Roberto Angelini (2009)

Giorno più giorno meno, sono trascorsi esattamente cinque anni da quando realizzai questa intervista a Roberto Angelini, che fu accompagnata dalla copertina del Mucchio. Il cantautore romano si accingeva a pubblicare il disco del ritorno alla “sua” canzone, dopo lo sputtanamento del secondo album (quello di Gattomatto, per capirci) e il tentativo di purificarsi con Pong moon, il tributo a Nick Drake firmato con Rodrigo D’Erasmo, e volli fortemente – dopo aver verificato la bontà del lavoro, La vista concessa – aiutarlo a “riposizionarsi”. Per la cronaca, non mi sono affatto pentito della scelta. E penso che l’intervista in questione sia, soprattutto per profondità e sincerità, una delle migliori che abbia mai firmato.

Angelini fotoUn figliol prodigo o, se preferite, un amico ritrovato: Roberto Angelini ha completato la sua redenzione con La vista concessa, terzo album che si riallaccia idealmente all’esordio Il Sig. Domani rinnegando le derive di Angelini e del singolo-tormentone Gattomatto. Un’intervista-verità nella quale è ricostruito un singolare e travagliato percorso umano oltre che musicale.

* * *

Roberto Angelini è tornato: tappa dopo tappa, attraverso l’ep Ripropongo (2004), il tributo a Nick Drake confezionato assieme a Rodrigo D’Erasmo (Pong Moon, 2005) e il lavoro con il Collettivo Angelo Mai, il musicista romano si è ormai lasciato alle spalle un passato decisamente scomodo, recuperando la sua vera identità artistica. Per un paio d’ore, nel suo studio del quartiere Prati colmo di strumenti, apparecchiature e ricordi, il trentatreenne cantante, chitarrista/pianista e songwriter ha risposto a ogni domanda, non solo sull’ultimo, ottimo album ma anche su tutto ciò che l’ha preceduto, scheletri nell’armadio compresi; e il quadro dipinto dalla chiacchierata, sostanzialmente cronologica, ne ha rivelato la grande umiltà e l’assenza di remore a mettersi a nudo, aprendo per di più illuminanti (e inquietanti) finestre sulle logiche più o meno perverse che governano il music business.
Partiamo dal 2001 e dal tuo eccellente esordio Il Sig. Domani, per la Virgin: come vedi, col senno di poi, quel periodo?
Non avendo esperienze in tal senso, pensavo che la firma di un contratto major dopo anni di gavetta sui palchi e in cantina fosse la realizzazione di un sogno; invece, si trattava di entrare in una squadra dove, se c’era da investire in un video o altro, ero l’ultimo della lista. Una specie di panchinaro, per usare un termine calcistico. Da ingenuo venticinquenne mi aspettavo molto di più, e non solo dall’etichetta, ma ero io a sbagliare: se qualcuno più esperto mi avesse detto “è normalissimo che nonostante le ottime recensioni in concerto vengano a vederti venti persone, perché sei appena all’inizio” non ci sarei rimasto tanto male da pormi il dubbio di non essere all’altezza, che ci fosse qualcosa da rivedere, che altrimenti sarei stato condannato a essere incompreso. La cosa paradossale è che con il disco seguente sbucavano fuori un sacco di estimatori del debutto che mi rimproveravano il cambiamento. Ma dove stavano, prima?
Fu quel dubbio a spingerti verso lo sputtanamento del secondo album?
Ebbi l’impressione di essere davvero, come in molti mi rinfacciavano accostandomi a Masini, troppo triste, e che la mia ricerca sonora basata sul miscelare la chitarra acustica e altri suoni fosse un’idea assurda: infatti non volli più collaborare con Daniele Sinigallia e cominciai a riflettere su altre opportunità. Mi crollò la convinzione in me stesso, con l’aggravante che gli amici della band non erano felici del fatto che le cose non girassero bene, con relative tensioni. Però non immaginavo come sarebbe finita.
Cioè a lavorare con Giuliano Boursier e realizzare Angelini?
Stavo a Varese, in mezzo alla neve, e il produttore trattava i miei brani con suoni così lontani da me, vista anche la loro radiofonicità, che in qualche misura ne ero affascinato. Mi aveva persino messo a dieta, a suo avviso dovevo perdere dieci chili per questione “di immagine”. Il mattino dopo mi rasai a zero, ero in pieno egotrip… tutti noi abbiamo una parte di vanità, e quella situazione riuscì a tirar fuori la mia che pure, di suo, non è granché pronunciata. E poi vedevo che erano tutti contenti che stessi facendo quelle cazzate, e allora perché no?
Insomma, ti lasciasti trascinare dalle contingenze.
Non tutte le scelte dipendono dalla volontà, alcune sono il risultato di strani incastri di eventi. Mentre pianificavo il disco, ad esempio, il direttore della Virgin cambiò, alcuni artisti furono licenziati e altri – io tra questi – furono chiamati a colloquio per decidere il da farsi. Mi dichiarai disponibile a proporre qualcosa di più diretto, di valutare proposte di produzione, e questa disponibilità convinse l’etichetta a investire su di me. Io credevo di poter mantenere il controllo, pensavo di poterli fregare… e invece alla fine mi sono trovato invischiato in un circuito in cui i locali live non mi volevano ma ero richiestissimo nelle discoteche – che odio – per mostrare la mia faccia e presentare il mio singolo in playback sulla pista da ballo.
La peggior nefandezza compiuta in quei giorni?
Sono stato la sorpresa a una festa di compleanno: mi hanno fatto arrivare in un locale tenendomi nascosto fino alle tre e mezzo di notte, quando mi hanno lanciato sul palco per cantare Gattomatto. Quasi tutte le cose che facevo erano così: si salvavano solo i tour con più artisti sponsorizzati dalle grandi aziende nei quali almeno si suonava dal vivo, con i pezzi dell’ultimo album ovviamente arrangiati in altra maniera.
In che modo tuoi amici/colleghi romani presero la tua metamorfosi?
Ero diventato un paria. Filippo Gatti proibì al bassista che avevamo in comune di esibirsi con me al Festivalbar, Daniele Sinigallia mi schifava in ogni intervista, Pino Marino mi mandò un SMS in cui, elegantemente e con un elaborato giro di parole, manifestava il suo stupore per il mio “disco di merda”. Ma li capisco, non concepivano che io potessi gettar via in modo così plateale quel po’ di talento che avevo, per giunta schierandomi dalla parte di quel tipo di discografia che tutti noi avevamo sempre deplorato e combattuto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.655 del febbraio 2009

Continua (con molto altro materiale su Roberto Angelini) qui: http://libri.goodfellas.it/roma-brucia.html

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