Independent Days 2000

Non ricordo se, prima di oggi, avevo recuperato alcune delle (boh, circa cento?) recensioni di concerti che sono contenute nel mio archivio. Che l’abbia fatto o meno, questa – di lunghezza decisamente insolita – si riferisce a una doppia serata bolognese di tredici anni e mezzo fa nella quale si parla di Deftones, Limp Bizkit, Blink 182, Mr. Bungle, Boss Hog e varie altre band.

Independent Days fotoMolte luci ma anche qualche ombra per l’Independent Days, la “due giorni” bolognese che, assieme al più trucido Gods Of Metal di Monza e al meno focalizzato Beach Bum di Jesolo, è stato il più importante appuntamento italiano di quest’estate per gli appassionati di rock che spacca.

* * *

Facciamo gli originali, e cominciamo questo report dalla sua (ingloriosa) conclusione: dalla farsa, cioé, che ha avuto come protagonisti i Blink 182, posti a suggello di una serata in cui, se le gerarchie dipendessero dalle doti musicali, i “Backstreet Boys del punk” avrebbero al massimo potuto aspirare al ruolo di roadie. Trasformati in bersagli per le bottigliette d’acqua e gli altri oggetti lanciati dai loro stessi fan, delusi dalla pietosa performance, i tre californiani hanno lasciato il palco alle 22.50 di domenica 3 settembre, dopo soli venticinque minuti di triste pantomima a base di batteria stile fustini di detersivo, basso (quale basso?), chitarra flatulente, un filo di voce nasale per di più non sempre intonata, impatto sonoro e presenza scenica nulli e come ciliegina sulla torta un odioso atteggiamento di sufficienza. Un gruppo vero, in una situazione del genere, si sarebbe sforzato di – scusate l’espressione di sapore maschilista – tirar fuori le palle; i Blink 182, invece, si sono dimostrati pavidi eunuchi (ecco perché nel più famoso dei loro video la zona dei genitali è coperta…), consegnati al successo dagli intrighi di questo squallidissimo music-biz e solo in minima parte dalla loro capacità di azzeccare qualche melodia carina. Tanto di cappello a quei cinque/seimila (dei trentamila complessivi) che alle 21.45 si sono avviati verso l’uscita dell’arena del Parco Nord, avendo intuito che il Concerto era finito con i saluti dei Limp Bizkit.
Ecco, i Limp Bizkit: potentissimi e nel contempo eclettici, con un Fred Durst carismatico intrattenitore/trascinatore e uno show arricchito di trovate pirotecniche (nel senso letterale del termine) e di scherzosi omaggi a colleghi. Tre quarti d’ora di fuoco seguiti con grandissimo entusiasmo dal pubblico, visto anche che la scaletta era impostata sui cavalli di battaglia – la conclusione è stata ovviamente affidata al pur ottimo “tormentone” Take A Look Around, dallo score di Mission Impossible 2 – e non sul nuovo, ormai imminente album Chocolate Starfish And The Hot Dog Flavored Water. Certo, i Limp Bizkit non riescono sempre a tenere a freno la loro indole “tamarra” (Fred Durst sarebbe un perfetto rapper di colore: non oso neppure immaginare quale possa essere il prezzo del Rolex tempestato di brillanti indossato dal cantante durante l’incontro stampa) e dal vivo sono forse fin troppo precisi e professionali, ma la bontà della loro formula e la loro forza coinvolgente non sono in discussione. Per quanto mi riguarda, però, le maggiori soddisfazioni sono giunte dal set (subito precedente) dei Deftones: una scarica di pugni nello stomaco di inaudita violenza per quarantacinque minuti di crossover granitico e selvaggio che sorregge l’indiavolata frenesia del cantante Chino Moreno. La furia animalesca dell’ensemble, peraltro ineccepibile sul piano tecnico, deve aver fatto paura persino al Padre Eterno, visto come i minacciosissimi nuvoloni che durante il cambio palco si addensavano su Bologna si sono come per incanto dissolti al terremoto delle prime note; e che dire di un Chino che, esaltato dall’accoglienza tributatagli, ha coraggiosamente sfidato i suoi estimatori (discepoli?) cantando un intero brano e l’inizio di un altro in equilibrio precario sulle transenne? Insomma, una band straordinaria, che pur avendo sacrificato in nome dell’energia molte delle sfumature dell’ultimo White Pony ha saputo esaltare una platea certo non a digiuno di assalti all’insegna della contaminazione tra hardcore, metal e quant’altro.
Anche prima delle 19.35, momento dell’eruzione del vulcano Deftones, il programma si era però svolto in modo impeccabile, con piena soddisfazione di artisti e spettatori. Magari i Muse hanno un po’ pagato l’orario a dir poco infame (14.45) e il non-allineamento stilistico al trend generale della serata, ma ciò non ha impedito loro di raccogliere applausi grazie all’approccio assai grintoso e alla distruzione finale degli strumenti. È stato però con i No Use For A Name, eccellenti interpreti del più tipico hardcore melodico alla Californiana, che la seconda serata del Festival è entrata nel vivo: coinvolti dall’atmosfera di esaltazione da punk’n’roll ad alto volume, centinaia di ragazzi hanno cominciato a “nuotare” sulle prime file per raggiungere e superare le transenne (e meno male che gli addetti del servizio d’ordine hanno evitato inutili brutalità ai loro danni, limitandosi a rispedirli fuori attraverso gli ingressi laterali), secondo un copione puntualmente replicato durante le mezz’ore riservate ai Punkreas (compatti, dinamici ed estrosi; momento-clou, la rilettura della storica Laida Bologna con Steno dei Nabat) e ai loro corregionali Verdena (sempre più convincenti nella loro ruvida visionarietà, rimarcata da una cover di Reverberation dei 13th Floor Elevators), nonché durante i tre quarti d’ora degli svedesi Millencolin, ormai da annoverare tra i nomi di punta del popcore internazionale. In tutto, circa quattro ore e mezza di musica (più venticinque minuti di insulti al buon gusto) per un biglietto d’ingresso dal costo tutt’altro che esorbitante di 50.000 lire: chi c’era non ha motivo di lamentarsi, mentre chi ha preferito rimanere a casa ha senz’altro commesso uno sbaglio.
Eppure, la manifestazione non sembrava essere nata sotto buoni auspici: la giornata inaugurale di sabato 2 settembre ha infatti visto l’assenza dei Coldplay (peraltro annunciata da venerdì sera) a causa di problemi di salute del chitarrista e poi una prova non esaltante dei Boss Hog, troppo ruvidi e nervosi e quindi in difficoltà nel rendere sul palco le affascinanti policromie dell’ultimo album. Nella brutta cornice di un anonimo tendone penalizzato da un’acustica piuttosto deficitaria, il tenebroso Jon e la sempre sensuale Cristina hanno inoltre messo in luce le ben note tensioni del loro rapporto, scambiandosi occhiatacce di accusa e litigando ferocemente nei camerini al termine dei loro cinquanta minuti di esibizione. Meglio hanno fatto, prima di loro, i bolognesi Slim, sorta di Blues Explosion in chiave più garage, che hanno anche ricevuto i sinceri complimenti di Cristina Martinez, e l’anziano ma vispo André Williams, il cui già efficace rhythm’n’blues è stato esaltato dal suo naturale carisma scenico e dalla verve dei suoi quattro giovani e vigorosi accompagnatori in lustrini. Il top della serata (si erano nel frattempo fatte le 22) si è però raggiunto con i Mr.Bungle del bravissimo Mike Patton, che nonostante l’assoluta bizzarria del repertorio – dove rock’n’roll, metal estremo, fusion, jazz e pop si fondono in canzoni assai elaborate, debitrici a Zappa e Zorn ma dotate di una propria spiccata seppur schizofrenica personalità – ha via via coinvolto anche i più scettici. Sostenuto da un suono eccellente (quando si vuole…), l’ex vocalist dei Faith No More ha anche riscosso molte simpatie con le sue battute in perfetto italiano (un esempio? “i gruppi del cazzo suonano domani… i Blink zero zero zero, i Limp Stronzo”) e con una formidabile versione di 24.000 baci, confermando le sue ben note qualità di consumato entertainer. L’onore della chiusura dei giochi, in quello che peraltro era giustamente presentato come un “after show”, è poi toccato ai Fat Boy Slim messicani, i Titan, che a dispetto di uno stile dai chiari connotati dance non hanno fatto granché ballare ma hanno in compenso divertito e interessato un po’ tutti. Per la cronaca, il biglietto d’ingresso era stato fissato a 36.000 lire, giustificato dalla scarsa capienza della tenda (al massimo tremila persone) ma in definitiva adeguato anche al valore del cast.
Al di là degli inevitabili “incidenti di percorso” di cui si è già riferito, il bilancio dell’Independent Days non può che essere ampiamente positivo. Per l’apoteosi, al posto dei Blink 182 avrebbero dovuto esserci i Red Hot Chili Peppers, o al limite i Rage Against The Machine o i Korn.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.410 del 19 settembre 2000

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