Snapcase

Dopo quella di lunedì scorso, con protagonisti i Downset, un’altra accoppiata recensione + intervista relativa a una band americana di area hardcore/crossover. Scioltisi nel 2005, dopo aver firmato altri dischi sempre con il glorioso marchio Victory, gli Snapcase sono riapparsi sulle scene nel 2010, limitandosi però ai concerti. Il loro tempo è (forse) passato, ma la loro musica continua a essere deflagrante.

Snapcase copDesigns For Automotion (Victory)
Da più parti, gli Snapcase sono indicati come probabile “next big thing” del rock alternativo a stelle e strisce: non solo per via degli ottimi consensi di vendite del precedente Progression Through Unlearning (80.000 copie) o per il notevole impegno promozionale della Victory (che proprio con Designs For Automation ha raggiunto l’ambito traguardo del n.100 in catalogo), ma anche e soprattutto perchè Daryn Taberski e soci sembrano ormai essersi definitivamente affrancati dal “classico” suono hardcore punk per abbracciare una filosofia creativa sempre aspra, sanguigna e brutale ma molto più in linea con le moderne inclinazioni al crossover.
Avvalendosi di una strumentazione convenzionale (voce, due chitarre, basso e batteria e voce), ma ampliandone i confini espressivi grazie a un uso in apparenza spontaneo dell’elemento fantasia, i cinque newyorkesi hanno infatti costruito undici brani di grandi potenza e fascino, le cui complesse architetture ritmiche sono flagellate da continui cambi di tempo e le cui soluzioni chitarristiche mettono in luce una ispirata indole alla contaminazione; il tutto, ovviamente, diretto dal canto al vetriolo di Taberski, capace di conferire alle parole la dovuta enfasi senza però scadere nella furia cieca di tanti suoi colleghi. Equilibrati ed eclettici nei loro pur devastanti assalti, gli Snapcase hanno ottime possibilità di piacere a qualsiasi estimatore – ad esempio – dei Rage Against The Machine, con i quali non mancano punti in comune; chissà quante major, in questo momento, staranno valutando l’opportunità di aggiudicarsene le prestazioni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.381 del 25 gennaio 2000

La forza della (auto)determinazione
Lo Stato è quello di New York ma la città che ha dato i natali agli Snapcase è Buffalo, due passi dal Canada e dalle Cascate del Niagara: strano luogo di origine per una band la cui musica cruda, spigolosa ed esasperata presenta caratteristiche “squisitamente” metropolitane. La Big Apple è comunque ad appena mezza giornata di macchina e poco di più dista la Chicago dove ha sede la Victory Records, l’etichetta – celeberrima in campo hardcore e dintorni – che da sempre sostiene il quintetto americano nella sua scalata alle alte gerarchie di settore: con successo, visti i brillanti risultati ottenuti soprattutto dal penultimo Progression Through Unlearning e da quel Designs For Automotio presentato dal vivo al pubblico europeo (Italia compresa) neppure due mesi fa. Del passato, del presente e del futuro degli Snapcase, senza dubbio uno dei nomi più validi e interessanti emersi dal calderone dell’hardcore punk di inclinazione crossover, si è parlato con il cantante Daryn Taberski, che nel privato – come moltissimi suoi colleghi dediti a suoni feroci e distorti – smette i panni inquietanti da Mr.Hyde indossati sul palco a favore di quelli di un tranquillo e gentilissimo Dr.Jekyll.
Anche alla luce del nuovo album, è giusto dire che gli Snapcase si sforzano di superare i confini dell’hardcore punk convenzionale?
È esattamente ciò che cerchiamo di fare: vogliamo essere creativi, originali e scrivere canzoni diverse da quelle di qualsiasi altra band. In Designs For Automotion il processo è stato più facile che in precedenza: prima a comporre erano solo due persone, mentre adesso contribuiamo tutti e cinque alla stesura dei brani e questo aiuta parecchio a rendere il suono vario e meno prevedibile.
Comunque non è semplice inventare qualcosa di personale usando solo chitarre, basso, batteria e voce, soprattutto considerando la grande quantità di gruppi che, nel vostro ambito, puntano al medesimo obiettivo.
Hai assolutamente ragione. Però, se questo dovesse essere un deterrente a tentare, la musica non avrebbe più alcun senso.
Come mai, all’inizio, vi siete dedicati proprio all’hardcore e non a un altro genere?
Per quanto mi riguarda, è dipeso essenzialmente dall’approccio live. Nessuno può capire davvero cosa sia l’hardcore senza assistere e partecipare a un concerto: la comunione tra chi suona e chi ascolta è totale, senza mediazioni né barriere, e tutti cantano, saltano, urlano… e il bello è che, a dispetto dell’apparente violenza, si tratta di un’energia positivissima. Questo mi ha colpito da subito.
E cos’è, invece, che ti appaga dell’essere in una band?
Il senso di libertà, la possibilità di essere creativi. In più può anche essere un’esperienza terapeutica: per esempio, ad essere onesti, la mia condotta durante gli show è completamente antitetica a quella che adotto nel resto delle mie giornate. Di norma vivo in maniera tranquilla, rilassata, se vuoi anche un po’ lenta, mentre salire sul palco mi offre l’occasione di liberarmi. E sono entrambi comportamenti naturali.
Secondo te, qual è stato il miglior risultato che finora avete raggiunto come gruppo?
Direi il continuare ad apprezzare ciò che facciamo ed esserne felici. Quando ci siamo formati ad attrarci erano sostanzialmente l’idea di realizzare qualcosa di artistico e il divertimento: non avremmo mai immaginato di partire in tour, anche solo in America, e invece giriamo l’Europa e il Giappone. Per noi è incredibile, non ce lo saremmo mai aspettati, e quindi siamo molto riconoscenti al destino per quel che ci ha dato. Quando mi chiedono un consiglio per le giovani band, rispondo sempre che il punto fondamentale è provare a essere creativi e divertirsi: star bene e lavorare duro, insomma. Il resto – il successo, la notorietà, i soldi, i tour, il merchandising – se devono arrivare arriveranno da soli.
Vista la concorrenza, occorre anche un po’ di fortuna.
Certo, e noi ne abbiamo avuta parecchia. Però alla base deve esserci il giusto atteggiamento verso la musica e verso il mondo che le sta attorno: l’impegno, la correttezza e la sincerità pagano sempre.
Ci sono artisti che, musicalmente o attitudinalmente, sentite vicini?
Tutti noi amiamo i Fugazi e nei loro confronti proviamo un profondissimo rispetto: la loro musica è ottima e in più sono intelligenti, coerenti e coraggiosi in qualsiasi cosa intraprendano. A insegnarci più di chiunque altro, invece, sono stati i Sick Of It All: quando nel 1994 ci hanno portati con loro in Europa abbiamo imparato tantissimo solo guardandoli suonare ogni sera; erano incredibili, avevano la stessa carica davanti a cinquanta o cinquemila persone. Una volta ritornati siamo partiti per una nostra tournée attraverso gli Stati Uniti e tutti si sono accorti subito di quanto fossimo migliorati.
Tu sei autore dei testi, e quindi ricopri un ruolo-chiave nel discorso espressivo dell’ensemble. Qual è il messaggio degli Snapcase, o quantomeno a cosa miri con le parole?
Il nostro è più che altro un invito a sviluppare una propria definizione e una propria interpretazione di tutto ciò che si legge e si vede: riflettere rende più preparati ad affrontare quel che ci circonda. In sostanza, il concetto che intendo affermare è: “non so cosa sia giusto o sbagliato per voi, sta a voi scoprirlo pensandoci su”. Il giro punk/hardcore è pieno di gruppi che agiscono quasi come predicatori e che, volontariamente o involontariamente, inducono chi li ascolta a credere nelle loro teorie. A noi preme solo colpire con la nostra musica e spingere la gente a usare la sua testa.
Come quando, in Energy Dome, canti “You need to wake up and activate the dreams of your soul”, “Dovete svegliarvi e realizzare i sogni della vostra anima”…
Esatto. Designs For Automotion, in particolare, è molto focalizzato sui sogni delle persone e su come questi possano essere anche molto diversi da quelli che il prossimo – dai genitori alla società tutta – avrebbe magari desiderato.
E il sogno della tua anima qual è?
Sembrerà banale, ma è… gli Snapcase. Per il gruppo abbiamo rinunciato a molto: pensa che sto per compiere ventinove anni e ancora non ho terminato gli studi al college.
State in ogni caso costruendovi possibili alternative per il futuro?
Diciamo che oltre alla musica coltiviamo altri interessi, anche se gli Snapcase al momento sono anteposti a tutto il resto. Il nostro batterista, che è assistente universitario in Scienze Politiche, ha parecchi problemi a conciliare le due occupazioni.
Siete visti da più parti come la “next big thing” dell’hardcore, ma corre voce che abbiate rifiutato più di un contratto major.
Alla storia della “next big thing” non crediamo granché, sono sensazionalismi effimeri e a volte anche controproducenti. Però, dopo Progression Through Unlearning, abbiamo in effetti avuto contatti con varie compagnia discografiche sia indipendenti che multinazionali; va comunque detto che il nostro rapporto con la Victory è molto stretto e particolare, ci hanno aiutati a crescere e le nostre vendite hanno fatto lo stesso con loro. Il nostro accordo prevede un altro album e ora come ora siamo soddisfattissimi del lavoro che stiamo svolgendo assieme, da ogni punto di vista. Quindi non rinneghiamo la scelta, anche se abbiamo rinunciato a un bel mucchietto di soldi… ma a noi importa essere noi stessi, e le idee delle altre etichette a proposito del nostro possibile futuro non andavano d’accordo con le nostre.
Pensi che firmare con una major vi avrebbe in qualche modo limitati?
Non faccio distinzioni tra indipendenti e major: il fine è sempre quello di vendere dischi. Però un’etichetta che investe denaro su di te lo fa con lo scopo di guadagnare, e proporre canzoni rumorose e distorte non è esattamente un buon sistema per farlo a livelli “ufficiali”. Magari se i dischi andassero bene le pressioni sarebbero limitate, ma se le cose non funzionassero come sperato si comincerebbe a parlare di radio, di video da studiare in un certo modo… meglio non correre rischi: il controllo della propria band rimane la cosa più importante, come insegnano i Fugazi.
E i Rage Against The Machine? Mi sembra di riscontrare affinità tra voi e loro.
Mi aspettavo questa domanda: ho letto la tua recensione, sai? Comunque non hai torto, al punto che quando qualche persona non addentro al mondo underground mi chiede lumi sul nostro stile io rispondo “una cosa alla Rage Against The Machine”, perché tutti conoscono i Rage Against The Machine. Al di là delle assonanze musicali ritengo che le nostre liriche siano in qualche misura complementari alle loro: i Rage sono una band politica, ma un ragazzo che volesse seguirli sulla loro strada dovrebbe avere come base una certa coscienza di se stesso. Per identificarti con un gruppo organizzato di persone devi prima identificare te stesso dentro di te, e il nostro scopo è fornire alla gente lo stimolo e lo spunto per riuscirci.
Ma i Rage Against The Machine ti piacciono oppure no?
Puoi giurarci che mi piacciono. Sono straordinari e credo siano il massimo che possa esistere, in termini di forza di suono e di messaggio, alla corte di una multinazionale. Usano il potere della loro etichetta per arrivare dappertutto.
Al momento la vostra popolarità europea è ancora abbastanza limitata: immagino che questo si rifletta nelle presenze ai concerti.
Sì, anche se siamo molto soddisfatti dell’accoglienza finora ricevuta in Spagna e in Italia. Vedremo come andranno le prossime date. Capita che alcuni vengano a vederci convinti che siamo una specie di copia dei NOFX, ma una volta scoperta la verità nessuno si lamenta. Finora abbiamo un po’ trascurato l’Europa a vantaggio degli Stati Uniti, ma vorremmo cambiare: questo tour è di sole otto date, un assaggio, ma se non ci saranno complicazioni ritorneremo per un giro più lungo in settembre/ottobre.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.406 del 18 luglio 2000

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