Roberto Angelini

Giorno più giorno meno, sono trascorsi esattamente cinque anni da quando realizzai questa intervista a Roberto Angelini, che fu accompagnata dalla copertina del Mucchio. Il cantautore romano si accingeva a pubblicare il disco del ritorno alla “sua” canzone, dopo lo sputtanamento del secondo album (quello di Gattomatto, per capirci) e il tentativo di purificarsi con Pong moon, il tributo a Nick Drake firmato con Rodrigo D’Erasmo, e volli fortemente – dopo aver verificato la bontà del lavoro, La vista concessa – aiutarlo a “riposizionarsi”. Per la cronaca, non mi sono affatto pentito della scelta. E penso che l’intervista in questione sia, soprattutto per profondità e sincerità, una delle migliori che abbia mai firmato.

Angelini fotoUn figliol prodigo o, se preferite, un amico ritrovato: Roberto Angelini ha completato la sua redenzione con La vista concessa, terzo album che si riallaccia idealmente all’esordio Il Sig. Domani rinnegando le derive di Angelini e del singolo-tormentone Gattomatto. Un’intervista-verità nella quale è ricostruito un singolare e travagliato percorso umano oltre che musicale.

* * *

Roberto Angelini è tornato: tappa dopo tappa, attraverso l’ep Ripropongo (2004), il tributo a Nick Drake confezionato assieme a Rodrigo D’Erasmo (Pong Moon, 2005) e il lavoro con il Collettivo Angelo Mai, il musicista romano si è ormai lasciato alle spalle un passato decisamente scomodo, recuperando la sua vera identità artistica. Per un paio d’ore, nel suo studio del quartiere Prati colmo di strumenti, apparecchiature e ricordi, il trentatreenne cantante, chitarrista/pianista e songwriter ha risposto a ogni domanda, non solo sull’ultimo, ottimo album ma anche su tutto ciò che l’ha preceduto, scheletri nell’armadio compresi; e il quadro dipinto dalla chiacchierata, sostanzialmente cronologica, ne ha rivelato la grande umiltà e l’assenza di remore a mettersi a nudo, aprendo per di più illuminanti (e inquietanti) finestre sulle logiche più o meno perverse che governano il music business.
Partiamo dal 2001 e dal tuo eccellente esordio Il Sig. Domani, per la Virgin: come vedi, col senno di poi, quel periodo?
Non avendo esperienze in tal senso, pensavo che la firma di un contratto major dopo anni di gavetta sui palchi e in cantina fosse la realizzazione di un sogno; invece, si trattava di entrare in una squadra dove, se c’era da investire in un video o altro, ero l’ultimo della lista. Una specie di panchinaro, per usare un termine calcistico. Da ingenuo venticinquenne mi aspettavo molto di più, e non solo dall’etichetta, ma ero io a sbagliare: se qualcuno più esperto mi avesse detto “è normalissimo che nonostante le ottime recensioni in concerto vengano a vederti venti persone, perché sei appena all’inizio” non ci sarei rimasto tanto male da pormi il dubbio di non essere all’altezza, che ci fosse qualcosa da rivedere, che altrimenti sarei stato condannato a essere incompreso. La cosa paradossale è che con il disco seguente sbucavano fuori un sacco di estimatori del debutto che mi rimproveravano il cambiamento. Ma dove stavano, prima?
Fu quel dubbio a spingerti verso lo sputtanamento del secondo album?
Ebbi l’impressione di essere davvero, come in molti mi rinfacciavano accostandomi a Masini, troppo triste, e che la mia ricerca sonora basata sul miscelare la chitarra acustica e altri suoni fosse un’idea assurda: infatti non volli più collaborare con Daniele Sinigallia e cominciai a riflettere su altre opportunità. Mi crollò la convinzione in me stesso, con l’aggravante che gli amici della band non erano felici del fatto che le cose non girassero bene, con relative tensioni. Però non immaginavo come sarebbe finita.
Cioè a lavorare con Giuliano Boursier e realizzare Angelini?
Stavo a Varese, in mezzo alla neve, e il produttore trattava i miei brani con suoni così lontani da me, vista anche la loro radiofonicità, che in qualche misura ne ero affascinato. Mi aveva persino messo a dieta, a suo avviso dovevo perdere dieci chili per questione “di immagine”. Il mattino dopo mi rasai a zero, ero in pieno egotrip… tutti noi abbiamo una parte di vanità, e quella situazione riuscì a tirar fuori la mia che pure, di suo, non è granché pronunciata. E poi vedevo che erano tutti contenti che stessi facendo quelle cazzate, e allora perché no?
Insomma, ti lasciasti trascinare dalle contingenze.
Non tutte le scelte dipendono dalla volontà, alcune sono il risultato di strani incastri di eventi. Mentre pianificavo il disco, ad esempio, il direttore della Virgin cambiò, alcuni artisti furono licenziati e altri – io tra questi – furono chiamati a colloquio per decidere il da farsi. Mi dichiarai disponibile a proporre qualcosa di più diretto, di valutare proposte di produzione, e questa disponibilità convinse l’etichetta a investire su di me. Io credevo di poter mantenere il controllo, pensavo di poterli fregare… e invece alla fine mi sono trovato invischiato in un circuito in cui i locali live non mi volevano ma ero richiestissimo nelle discoteche – che odio – per mostrare la mia faccia e presentare il mio singolo in playback sulla pista da ballo.
La peggior nefandezza compiuta in quei giorni?
Sono stato la sorpresa a una festa di compleanno: mi hanno fatto arrivare in un locale tenendomi nascosto fino alle tre e mezzo di notte, quando mi hanno lanciato sul palco per cantare Gattomatto. Quasi tutte le cose che facevo erano così: si salvavano solo i tour con più artisti sponsorizzati dalle grandi aziende nei quali almeno si suonava dal vivo, con i pezzi dell’ultimo album ovviamente arrangiati in altra maniera.
In che modo tuoi amici/colleghi romani presero la tua metamorfosi?
Ero diventato un paria. Filippo Gatti proibì al bassista che avevamo in comune di esibirsi con me al Festivalbar, Daniele Sinigallia mi schifava in ogni intervista, Pino Marino mi mandò un SMS in cui, elegantemente e con un elaborato giro di parole, manifestava il suo stupore per il mio “disco di merda”. Ma li capisco, non concepivano che io potessi gettar via in modo così plateale quel po’ di talento che avevo, per giunta schierandomi dalla parte di quel tipo di discografia che tutti noi avevamo sempre deplorato e combattuto.
Dalla tua discesa agli Inferi è scaturito anche qualcosa di positivo?
Il guadagno di Angelini – dell’indotto, perché il disco in sé ha venduto pochino – mi è servito per allestire il luogo nel quale ci troviamo ora: avere un proprio spazio dove poter creare e registrare in piena libertà, liberandosi dal giogo del produttore e dello studio da affittare a caro prezzo, è fondamentale. Oggi che la tecnologia è accessibile a cifre contenute, tutti dovrebbero sforzarsi di compiere questo passo… anche perché lo studio è un punto d’incontro, e dagli incontri nascono spesso dinamiche impensabili. Da quando l’ho messo su, circa cinque anni fa, questo posto ha segnato tutta la mia vicenda artistica, e alimentato un sacco di belle storie musicali e personali. Inoltre, il successo mi ha tolto quella bramosia di visibilità comunque covata da tutti i musicisti di nicchia. Io l’ho sfogata, come una malattia, e ora mi conosco meglio: ho capito che non sono fatto per la popolarità di massa e che se dovesse tornare, stavolta alle mie condizioni, farei di tutto per tenerla a bada.
Quando e come è iniziata la tua “redenzione”?
Al tempo di La gioia del risveglio, il secondo singolo da Angelini, ho capito che non volevo trascorrere la mia vita cercando di comporre hit prive di spessore. Utilizzai i soldi che la Virgin voleva destinare al terzo video per realizzare l’ep Ripropongo, con quattro brani dell’album riletti in una chiave molto più vicina a quella dell’esordio, ma non fu sufficiente per recuperare credibilità. Ancora oggi pago i miei vecchi errori: non basta che un mio disco sia bello, deve essere straordinario. E tu, giornalista serio, a scrivere bene di me in qualche misura rischi, perché qualcuno ti dirà sempre “ma come, è quello di Gattomatto!”.
Come si consumò la rottura con la Virgin?
Nel 2004 potevo andare a Sanremo con un pezzo nel mio stile attuale, che doveva avviare il mio riscatto. Quell’anno, però, la Virgin e altre case discografiche avevano deciso di boicottare il Festival, e Riccardo Clary – il Presidente del gruppo EMI – mi disse che andandoci mi sarei giocato il contratto. Il mio manager aveva già in mano un’offerta della Universal e premeva affinché partecipassi, ma io non volli rovinare il bel rapporto che avevo con Clary. Pochi mesi dopo Riccardo fu licenziato e sostituito da Fabrizio Giannini, cioè chi mi aveva spinto a fare Gattomatto. A lui i miei nuovi pezzi non piacquero, e così si decise di rompere l’accordo.
E lì ti sei staccato dal mondo major, confinandoti nell’underground con il tributo a Nick Drake e il sodalizio con il Collettivo Angelo Mai.
Da sempre subivo il fascino di Nick Drake e delle sue canzoni, molto particolari sotto il profilo chitarristico. Tentai quindi di riprodurle, anche per acquisire stimoli: cerco abitualmente di imparare cose nuove, perché fermarsi fossilizza. Durante questo periodo, a un pranzo con amici conobbi Rodrigo D’Erasmo, che suonava il violino e come me era attratto da Drake: ci mettemmo a provare assieme, arrivarono i concerti e quindi il disco… che essenzialmente serviva per trovare date, tant’è che a chi voleva acquistarlo noi consigliavamo di comprare gli album originali. La collaborazione molto stimolante con il Collettivo, nell’ambito del quale propongo solo un paio di miei pezzi e per il resto faccio il chitarrista, è stato una conseguenza diretta del tributo a Drake, perché Pino Marino e Andrea Pesce – ormai avevo fatto pace con tutti quelli del giro: vistomi pentito, mi avevano perdonato – ci invitarono a proporlo in una rassegna che organizzavano all’Angelo Mai. Il palco e il riprendere contatto con l’ambiente dal quale provenivo sono stati cruciali per ritrovarmi appieno.
La tua compagna è un’attrice molto popolare. Quando la tua visibilità “ufficiale” era pressoché nulla, non hai temuto di essere considerato “il sig. Pandolfi”?
Quello della fama di Claudia, irraggiungibile da qualsiasi musicista che non sia una superstar, non è un problema. Durante la nostra relazione ho toccato con mano un sacco di brutture: gente che cercava di usarmi per arrivare a lei, gente che riteneva che io facessi musica in quanto raccomandato da lei, gente che non aveva alcun rispetto di lei come persona. Quando sei un personaggio pubblico, tanti non ti reputano un normale individuo con il suo diritto alla privacy e alla tranquillità, diventi “proprietà” di tutti: questa è l’unica controindicazione, per il resto ho raggiunto il mio equilibrio e se qualcuno mi vede come “il Sig. Pandolfi”… pazienza.
Siamo arrivati all’attualità: da dove nasce La vista concessa?
L’album ha preso il via con Dicembre, scritta alla fine del 2004 proprio mentre stavo cominciando a costruire questo studio. Anzi: più che dal pezzo in sé, dalla constatazione casuale di come funzionasse a meraviglia senza la batteria che in origine era stata prevista. Due anni fa stavo per firmare con la Universal, ma quando casualmente feci ascoltare a Sergio Della Monica Dicembre, lui disse che gli sarebbe piaciuto lavorare con me al disco; questo era incompatibile con l’offerta della Universal, dato che loro proponevano la sola distribuzione e il successivo ingresso nel cast solo in caso di buoni risultati. È una pratica molto diffusa ma a ben vedere assurda: l’artista paga da sé il master, ma se l’album funziona – portando guadagno – lui con il lavoro seguente percepisce le solite royalties ridicole. Quindi Sergio e io ci siamo accollati le spese e abbiamo deciso di uscire con la Carosello, ma su licenza.
Rispetto ai programmi di due anni fa, l’album è cambiato molto?
Coincidono più o meno per mezza scaletta, l’altra metà è venuta fuori nel frattempo: Vulcano e Tramonto sono nuovi così come Fino a qui tutto bene, nata nello studio dei Planet Funk a Napoli. Con Sergio è andata alla grande, è stato bello confrontarmi con un produttore dall’indole così poco italiana: abbiamo compiuto scelte decisive come quella di “muovere” un paio di brani affinché la scaletta non risultasse troppo lenta, e di contenere l’elettronica solo a livello di colori, di sfumature. Una cosa importantissima è stata la valorizzazione delle caratteristiche di ogni singolo componente del gruppo, perché pur presentandoci con il mio nome siamo una vera band: Massimo Giangrande alla chitarra, Rodrigo D’Erasmo al violino, Gabriele Lazzarotti al basso, Fabio Rondanini alla batteria, Andrea Pesce e Mr. Koffee a piano e synth. Tutta gente che fa altre cose e di livello, a dimostrare che quando anni fa pensavamo di essere bravini non eravamo rincoglioniti e pazzi.
Qual è il feeling dominante de La vista concessa?
Di sicuro si tratta di un disco abbastanza scuro. Avrebbe potuto essere più solare, se ci avessimo inserito alcune delle tracce composte dopo la nascita di mio figlio Gabriele, ma puntavamo a una certa coerenza progettuale e stilistica: sola eccezione Benicio Del Toro, che stacca dal resto sia nell’approccio musicale più ritmico, sia perché racconta una storia. Nel mio hard disk ci sono decine di brani che magari non vedranno mai la luce ma che danno idea di come La vista concessa rispecchi solo in parte la mia creatività di quest’ultimo scorcio di carriera.
E per quanto concerne i testi?
Sono mie considerazioni personali spesso legate, credo, a una voglia di riscatto. Penso che la mia “vista concessa”, nel senso di dono del quale fare tesoro, sia quella che mi è stata svelata attraverso il mio cammino nei sistemi della discografia oltre che, in generale, del mondo. Come le due pillole di Matrix: avrei potuto optare per una dimensione illusoria dove continuavo a fare Gattomatto e mi convincevo che tutto andava bene, oppure accettare la “mia” realtà – quella, artigianale, di levigare il legno, le corde, le melodie e quel pongo che è ritornato protagonista della copertina come nel primo disco e che avevo abbandonato nel secondo perché temevo che pure questa mia piccola, innocente mania fosse sballata – con tutte le sue incognite. Però adesso mi rendo conto che quanto si ottiene in modo artificioso e “costruito” non gratifica come le piccole conquiste raggiunte agendo in modo spontaneo e naturale. Mi piacerebbe che questa mia strana storia possa “ispirare” altri a non commettere gli stessi errori e a seguire le loro inclinazioni anche se sembrano folli.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.655 del febbraio 2009

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