Tim Buckley

La faccio breve, anzi brevissima: uno dei miei “dischi della vita” e uno dei cinque (tre?) che porterei con me nella famosa isola deserta. Sarà stato quasi sicuramente per il troppo sentimento che questo articolo – “Pietra miliare” del primo “Classic Rock” (non l’omonima rivista, bensì la sezione “retro” del Mucchio), risalente a quattordici anni meno un mese fa – mi è venuto fuori un po’ freddino. Cose che capitano.

Buckley foto

Goodbye And Hello (Elektra)
In aggiunta a quelli squisitamente artistici, la breve ma intensissima parabola dello sfortunato Jeff Buckley vanta almeno un altro grande merito: l’avere in qualche modo riportato all’attenzione del pubblico di massa, e non solo di ristrette platee di archeologi del rock che fu, l’eredità lasciata dal di lui padre, Tim. Un musicista, Buckley senior, al quale il figlio è accomunato non solo dall’indole creativa più unica che rara e da una voce a dir poco straordinaria per originalità ed eclettismo, ma anche dalla cattiva sorte: morì infatti il 29 giugno del 1975, stroncato dalla classica overdose, ad appena ventotto anni.
Dei nove 33 giri, postumi esclusi, realizzati da Tim Buckley, Goodbye And Hello è senz’altro il primo del quale bisogna entrare in possesso, anche se a ben vedere si tratta di un’opera definibile come “di transizione”: uscito nel 1967, seguì l’ispirato esordio senza titolo di orientamento folk-rock precedendo le splendide deviazioni di Happy Sad e Blue Afternoon da cui avrebbero preso corpo le allucinate fantasie di Lorca e Starsailor (la fase di massima sperimentazione, che sarebbe poi sfociata nel pop-rock dalle più o meno marcate inflessioni black dei peraltro prescindibili Greetings From L.A., Sefronia e Look At The Fool). Magicamente sospeso tra rock e vocazioni avanguardiste, ballate e psichedelia, jazz e assortite radici, questo secondo LP presenta un Buckley già assai influenzato dall’assunzione di sostanze stupefacenti, ma non ancora smarrito nei suoi personalissimi deliri: il legame con il concetto di canzone resta comunque abbastanza saldo, nonostante qualche episodio – in particolare la lunghissima title track – mostri strutture tutt’altro che consuete, e nonostante l’illuminata produzione di Jerry Yester dei Lovin’Spoonful (in seguito in consolle anche per Tom Waits) tenda spesso ad accentuare la visionarietà “lisergica” già di base insita nei brani.
Tim Buckley suona varie chitarre, kalimba e vibrafono, coadiuvato da una mezza dozzina di strumentisti di valore: dal chitarrista e suo carissimo amico Lee Underwood al percussionista Carter C.C. Collins, fino allo stesso Yester che intesse parte delle trame di organo, piano e harmonium; di peso è anche l’apporto del paroliere Larry Beckett, che co-firma cinque testi su dieci, ma ad emergere più di ogni altra cosa è la forza espressiva di un canto capace di arrivare a inennarrabili livelli di lirismo, passando con disinvoltura da delicati sussurri a affondi quasi epici, da toni vellutatamente discorsivi ad accenni di falsetto. È un album intriso di dolcissima malinconia, Goodbye And Hello, privo di atmosfere davvero cupe nonostante gli argomenti delle liriche (per buona parte storie d’amore finite male: c’è dietro la separazione da Mary Guibert, madre dell’allora piccolissimo Jeff) non inducano all’allegria: un album, insomma, il cui umore appare molto più in linea con la foto interna, dove l’artista appare assorto, che non con l’immagine di copertina, gioiosa più di qualsiasi altra abbia mai adornato un disco di un Buckley.
Questo per quanto riguarda i dati oggettivi. Ciò che invece non potrà in nessun caso essere adeguatamente descritto dalle parole sono le fortissime emozioni racchiuse nei quasi quarantatré minuti del lavoro, coerente a dispetto di una poliedricità che accosta una litania onirica e avvolgente come Hallucinations alle complesse architetture della title track: un pezzo, Goodbye And Hello, che più di ogni altro qui compreso impone Tim Buckley come figura aliena – ma non per questo meno attrente – di un rock efficacemente proteso verso più ampi orizzonti; e che, nei suoi 8’ e 38” di stralunati e imprevedibili voli pseudo-sinfonici e di contorte allegorie post-dylaniane, potrebbe essere la traduzione sonora di un dipinto di Hieronymus Bosch, enigmatico e inquietante assieme. C’è dell’altro, però: il fascino sublime di Phantasmagoria In Two (una disperata invocazione d’amore), la grazia di Morning Glory (poi riletta dai Blood, Sweat And Tears) e dell’altrettanto suggestiva Once I Was, il capriccio medievaleggiante di Knight-Errant e quello al confine con l’acid-folk di I Never Asked To Be Your Montain, la scarna maestosità di No Man Can Find The War e quella più corposa di Pleasant Street, le soluzioni di vago sapore Weill/Brecht di Carnival Song. È un capitolo a sé stante nella lunga epopea della canzone rock, Goodbye And Hello, così come Tim Buckley era un musicista/alchimista senza pace, costantemente alla ricerca della pietra filosofale. Per lui, poeta troppo fragile, quest’album insolito e sofferto ha rappresentato solo la seconda tappa di un viaggio breve ma profondamente vissuto dal primo all’ultimo istante. In questo caso, non ancora affrontato nei panni abbastanza astrusi del “navigatore delle stelle” ma in quelli più accessibili e non meno personali di cantore dell’anima.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.386 del 29 febbraio 2000

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Categorie: articoli | Tag: , | 6 commenti

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6 pensieri su “Tim Buckley

  1. SonofBrahem

    La faccio brevissima anch’io quotandoti: “Uno dei miei “dischi della vita” e uno dei cinque (tre?) che porterei con me nella famosa isola deserta”!

  2. comprai le prime due opere di t.buckley a buon prezzo, avvicinandomi a questo grande artista ….piu’ in avanti anche jeff buckley!!! facendo una ricerca su wikipedia ho scoperto che aveva anche sangue italiano,non lo sapevo!!!

    • Immagino tu abbia già tutto, ma se per caso ti sei fermato a quei due album lì. prenditi anche “Happy Sad”, “Blue Afternoon” e “Starsailor”.

      • easter

        Dischi che però sono orrendamente fuori catalogo da tantissimi anni. Al massimo reperibili da qualche tempo in quei cofanetti tutto compreso, privi di libretto, e naturalmente non rimasterizzati. Cosicché la qualità audio rimane quella della prima pubblicazione di fine anni ’80, se non erro.

        E’ vero che sono stati ristampati in vinile: ma bisogna stare attenti: circolano ristampe non ufficiali ma ben dettagliate nella riproduzione grafica, financo della label (la leggendaria Straight).
        Di recente sono però state pubblicate le ristampe in vinile da parte della “4 men with beards”: parrebbero legali, e di certo sono ben fatte (cartonate, 180 gr.): il prezzo è altino, ma credo valga la pena.
        D’altronde le stampe originali americane dei dischi in questione in Italia stanno sui 100 euro, grosso modo. Forse meno, forse più.

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