Queens Of The Stone Age

Sul finire del 1998 vedeva la luce il primo album dei Queens Of The Stone Age. Appena avutolo in mano, lo recensii per il Mucchio, come del resto avrei poi fatto per i successivi tre lavori della band californiana. Il secondo, R, continua a sembrarmi nel complesso più riuscito, ma questo esordio; se davvero gli è inferiore, lo è proprio di poco.

Queens Of The Stone Age copQueens Of The Stone Age (Loosegrove)
Non possono esserci dubbi sul fatto che i Queens Of The Stone Age siano i legittimi eredi dei Kyuss, e non solo perché due dei tre componenti (e fino a quando l’originario bassista Nick Oliveri è stato della partita addirittura tre) hanno fatto parte dell’indimenticabile combo californiano responsabile dell’invenzione del cosiddetto stoner rock. La discendenza diretta non significa però che la nuova band viva in statica adorazione del suo pur glorioso passato, visto che questo atteso esordio sulla lunga distanza dell’album segna un notevole rinnovamento: senz’altro un rinnovamento nella continuità, considerato come la formula sia sempre marchiata a fuoco da riff hard tra l’ipnotico e l’ossessivo, divagazioni acido-psichedeliche e atmosfere “desertiche”, ma un rinnovamento che è chiaramente avvertibile nell’impostazione strutturale dei brani, ora meno dispersivi e globalmente più inquadrati negli schemi pur “mutanti” della canzone rock.
Rispetto ai Kyuss, i Queens Of The Stone Age sembrano insomma puntare maggiormente sulla concretezza del suono, peraltro sempre edificato su ritmi potenti e cupi, chitarre ora fragorose ed ora serpeggianti e canto misticamente evocativo: lo dicono episodi quali Regular John, dai toni ombrosamente lisergici, o lo splendido If Only, che se non fosse per la voce e per le aperture ariose del ritornello potrebbe essere una creazione dei primi Stooges; l’incalzante, claustrofobico Mexicola, echeggiante il grunge, o il ruvidissimo How To Handle A Rope, che assieme a Give The Mule What He Wants è forse il momento più cattivo del disco; il torbido Walkin’ On The Sidewalks e il più melodico Avon. C’è dell’altro, comunque: i sofferti lamenti pseudo-doorsiani di You Would Know e You Can’t Quit Me Baby, i deliri strumentali di Hispanic Impressions, le pure allucinazioni di I Was A Teenage Hand Model. E il quadro complessivo che ne vien fuori – forse più polittico che affresco – è quello di uno psycho-hard-rock-blues “totale”, che ha raccolto la migliore eredità del periodo a cavallo tra gli ultimi ‘60 e i primi ‘70 per traghettarne lo spirito verso il Terzo Millennio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.334 del 12 gennaio 1999

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