Von Bondies

C’è stato un momento, poco dopo l’enorme successo dei White Stripes, in cui parecchi vedevano i loro concittadini Von Bondies come predestinati alla Serie A del rock internazionale. Dal contratto con la Sire derivò invece un unico album, che raccolse consensi anche discreti: piuttosto strano, quindi, che per il ritorno sulle scene della band – oltretutto per un’etichetta indipendente, e neppure delle più accreditate – si dovettero attendere ben cinque anni. Nel 2004, comunque, recensii quel secondo disco major. Tiepidamente, e con il senno di poi non posso che confermare l’impressione originaria.

Von Bondies copPawn Shoppe Heart (Sire)
Al di là delle loro eventuali potenzialità commerciali, peraltro tutte da verificare, possiamo ragionevolmente asserire che senza il successo degli White Stripes mai e poi mai avremmo visto i Von Bondies alla corte di una major: una situazione analoga, insomma, a quella vissuta all’inizio degli anni ‘90, quando l’exploit di Nevermind dei Nirvana spinse i talent scout delle multinazionali a ingaggiare con deprimenti esiti di mercato tutte o quasi le più improbabili next big thing – addirittura i Butthole Surfers! – dell’underground americano.
Finirà di nuovo come allora, con delusioni e ridimensionamenti a iosa? Assai probabile. Nel frattempo vale però la pena di dedicare un pizzico d’attenzione ai Von Bondies, che a differenza dei ”fratelli” White sono quattro (una doppia coppia, però) ma che come loro sono di Detroit e sono una scoperta dalla Sympathy For The Record Industry. Se la meriterebbero, questa attenzione, anche se non vantano l’immediatezza dei loro famosi concittadini e optano – favoriti, in questo, dall’organico – per una formula garage meno essenziale, sempre figlia del blues ma aperta a soluzioni più varie e articolate; e magari la otterranno, complice una produzione – firmata dall’ex Talking Heads Jerry Harrison – che ha smussato parecchi spigoli e conferito al suono maggiore potabilità, senza soffocarne la naturale energia ma ponendola al servizio di strutture più levigate. Sono un gruppo delle notevoli risorse di songwriting e interpretative, Jason Stollsteimer e compagni, ma sembrano purtroppo aver smarrito parte di quella sfrontatezza che animava il loro primo album di tre anni fa, Lack Of Communication; il loro articolato mix di proto punk, rhythm’n’blues e Sixties pop vagamente psichedelico, nel quale affiorano riferimenti non si sa fino a che punto consapevoli a Stooges, Cramps e glam (ma c’è anche dell’altro), conserva comunque un suo apprezzabile fascino ibrido, che non riuscirà magari a travolgere il pubblico più smaliziato ma che guadagnerà di sicuro consensi fra i vecchi estimatori del genere così come tra i giovani più predisposti a tali sonorità, che nelle loro canzoni eclettiche e “colorate” vedranno – non è così, ma non importa: meglio loro che i The Darkness, no? – una eccitantissima novità.
Saranno famosi, i Von Bondies? Ripagheranno della fiducia coloro che li hanno indicati come next big thing ma che finora sono stati costretti ad accontentarsi della scazzottata fra Jason e il suo ex mentore Jack White? Portando pazienza, prima o poi lo sapremo. Nel frattempo, Pawn Shoppe Heart rimane un dischetto più che godibile, una buona spanna al di sopra di tante strombazzate miserie di stagione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.571 del 23 marzo 2004

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