At The Drive-In

Gli At The Drive-In sono la band che ha generato i Mars Volta, visto che nelle sue fila militavano sia Cedric Bixler Zavala che Omar Rodriguez-Lopez; cioè, “militano”, visto che all’inizio del 2012 il gruppo si è riunito nella sua line-up storica. Non hanno (ancora?) pubblicato nuovi dischi, ma il fatto che i Mars Volta si siano nel frattempo separati è una ragione in più per credere che ciò potrà accadere. A dispetto della convinzione e dell’entusiasmo che emergono dalla vecchia intervista qui recuperata, l’album del 2000 sarebbe stato l’ultimo realizzato dal quintetto americano.

At The Drive-In copRelationship Of Command     (Grand Royal)
Sì, siamo d’accordo: d’istinto, è difficile dar credito a una band con un nome così stupido. Però questo quintetto multietnico originario di El Paso, Texas, non è affatto una boutade, come dimostrano gli attestati di stima rivoltigli da numerosi esponenti di primo piano del mondo rock (ad esempio i Rage Against The Machine, che lo hanno voluto come spalla in tour, o Iggy Pop, che canta alla sua maniera in Rolodex Propaganda), l’accordo appena inaugurato con un’etichetta importante come la Grand Royal (dopo vari EP e due album propriamente detti, Acrobatic Tenement del 1996 e In/Casino/Out del 1998, marchiati rispettivamente Flipside e Fearless) e soprattutto il nuovo lavoro qui preso in esame, che pur essendo inquadrabile nell’area crossover e pur mettendo in luce assonanze con realtà già note (RATM, appunto, e magari Jane’s Addiction per i toni epici del canto) evita di uniformarsi a cliché risaputi.
Non è proprio un “normale” disco di rock contaminato, Relationship Of Command, pur picchiando duro e pur non lesinando in asprezza e tensione: le sue improvvise aperture visionarie (anch’esse di sapore Jane’s Adiction), l’indole a tratti teatraleggiante e le bizzarrie che qua è la affiorano dai solchi sono infatti cartina al tornasole di una creatività particolarmente vivace, alla cui libera espressione non è d’ostacolo l’incisione di stampo live diretta in studio dal veterano Ross Robinson e mixata dall’espertissimo Andy Wallace. Valutazioni qualitative a parte, sarà interessante scoprire quali spazi concreti riuscirà a ritagliarsi un gruppo così eccentrico e poco lineare, per di più guidato da un’attitudine squisitamente indie.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.412 del 3 ottobre 2000

At The Drive-In foto

Crossover Circus
Strano gruppo, gli At The Drive-In: classificabile al file “crossover, su questo non ci sono dubbi, ma dotato di peculiarità stilistiche che lo distinguono dai tanti (troppi?) colleghi operanti nello stesso ambito. Lo dichiara senza timore di smentita Relationship Of Command, terzo album in una discografia piuttosto frastagliata nonchè debutto per un’etichetta “di peso” come la Grand Royal.

* * *

La voce di Tony Hajjar giunge forte e chiara attraverso il cavo telefonico, come se il batterista di origine libanese degli At The Drive-In si trovasse a pochi chilometri di distanza e non, come invece è in realtà, dall’altro lato dell’Atlantico. Tony non è il leader della band, ma del resto nella compagine che lo vede al fianco degli americani-messicani Cedric Bixler (voce) e Paul Hinojos (basso), del texano Jim Ward (chitarra, tastiere) e del portoricano Omar Rodriguez (chitarra) non esistono vere e proprie gerarchie, come eloquentemente spiegato già nella prima risposta.
I numerosi ingredienti che confluiscono nella vostra musica hanno generato un crossover ben poco convenzionale. Come è venuta fuori questa singolare miscela?
Di sicuro c’entra il fatto che negli At The Drive-In siamo tutti e cinque impegnati nella composizione delle musiche: nessuno di noi sta lì seduto ad aspettare che qualcun altro scriva le canzoni che dovremo suonare. Ovviamente le idee di base vengono poi rielaborate da tutti, e quindi i pezzi possono prendere pieghe del tutto impreviste, se non addirittura assumere l’aspetto di un patchwork. Credo sia naturale che, avendo in formazione solo uno o due autori, gli album risultino più omogenei, ma credo anche che noi siamo molto fortunati a poter contare sull’apporto creativo di più elementi.
Tra voi ci sono molte differenze di background musicale?
In generale le nostre influenze spaziano dal punk al metal, ma ciò non significa che non apprezziamo anche altri generi, dal drum’n’bass alla salsa fino al reggae… ci piace pescare qua e là.
È sempre stato così, fin dall’inizio?
Sì. Quando ci siamo stabilizzati con questa line-up, nel novembre del 1996, ognuno di noi aveva la sua personale idea di ciò che avrebbe voluto fare, e il nostro problema consisteva sostanzialmente nel metterci in qualche modo d’accordo. Sono convinto che tutti e cinque abbiamo bisogno di sentirci parte effettiva di un gruppo, nessuno di noi riuscirebbe semplicemente a suonare senza ricoprire un ruolo più attivo.
Vi riconoscete nella definizione “crossover”?
Senz’altro, a patto che il termine sia inteso nel suo significato reale – quello di “incrocio”, in questo caso tra tendenze e opinioni diverse – e non nel senso che di norma gli si attribuisce in campo major, che ha il sapore del cliché e a volte dell’artificio. Non siamo una band punk alla quale le contaminazioni servono per cercare uscire dall’underground ed acquisire la maggiore notorietà di solito garantita da un genere più visibile, e più mainstream, come il cosiddetto crossover. Se però per crossover si intendono diversità musicale e attitudine a coltivarla, non ho nulla da obiettare.
Cosa vi preme maggiormente esprimere con i testi delle vostre canzoni?
Non siamo un gruppo “politico”, questo è certo: non vogliamo utilizzare la musica come strumento per convincere chi ci ascolta a seguire una determinata dottrina. Gli argomenti affrontati sono estremamente vari: Pattern Against User, per esempio, è ispirata a un episodio della serie fantascientifica Twilight Zone incentrato sulla lotta al tempo che passa, mentre il tema di Mannequin Republic è El Paso, la città del Texas dalla quale proveniamo. Le liriche possono occuparsi indifferentemente di un film che abbiamo visto al cinema la sera prima così come di qualcosa che ci accade e che esercita un’influenza effettiva sulle nostre esistenze.
Hai nominato El Paso. Mi riesce difficile immaginarvi come band del Texas, considerata l’indole “metropolitana” della vostra musica.
El Paso non è grande come Los Angeles o New York, ma a ben vedere non si tratta di mondi così lontani. La comunità dominante è quella messicana, a causa dell’estrema vicinanza del confine, ma c’è un’enorme base militare che porta gente di tutto il mondo e quindi culture di ogni tipo. Si tratta di un autentico “melting pot”, così come lo è ia nostro organico: un libanese, due meticci americani-messicani, un portoricano e un unico bianco.
Più che sui vostri primi due album, che non hanno goduto di grande diffusione, la vostra crescente fama si deve soprattutto ai concerti. Pensi che Relationship Of Command rifletta correttamente questa vostra inclinazione?
L’obiettivo principale era proprio rispecchiare quanto più possibile il nostro impatto live. Abbiamo suonato tutti assieme in un’unica sala allo scopo di conservare l’energia che si sprigiona durante le esibizioni, anche mantenendo gli errori che inevitabilmente si commettono. Però, avendo avuto a disposizione un buon budget e quindi molto tempo da trascorrere in studio, ci siamo impegnati a rendere il suono quanto più possibile efficace e diversificato. Parecchi meriti della buona riuscita vanno riconosciuti al nostro produttore, Ross Robinson, che oltre all’apporto tecnico ci ha saputo dare la carica giusta, “costringendoci” a suonare come se fosse la nostra unica occasione per realizzare un disco. Dal vivo, comunque, le canzoni non sono identiche all’album: se così fosse, anche se in più c’è la componente spettacolare alla quale dedichiamo peraltro molta attenzione, che gusto ci sarebbe per gli spettatori che già ci conoscono?
Quindi sul palco improvvisate parecchio.
Dipende dal feeling che si crea nello show, dalla carica del momento. Ci capita di allungare i pezzi, di inserirvi nuove parti strumentali e di voce, di legarli tra loro. In linea di massima non improvvisiamo granchè, ma quando succede ci divertiamo a farlo.
Relationship Of Command è stato mixato da Andy Wallace, un vero maestro. Sapevate dall’inizio che il compito sarebbe stato affidato a lui?
Onestamente, quando se n’è cominciato a parlare, ci sembrava quasi un sogno: lui si è occupato di pietre miliari di ogni genere, da Nevermind dei Nirvana a Grace di Jeff Buckley. L’accordo si è chiuso mentre ci trovavamo in studio, e naturalmente la cosa ci ha molto eccitati.
In che modo ritieni che Andy Wallace abbia migliorato il vostro sound?
Parecchie canzoni erano decisamente grezze, e lui è riuscito a rendere distinguibile ogni nota ed ogni dettaglio senza sottrarre all’insieme la sua naturale potenza. Direi che ha dato al disco più vita, ecco.
Credi che la musica degli At The Drive-In possa essere seguita a livello di massa come accade, ad esempio, a Rage Against The Machine o Limp Bizkit?
Non ne ho idea. Sento dire da più parti che la musica deve cambiare, che il pubblico vuole nuova musica, ma non riesco davvero a immaginare che direzione potrebbe prendere. Ti sembrerà una frase fatta, e magari penserai che sto mentendo, ma noi non abbiamo mai lavorato in funzione della maggior “vendibilità”: siamo tutti convinti che, nel momento in cui si comincia a preoccuparsi di queste cose si corre seriamente il rischio di finire distrutti sotto il profilo artistico e magari anche umano. È ovvio che saremmo contentissimi di vendere molti più dischi, ma vorremmo che ciò avvenisse alle nostre condizioni. E l’essere in cinque a prendere le decisioni aiuta a mantenere un miglior controllo su quello che accade e quindi a stare più attenti alle eventuali tentazioni.
Nel brano Rolodex Propaganda avete avuto un ospite d’eccezione, Iggy Pop: com’è andata?
Lui stava incidendo con Ross Robinson nello stesso studio dove in seguito abbiamo registrato noi. Ross gli ha consigliato di ascoltarci dicendogli “sentili, mi ricordano certe tue cose del passato”. Lui lo ha fatto e gli siamo piaciuti, e quindi Ross ha proposto di mandargli quel pezzo, che al momento non aveva ancora il testo, e chiedergli se voleva aggiungerci in qualche modo la sua voce. E lui ha detto sì. Siamo rimasti molto colpiti da Iggy: accidenti, è il padre del punk e nonostante ciò è una persona apparentemente normalissima, priva di atteggiamenti eccessivi.
Tra i vostri estimatori ci sono anche i Rage Against The Machine, con i quali siete persino partiti in tour.
Mentre eravamo in Canada per una serie di concerti con i Get Up Kids, il nostro manager ha ricevuto una comunicazione dalla nostra etichetta: Zack De La Rocha aveva telefonato chiedendo se fossimo disponibili per far loro da spalla per nove date. In quella circostanza non abbiamo avuto bisogno di consultarci, il “sì” è stato immediato e unanime. La tournée è andata benissimo e si è anche creato un rapporto umano molto bello. In particolare con Tom Morello, che un paio di mesi fa è anche venuto a vederci in un club e quasi si vergognava a salire sul palco con noi: non ha nulla della tipica rockstar, ha assistito al concerto in mezzo alla folla, ha fatto la fila per acquistare una maglietta invece di chiedercela… un altro grande uomo, oltre che un eccellente musicista.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.413 del 10 ottobre 2000

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