Vivienne Westwood

Westwood copAlla fine del 1996 il Mucchio aveva varato da un paio di mesi la sua versione settimanale. Realizzare la rivista era molto, molto diverso rispetto ai mensile: si lavorava in fretta e soprattutto bisognava trovare continuamente argomenti da copertina, meglio se – così diceva il direttore – accompagnabili con foto di grande effetto. Il problema era stabilire il tipo di “effetto” e nel caso del n.234 la soluzione fu assai singolare: c’era un’intervista a Vivienne Westwood di provenienza francese (sempre a sentire il direttore, esisteva un non meglio precisato accordo fra lui e alcune pubblicazioni d’Oltralpe per tradurre il materiale che appariva sulle loro pagine) e l’idea indovinate di chi fu di utilizzare uno scatto con una modella che, grazie a un fallo di gomma, ostentava un’erezione. Il mio contributo all’operazione fu questo articolo, che spiegava il ruolo avuto dalla stilista e dal suo compagno Malcolm McLaren nella nascita e della crescita della scena punk londinese.

Westwood foto

Il Punk, il Sesso e le sue Pistole
Per quanto il fatto possa sembrare strano, il punk inglese non sarebbe forse mai esistito senza una scalcinatissima boutique “alternativa” situata al numero 430 di King’s Road. Già, la miccia venne accesa proprio in quel singolare negozio di vestiti, battezzato inizialmente (1971) Let It Rock, poi (1973) Too Fast To Live, Too Young To Die e quindi (1974), in una escalation di provocazioni che non si limitavano certo all’insegna, Sex. “Quelli di Sex si comportavano diversamente da chiunque altro e non raccoglievano molte simpatie, cosa che trovavo fantastica. Era gente assolutamente orribile. Vivienne era la peggior megera in circolazione, e ciò mi affascinava sul serio. Comprare lì era davvero un’impresa”. Con tali parole John Lydon, che proprio tra quelle mura aveva sostenuto lo pseudo-provino per il ruolo di cantante del gruppo rock cresciuto davanti alle vetrine di King’s Road – al quale fu imposto, indovinate un po’ per quale motivo, il nome Sex Pistols – inquadrò anni orsono i due strani figuri, compagni d’affari e di vita, che gestivano l’insolito esercizio: Malcolm McLaren, “ribelle con una causa” del quale vanno riconosciuti almeno il notevole intuito e le non meno rilevanti capacità organizzative (nella Big Apple era diventato manager degli ultimi New York Dolls, ed era stato uno dei primi a intuire la grandezza di un ancora sconosciutissimo Richard Hell) e Vivienne Westwood, artista poliedrica il cui talento nel campo della moda si è sempre indirizzato verso l’oltraggioso e il bizzarro.
Nel biennio 1975/1976 Sex fu il vero e proprio epicentro del terremoto punk britannico, il fulcro di (quasi) ogni attività riguardante il “movimento”: da lì Malcolm organizzava il management dei Pistols, e lì venivano ideati e confezionati gli abiti-shock che tanto contribuirono all’affermazione del nuovo stile; lì hanno lavorato come commessi il bassista Glen Matlock (secondo molte testimonianze, il principale autore di molti degli inni della band), la futura Pretenders Chrissie Hynde e la conturbante Jordan, ragazza-immagine del punk e poi interprete di Jubilee, il discusso film punk di Derek Jarman; lì erano ospiti più o meno fissi John Wardle (Jah Wobble), Adam Ant e la pittoresca congrega del Bromley Contingent (il primo nucleo di fans dei Pistols), della quale facevano parte tra gli altri John Simon Ritchie/Beverley (Sid Vicious), Susan Ballion (Siouxsie), Billy Broad (Billy Idol) e Steve Bailey (Steve Severin dei Banshees); lì Bernard Rhodes, futuro manager di Clash e Subway Sect, aveva fatto pratica frequentando Malcolm, e lì Jamie Reid aveva iniziato a concepire le strategie grafiche poi sviluppate nei manifesti e nelle copertine dei Pistols. In ogni caso, tutti i protagonisti del primo punk d’oltremanica ebbero qualcosa a che vedere con Malcolm e Vivienne, ammirando la spavalderia del primo e/o indossando i modelli della seconda: modelli che, come già accennato, sarebbero divenuti il marchio di una generazione nichilista e annoiata che abbigliandosi in modo vistoso e offensivo – T-shirt strappate e con disegni e scritte “osceni”, gomma, cerniere lampo, cuciture in evidenza, spille da balia, plastica trasparente, catene e accessori in odore di feticismo sessuale – volevando in fondo solo affermare la propria individualità. Se non, addirittura, la loro stessa esistenza.
Di questo bisogno di essere notati e dell’attrazione che i capi più perversi ed erotici esercitavano su giovani dell’epoca Vivienne si fece abilmente interprete, approfittando del relativo disinteresse di Malcolm – via via più coinvolto dai Sex Pistols – per affermare con decisione una creatività la cui esuberanza non nascondeva precisi risvolti “politici”. “In negozio non si poteva comprare un vestito e basta” – ricorda Jordan – “finiva sempre con un ‘perchè lo compri?’. Vivienne razionalizzava immancabilmente ciò che stava facendo, lo trasformava in una specie di proclama politico sulle condizioni del mondo”. Il che, in pratica, si traduceva in una filosofia estetica all’insegna dell’ambiguità e dell’uso di immagini fortemente simboliche – dai volti di Karl Marx alle svastiche fino a termini quali “anarchia” e “caos” – che dietro l’effetto-shock celavano il fine (utopistico) dell’abbattimento dei tabù.
Come già detto in apertura, senza Vivienne, Malcolm e Sex non avremmo avuto la rivoluzione punk, almeno nei termini in cui ebbe luogo venti e più anni orsono. E la storia del rock, nel bene o nel male, sarebbe stata inevitabilmente diversa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.234 del 3 dicembre 1996

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