (Empty)
Gli Helldorado non esistono già più: si sono sciolti qualche mese orsono, dopo neppure due anni di carriera, lasciandosi alle spalle il 45 giri Jesco Way e quest’album dal titolo purtroppo veritiero. Un album sul quale è consigliabile mettere al più presto le mani, non solo perché – come bene insegna la storia – gli esordi senza seguito sono spesso condannati a futura irreperibilità, ma anche e soprattutto per il suo indiscutibile valore musicale.
Meglio chiarire subito che gli Helldorado non sono gruppo per gli amanti del rock “intellettuale” e/o attento alla forma. I loro fan si contano invece tra i cultori di quel suono in bassa fedeltà che attinge a piene mani nelle tradizioni del rock’n’roll, del country, del blues e del punk, e che – pur essendo per natura istintivo e sgangherato – si sviluppa in canzoni propriamente dette, secche e selvagge finché si vuole ma capaci di accendere immediati e duraturi entusiasmi. Di tali canzoni, I Can Quit Any Time ne allinea ben dieci, tutte rese ancor più ruvide e graffianti dall’assenza del basso e quasi tutte marchiate dal canto acido-ma-melodico (qualcosa a metà tra Exene Cervenka degli X e Polystyrene degli X-Ray Spex) della brava Stephanie Sakes; e titoli quali Bloody Mary, I Wish You Were Dead, (I Want Your Head On My) Barbeque Grill o Run Fat Boy Run (quest’ultima “rubata” ai Nine Pound Hammer) chiariscono ancor meglio di che pasta fossero fatti questi scatenati predatori delle radici, figli dell’alcool e dell’incontenibile desiderio di far casino. Non piangiamone la prematura dipartita, ma beviamoci almeno una birra alla loro salute.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.333 del 22 dicembre 1998

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