Le Luci della Centrale Elettrica

Fra poche settimane arriverà nei negozi il “difficile terzo album” di Vasco Brondi, in arte Le luci della Centrale Elettrica. Ripartiamo allora da questa intervista realizzata tre anni e tre mesi fa, quando il mercato si accingeva ad accogliere il secondo capitolo Per ora noi la chiameremo felicità.

Le Luci foto

Due anni e mezzo dopo quel Canzoni da spiaggia deturpata che l’ha imposto prepotentemente come fenomeno molto più che indie, Vasco Brondi arriva al secondo capitolo del suo particolare progetto. C’era ovviamente molto di cui parlare, e lo si è fatto senza problemi: noi proponendo domande anche “scomode”, lui non tirandosi indietro nel cercare di rispondere in modo adeguato. La necessità di stringere ha purtroppo portato ad eliminare più stralci di conversazione di quanti se ne siano riportati, ma il ritratto che emerge da queste pagine è nitido, luminoso e soprattutto coerente con l’essenza di un giovane artista che ci piace ritenere sincero.

* * *

Sono le 14 e 30 di un venerdì dell’ottobre romano, di quelli in cui, per credere che è autunno, bisogna guardare il calendario. All’appuntamento, davanti a un famoso bar del quartiere Appio, Vasco arriva puntualissimo: indossa, sempre al rovescio, la stessa t-shirt degli Impact – glorioso gruppo hardcore della “sua” Ferrara – sfoggiata nelle ultime fotografie ufficiali, e ha l’aria un po’ confusa tipica di chi non è abituato alla Capitale. Seduti a un tavolino all’aperto, dopo averlo introdotto alle meraviglie (a lui ignote) del Chinotto Neri, accendo il registratore e inizio a tormentarlo: per dovere professionale e non divertendomi, dato che per questo Vasco provo autentica simpatia. E stima.
Per ora noi la chiameremo felicità è certo più “evoluto” di Canzoni da spiaggia deturpata, ma chi lo ascolterà in modo disattento dirà che, in fondo, è la solita roba. Tu come la vedi?
Si tratta di brani strettamente legati a quelli proposti in precedenza, ma a spingermi a scrivere sono ancora gli stessi stimoli di quando avevo quindici anni. Ho riflettuto, sulla necessità di impormi un cambiamento, e ho anche provato a vedere cosa saltava fuori… avrei potuto fare Le Luci della Centrale Elettrica in chiave Aphex Twin, per dire, ma non sarebbe stato onesto: stupire di nuovo non mi importava, volevo solo essere me stesso. Queste nuove canzoni, alcune delle quali girano con me da un paio d’anni, sono comunque parte di un progetto che non è poi tanto statico: sono cresciute così, si sono perfezionate da sole grazie ai contributi di coloro che le hanno suonate dal vivo con me e che con me le hanno incise, cioè Enrico Gabrielli, Stefano Pilia, Rodrigo D’Erasmo. Magari in seguito il progetto muterà in modo più radicale, ho già qualche idea, ma per ora volevo chiudere questa specie di trilogia comprendente i due album e il libro Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero.
Il secondo disco è insomma un “perfezionamento” dell’esordio, proprio come l’esordio lo era del demo.
In realtà, per certi versi, lo considero più in sintonia con il demo, che era suonato in presa diretta così come questo disco lo è per buona parte: io, Enrico e Stefano ne abbiamo eseguito assieme i brani con chitarra acustica, elettrica e tastiere, e solo i violini e le voci definitive sono stati aggiunti in un secondo tempo. Poi, a casa mia, ho riascoltato tutto al computer e organizzato i premix, ritrovandomi nella stessa solitudine dalla quale viene generato quello che scrivo: una situazione diversa da quella di Spiagge…, dove la presenza di Giorgio Canali era stata molto forte anche perché io, in studio, non sapevo davvero come muovermi. Il risultato mi soddisfa: piuttosto scheletrico come credo sia sensato per pezzi così concepiti. Ho sempre avuto in mente una “piccola orchestra distorta” senza batteria… come una rilettura estremizzata e calata nelle atmosfere del dopo-punk, senza pretese di raggiungere quei livelli, del Leonard Cohen di Songs From A Room e Songs Of Love And Hate.
L’approccio ai testi, invece, è pressoché identico.
Sì, mi piace comunicare con le parole come avviene in una conversazione. Tutto continua a ruotare attorno a storie personali poste in primo piano, dietro le quali sono però mutati gli sfondi. Mi stupisce che si affermi che i miei testi facciano riferimento a situazioni “ai limiti”: non si può considerare estremo quello che non passa in TV o non va sui giornali di grande diffusione. Io descrivo ciò che vedo in luoghi come Ferrara o Roma, non invento nulla, non mi interessa fingere di essere a New York o chissà dove…
L’impatto ha spesso un sapore apocalittico, ma secondo me i tuoi intrecci di flash e citazioni sono anche, in qualche misura, ludici.
Senz’altro, e mi fa piacere che almeno qualcuno lo noti. Alcune mie frasi mi fanno sorridere, ma a molti altri non succede lo stesso: evidentemente ho una percezione anomala del “triste” e del “non triste”, come quando al bar nel quale lavoravo mettevo su una musica che per me era il massimo, e chi entrava chiedeva cosa fosse “quella lagna”. C’è inoltre la componente che definirei per comodità di “piccola illuminazione”: parole ricavate da normalissimi discorsi quotidiani che però colgono nel segno in quanto, di norma, non finiscono nelle canzoni. Lavoro parecchio sui testi, cercando di conciliare storie, intuizioni e citazioni… forse sono solo a capirne i meccanismi, ma non sono – come può sembrare, me ne rendo conto – elenchi di cose buttate lì come veniva.
Ti sei posto il problema di come questo secondo album sarà accolto?
Sì, sarei ipocrita a negarlo, ma non lo vivo come un problema. In fondo continuo a fare quello che facevo dieci anni fa con la sola differenza che adesso qualcuno mi ascolta e prima no. Ho dovuto lasciare il lavoro al bar e mi sono trasferito a Milano, ma non sono diventato ricco né famoso nel senso effettivo del termine: sono trattato da rockstar solo nel ristrettissimo giro indie… un microcosmo del quale fino a due o tre anni fa non sospettavo neppure l’esistenza. Il mondo vero non ha nulla a che vedere con esso: quando torno a Ferrara nessuno mi caga e posso stare settimane senza che nessuno mi nomini tutte quelle cose che, nel “giro”, paiono invece essere fondamentali. Pensare in termini di carriera a Le Luci della Centrale Elettrica mi fa orrore: forse un giorno riuscirò a riconoscermi in questa mia identità di musicista nella quale al momento non mi trovo granché a mio agio, ma oggi la prospettiva di andare tra un anno a Londra a pulire insalate in un ristorante mi elettrizza più di quella di registrare un terzo disco, girare gli stessi venti club e fare altre duecento interviste.
Nel microcosmo di cui sopra hai comunque suscitato sentimenti molto accesi, comprese parecchie antipatie. Che effetto ti fanno?
Non sono indifferente alle trenta persone che mi insultano anche se ce ne sono tremila che mi applaudono: semplicemente, mi pare assurdo che finché sei un poveraccio tutti ti sostengono, ma non appena credono che tu sia “qualcuno” in tanti cerchino di tirarti giù da questa ipotetica torre che loro stessi, per autosuggestione, hanno costruito. So che atteggiamenti simili hanno colpito CCCP-Fedeli alla linea, Marlene Kuntz, Afterhours, Baustelle, Il Teatro degli Orrori e tanti altri, e quindi li accetto come inevitabili. Darà fastidio che io, ad appena ventisei anni, stia vivendo un piccolo momento di gloria… per fortuna ho il mio seguito tra persone che badano solo a quello che riesco a comunicar loro con le mie canzoni, e che se ne fregano delle logiche dell’underground. Anzi, neppure sanno che esistono, quelle logiche.
Il titolo è una citazione da Leo Ferrè. Come mai?
Al di là del mio amore per lui, e del fatto che questo suo verso si era impresso nella mia mente, mi piaceva molto l’idea di utilizzare la parola felicità, che per come è percepito il mio mondo espressivo risulta quasi destabilizzante. Di sicuro suona più “strana” del Cara catastrofe – come il pezzo di apertura – al quale avevo pensato in origine.
I maligni diranno che una scelta di marketing… come del resto la bella copertina di Andrea Bruno: qualcuno ha osservato che sembra la versione “indie-tragica” di una locandina stile quelle dei film di Moccia.
Secondo me Andrea, che l’ha concepita dopo avere ascoltato l’album, ha bene interpretato il mio immaginario espressivo e il mio “malessere” per il mio ruolo pubblico, disegnando le due figure maschile e femminale con i visi coperti da sacchetti. A mio avviso è azzeccatissima e non ha nulla di ammiccante o rassicurante, ma se la si vuole considerare come l’altro volto – quello autentico – di vicende alla Tre metri sopra il cielo… beh, perché no?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.676 del novembre 2010

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Le Luci della Centrale Elettrica

  1. fu una delusione grossa questo secondo disco mentre non ho remore a dire che il primo riuscì addirittura ad entusiasmarmi. Si, probabilmente mi entusiasmo facilmente.

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