Bobo Rondelli

Negli anni fra il 1996 e il 2013 ho davvero fatto tante (tante, tante, tante) interviste ad artisti italiani, parecchie delle quali mi sembrano tuttora piuttosto belle e interessanti: prima o poi, credo, ci farò un libro. Intanto, eccone una delle mie preferite, a quel Bobo Rondelli che per fortuna non è più “il segreto meglio riposto della canzone d’autore italiana”, ma che purtroppo non gode ancora di una notorietà adeguata al suo talento. Rondelli foto

Anche se il suo nome circola da una ventina d’anni fra gli appassionati della miglior musica italiana, e la sua carriera gli ha dato (e tuttora gli dà, per fortuna) parecchie soddisfazioni in termini di riscontro di critica e pubblico, Bobo Rondelli rimane una figura un po’ laterale nel grande circo della canzone d’autore nazionale. Troppo schietto e a volte poco malleabile, troppo puro di cuore e quindi incapace di opportunismi, troppo innamorato della sua Livorno per cercare occasioni in posti dove accadono più cose e, in fondo, pure troppo compiaciuto di se stesso per rinunciare alla libertà di far quello che vuole (e come lo vuole), il Rondelli ha le stimmate del cult-hero, dell’artista “da intenditori” che va avanti per la sua strada – non sempre con serenità, ma fa parte del gioco – raccogliendo comunque qualcosa di utile per alimentare la sua vena di musicista/poeta ora contemplativo e ora caustico. Con il suo prezioso aiuto ve lo raccontiamo, finalmente, come merita.

* * *

Il 12 novembre, mentre Berlusconi saliva al Colle, Bobo Rondelli si è esibito all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in una gremita Sala Petrassi: un concerto-happening molto intenso, anche grazie all’ottima backing band elettroacustica, nel quale l’artista livornese ha confermato per l’ennesima volta la sua vocazione di animale da palco, carismatico tanto per la fisicità quanto per un repertorio dove la (bella) musica è affiancata da storielle, imitazioni e libere espressioni di pensiero. È stato curioso, e un po’ straniante, risentirlo “recitare” alcune delle frasi a effetto e delle battute raccolte tre giorni prima dal nostro microfono in sede di intervista: una conferma, peraltro, che il nostro eroe ama sì l’istintività e il gesto estemporaneo ma ha pure in serbo una sorta di copione, una rete di sicurezza per le sue acrobazie. Capita magari di perdere il filo ma ascoltarlo, in pubblico così come in privato, è comunque un’esperienza coinvolgente, di quelle che lasciano il segno.
L’ora dell’ormai è arrivato soli due anni dopo Per amor del cielo, che invece si era fatto attendere parecchio. È casuale, oppure hai ritrovato qualcosa che assomiglia a un equilibrio?
C’entra parecchio che i miei figli siano cresciuti… e la mia separazione, avvenuta due anni fa, dalla loro mamma. Secondo me la canzone richiede un lavoro anche in prospettiva, ha bisogno di tante seghe mentali: io sono fra quelli che scrivono avendo bene in mente un tema da sviluppare, non mi riesce di annotare frasi, tipo pennellate, da accantonare e poi magari recuperare in seguito. In pratica la mia carriera è ripartita con la fine del mio matrimonio: per ricominciare a suonare servono stimoli che, come nel mio caso, possono anche derivare da catastrofi personali. Mi capita di coniare piccole massime pseudofilosofiche, firmandomi scherzosamente Bobenhauer: una è “per sfiorare la felicità occorrono collezioni di eleganti disastri”. Dato che, invecchiando, tali collezioni si compongono inevitabilmente da sole, è plausibile scrivere una canzone per, appunto, cercare di sfiorare la felicità. Probabilmente autori come Muddy Waters od Otis Redding la raggiungevano. Io mi accontento di sfiorarla.
Però, invecchiando, i propri disastri “pesano” sempre meno: da giovani si soffre maggiormente, con la maturità ci si fa un po’ il callo e quindi il disagio è minore.
In campo sentimentale, senz’altro. Però ogni periodo ha la sua verità, non mi sento di affermare che a venticinque anni si è più vivi di quanto lo si possa essere a quarantacinque. Certo, alla nostra età non ci si può forse permettere – soprattutto avendo responsabilità serie verso qualcuno, come i figli – di soffrire per cose futili, o che si sa – poiché l’esperienza ce l’ha insegnato – che sono superabili, benché con tormento. Penso poi che l’amore sia legato al tempo che rimane da vivere: a cinquant’anni si è consapevoli di avere davanti, se va bene, al massimo un paio di decenni ancora in buona salute, e si sa che una relazione deve rientrare in quel lasso di tempo. A venti, invece, pensi che un amore potrebbe durare un’intera, lunga vita. Comunque, crescendo, si sviluppa una corazza che rende meno insopportabili eventi tragici – in primis, le perdite di persone care – che in gioventù stroncano molto più pesantemente. Maturando si arriva a relativizzare.
Per quanto concerne l’ispirazione, mi sembra che quest’ultima fase ti veda in una veste più contemplativa e meno pungente rispetto al passato…
È anche una specie di tentativo di chiedere scusa a persone alle quali ho fatto involontariamente del male, come i miei figli o la mia ex moglie. Sono canzoni di pace, canzoni che spesso raccontano sentimenti assoluti, oltre l’eros o lo stare assieme. Un po’ come preghiere.
Prima sfoggiavi molta ironia, mentre ora l’atteggiamento è diverso. Come se non ti andasse più tanto di irridere e scherzare.
Mi sono addolcito nei confronti del mondo, è vero. Dipende sempre dai miei figli: noi maschi moderni siamo più “mammi” di quanto non fossero i nostri padri, trascorriamo con i figli molto più tempo e questo ci rende meno distaccati e più sensibili. Però questo cambiamento di prospettiva è più evidente su disco: dal vivo, anche perché naturalmente eseguo pezzi vecchi, mi viene più spontaneo lasciarmi andare e liberare il mio spirito irriverente e ridanciano. Cazzeggio, intrattengo con piccoli discorsi e battute… diciamo che sdrammatizzo, anche perché non amo prendermi troppo sul serio.
Quindi il Rondelli “fustigatore” non esiste più, almeno su disco?
Esiste ancora: per esempio in Sporco denaro, che è un po’ come la Marcia degli incazzati di Benigni. In quel brano non manca l’ironia, sebbene piuttosto amara. In realtà avrei in mente un album specifico con pezzi più satirici e divertenti, un po’ come fece Guccini con Opera buffa, da incidere con un’orchestrina di fiati e un megafono con i quali sperimento situazioni atipiche come manifestazioni di piazza o visite ai bambini malati negli ospedali e a strutture di sostegno sociale. Fare qualcosa di utile per gli altri mi fa sentire più soddisfatto di me… e credo che con esibizioni così dirette sia più facile toccare sul serio le persone, dar loro qualche scossone.
L’ora dell’ormai è un titolo emblematico, che trasmette un senso di resa.
Sì, ma pure di eventuale ripartenza. Durante una storia d’amore che non funziona vivi come in un limbo, ma dopo essertela lasciata alle spalle perché lei ti ha detto espressamente di non volerti più – comportamento per lo più femminile: noi maschi tendiamo sempre a tenere le relazioni in piedi, almeno finché non arriva un’altra a portarci via – devi trovare la forza di ricominciare. E la rinascita è sempre positiva. “L’ora dell’ormai” è il momento dove tutti i tramonti sono tuoi, dove tutte le canzoni tristi sono per te… e le canzoni davvero belle sono tristi. A parte quelle dei Beatles, che sono come favole o scatole di cioccolatini.
Sono passati quasi dieci anni da Disperati intellettuali ubriaconi, che probabilmente rimane l’album che fotografa meglio la “totalità” di Bobo Rondelli. Ti ci ritrovi ancora?
In concerto ne propongo ancora parecchi pezzi, quindi sì. Quel disco spazia fra lo scherzoso e il drammatico, fra la preghiera e un approccio satirico che è molto toscano. Però mostrare entrambi i volti assieme può anche confondere, credo che un disco dovrebbe essere più omogeneo.
E qual è il legame concettuale ed emotivo fra i tuoi ultimi dischi?
L’uno è la continuazione dell’altro. Per amor del cielo è più doloroso, più sofferto. Sul piano musicale, invece, L’ora dell’ormai tende più a una certa italianità vecchio stile, stile Modugno o Celentano.
Hai sempre prestato molta attenzione agli arrangiamenti, agli abiti delle tue canzoni, ma adesso sembri appunto essere approdato a una forma più classica/antica, e comunque lontana dal pop comunemente inteso. Direi che sei più tradizionale, quasi folk.
In effetti è così, amo le sonorità “da balera”… e il merito è pure dei miei preziosissimi musicisti, che hanno portato il suono in quella direzione. L’attitudine è quella, anche perché ormai abbiamo tutti una certa età…
Ti sembra mai di essere un po’ fuori dal tempo?
A volte sì. E credo che avere nel disco le presenze diretta e indiretta di due poeti come Franco Loi e Giorgio Caproni – più Dimitri Espinoza, il mio sassofonista, che ha composto Livorno Nocturne – sia significativo. I poeti danno questo genere di “sospensione”.
Ma tu ti ci senti, poeta? Parecchi ti definiscono così.
Poeta è un parolone… Però di sicuro ho compiuto gesti poetici, non necessariamente utilizzando parole e non necessariamente in ambiti artistici. Le parole sono belle, ma possono rimanere un’astrazione: preferisco i fatti. Poesia è portare una croce senza autorizzazione divina, è un delirio in forma smagliante.
Hai associato due volte le tue canzoni alle preghiere: posso chiederti qual è il tuo rapporto con la religione, con la Fede?
È stupido credere che ogni popolo abbia un suo dio personale, mi sembrano barzellette inventate per far paura invece che per far ridere. Penso però che dopo la morte qualcosa ci sia, è difficile accettare l’idea che una volta passati “di là” finisca tutto. In generale mi vedo come una sorta di religioso: il lavoro del cantante si svolge all’interno di una comunità e le sue parole legano assieme la gente: uno come Muddy Waters, in fondo, non era come un predicatore? Sarebbe splendido se la nostra permanenza terrena fosse un paradiso per tutti, o almeno dovremmo evitare che non sia, per tantissimi, un inferno. Peccato che molti si preoccupino solo del proprio paradiso personale, reale o illusorio che sia: ci vorrebbe una distribuzione più equa delle ricchezze, non è concepibile che la gente muoia per cercare di arrivare qui con il canotto mentre da noi si gira in SUV grazie al petrolio di casa sua. Sono affascinato da San Francesco, me lo sono fatto tatuare sul petto perché tenga buono il Bobo Rondelli con le fattezza da uomo-lupo che, peccato di gioventù, mi feci disegnare sempre sul petto. Mi è venuto naturale approfondire la conoscenza del santo dopo essere stato al Santuario della Verna: lo vedo un po’ come un comunista.
Nelle tue canzoni è citata di frequente Livorno. Che rapporto hai con la tua città?
Occasionalmente posso odiarla, ma in generale la amo. È un posto dove si gira tranquillamente a piedi, dove “si respira” una luce speciale… anche per la sua aria un po’ dimessa, con i vecchi edifici che portano ancora i segni dei bombardamenti. E poi c’è il mare, che secondo me è superiore a ciò che può essere edificato dall’uomo. Non è una località turistica ed è più facile che la gente ti rivolga la parola: è socievole, sebbene un po’ di diffidenza sia arrivata anche da noi ed è diventato difficile trovare case con la porta aperta come accadeva un tempo. La vita di provincia è comunque diversa da quella delle metropoli, c’è meno dispersività e le persone sono più unite: se al mattino vai al mercato, vedi sempre le stesse facce.
Pensi che un Bobo Rondelli nato a Milano o a Roma sarebbe stato molto differente?
Senza dubbio. Per come sono, penso che sarei stato perfetto per Napoli, che vanta tradizioni musicali e teatrali assai più rilevanti di quelle toscane. Di Livorno mi piace che talvolta mi sembra Napoli. O Genova. O Marsiglia. Nelle città portuali ci sono meno barriere.
Già, la teatralità è certo un elemento del tuo bagaglio espressivo, e non è affatto un caso che tu sia stato protagonista del musical di Sud Side Story e sia apparso in qualche film. La recitazione è solo un’esperienza parallela, o un domani potrebbe anche sostituire la musica?
Sostituirla no, non credo. Affiancarla va bene, così se qualcuno mi dirà che faccio schifo in una delle due attività potrò sempre rispondere che quella vera è l’altra. Scherzi a parte, sono cose concettualemente affini e talvolta complementari, ma non credo che potrei mai diventare un grande attore: Diderot sostiene che occorre una totale insensibilità, e io non ce la faccio proprio: posso interpretare, forse anche bene, solo i ruoli in cui mi rispecchio. Non riesco a fingere.
Da artista a 360 gradi che non teme di esternare quale siano le proprie posizioni, come valuti l’affossamento della cultura a tutti i livelli messo in atto dalla nostra classe politica?
Sarà un’ovvietà ma è evidente che esiste un disegno, perché la cultura è pensiero e comunicazione e il pensiero e la comunicazione danno fastidio a chi vuole anestetizzare il popolo con televisione orribile, dibattiti allucinanti, TG dell’orrore. A volte mi sento di vivere nella società di Fahreneit 451, ma bisogna resistere. Ho suonato due volte al Teatro Valle occupato, battaglia che va sostenuta anche se non si deve dimenticare che fra i tagli ci sono pure quelli inflitti, per esempio, alla sanità. A far rabbia è che se la maledetta casta rinunciasse ai suoi intrallazzi e ai suoi troppi privilegi, ci sarebbero molte più risorse. Ma tutti abbiamo capito benissimo che non ne hanno alcuna intenzione.
Ho lasciato per la conclusione la mia solita domanda “marzulliana”: in termini di soddisfazioni e di consensi ritieni di avere raccolto “il giusto” in rapporto alla tua semina artistica, o pensi di essere in debito?
Se paragonato a quanto ottengono certi artistucoli televisivi, sinceramente credo che avrei meritato di più. Se invece guardo a Dante, che è morto in esilio e con relative fortune rispetto alla sua immensa arte, o ai tanti che sono stati uccisi per quello che avevano detto o scritto, mi sento fortunatissimo. Comunque il grande successo ti presenta un conto che in qualche modo bisogna pagare, e tutto sommato sono contento di non avere di questi problemi.

L’uomo che aveva picchiato la testa. Livornese DOC, quarantotto anni portati benissimo, Roberto Rondelli detto Bobo avvia la carriera discografica alla guida dei Les Bijoux, eclettica band r’n’r titolare dell’album My Home (Landing Zone, 1988). Accantonato l’inglese a favore dell’italiano fonda gli Ottavo Padiglione (il nome è un “omaggio” al reparto di psichiatria dell’ospedale di Livorno), con i quali attraversa tutti gli anni ‘90: i primi due album, Ottavo Padiglione (EMI, 1993) e Fuori posto (BlackOut/PolyGram, 1995), accostano pop-rock chitarristico e canzone d’autore, gettando le basi – anche per quanto riguarda i testi, agrodolci e ironici – dello stile della maturità; il terzo CD del gruppo, Ondereggae (Arroyo, 1999; prodotto addirittura da Dennis Bovell), presenta invece marcate contaminazioni con la musica giamaicana, senza tuttavia rinnegare molte delle idee sviluppate in precedenza (in scaletta, anche una cover di The Guns Of Brixton dei Clash). L’attività solistica si apre brillantemente con Figlio del nulla (Arroyo, 2001) e prosegue con Disperati, intellettuali, ubriaconi (Arroyo, 2002; la produzione è di Stefano Bollani), che rimane probabilmente ancor oggi il lavoro più idoneo a inquadrare in tutte le sue sfaccettature la cifra artistica di Rondelli. Ultima follia/Best a bestia (Arroyo, 2003) segna invece il ritorno della sigla Ottavo Padiglione, con un CD di inediti dal piglio decisamente rock e un altro composto in massima parte da nuove versioni di vecchi pezzi del quartetto. Dopo una lunga pausa, Per amor del cielo (Live Global, 2009) rilancia Bobo come figura di primo piano del cantautorato nazionale di scuola classica, ma con il marchio di una personalità inconfondibile e straripante adesso riconfermata in L’ora dell’ormai (Live Global, 2011). Rondelli, che vanta anche esperienze in campo cinematografico (la più importante al fianco di Alessandro Paci in Andata e ritorno del 2003), è stato “celebrato” dal regista Paolo Virzì con il film-documentario L’uomo che aveva picchiato la testa, uscito in DVD nel 2009.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.689 del dicembre 2011

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Categorie: interviste | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Bobo Rondelli

  1. Demis

    Un artista che non ho mai approfondito a dovere anche se ne sono stato sempre attratto, ho letto la tua bellissima intervista, ma secondo te , Federico qual è il suo album piu’ bello? grazie.

    • Nella “scheda” dopo l’intervista ci sono i consigli per gli acquisti. Il secondo magari non è il più bello ma è il più significativo, il più rappresentativo del personaggio. Non sono però sicuro che si trovi facilmente.

      • Demis

        Grazie Federico, sicuramente dal vivo lo avrai visto decine di volte ma se ti capita di passare a Perugia mercoledi’ 12 sera c’è un concerto gratuito in un noto locale….se vieni io ti riconosco…

  2. Gian Luigi Bona

    Bobo Rondelli è un grande artista ed è molto interessante ascoltare cosa dice.
    Merito anche dell’intervistatore naturalmente !
    Questa è una delle migliori interviste che hai fatto, complimenti Federico !
    Ho tutti i suoi dischi da solista, mi manca solo l’ultimo ma riparerò presto.

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