Morrissey

La notizia di oggi è che Morrissey ha siglato un accordo con la Harvest, storico marchio ora legato alla Universal, per due nuovi dischi. Colgo allora l’occasione per riesumare la mia recensione di uno dei suoi album solistici preferiti, e per confessare, anche se è un po’ il segreto di Pulcinella, che il mio apprezzamento per lui è relativamente recente: negli anni ‘80 amavo varie canzoni degli Smiths ma li detestavo “concettualmente”, cosa che ha anche un po’ frenato la frequentazione della successiva carriera del loro frontman. La rivalutazione, se così si può definirla, dovrebbe essere iniziata proprio con Ringleader Of The Tormentors, complice il fatto che le sue canzoni siano state concepite nella mia città.

Morrissey copRingleader Of The Tormentors (Attack)
A parte i fan terminali, che venerano la loro icona e in perfetta buona fede ne esaltano a priori l’assoluta infallibilità, è opinione comune che la produzione solistica di Steven Patrick Morrissey non regga neppure alla lontana il confronto con quella – anch’essa a ben vedere con qualche limite, ma certo globalmente più ispirata e, per l’epoca, originale – realizzata negli anni ‘80 assieme agli Smiths. A suo nome, l’artista britannico ha infatti confezionato molti dischi di livello medio, non privi di canzoni efficaci e di sicuro non di stile, ma ha fornito poche dimostrazioni inequivocabili di procedere verso una meta – fissata o quantomeno cercata – e non, al contrario, di limitarsi a girare su se stesso rimanendo fermo al punto di partenza, in una sterile e più o meno stanca routine semi-onanistica. Che la situazione fosse comunque aperta a positivi sviluppi era stato dimostrato, nella primavera 2004, dall’ottimo You Are The Quarry, ma per restituire al Nostro un ruolo di primattore nell’affollato proscenio pop-rock odierno serviva qualcosa di più: nuovi stimoli, nuovi confronti, nuove sfide, difficili se non impossibili da trovare se non recidendo il cordone ombelicale con il passato… allo scopo di acquisire differenti input emotivi e culturali e sviluppare con la massima naturalezza un’altra coscienza di sé, da far coesistere – senza abiurare ciò che è stato – con quella preesistente. Lasciatosi alle spalle la Los Angeles per la quale aveva tradito la sua Manchester, il quarantasettenne Morrissey ha così deciso di abbandonarsi, anima e corpo, alle infinite suggestioni di Roma, eleggendola per un po’ a proprio domicilio. E ci piace credere che una mattina, guardandosi in uno specchio che immaginiamo barocco, si sia scoperto più vivace, più determinato, più bello… perché totalmente rapito dagli spunti per lui inediti propostigli dalla città che, forse più di ogni altra al mondo, respira Storia e arte a 360 gradi, con il valore aggiunto di un clima favoloso e del fascino “antropologico” di una popolazione davvero peculiare.
Grazie Roma, dunque, ma Venditti e Totti non c’entrano: grazie alla Città Eterna per aver consentito al Nostro di concepire e realizzare quello che ci sentiamo senza remore di indicare come il suo capolavoro da solista. A renderlo tale basterebbero la perfezione dello spumeggiante singolo You Have Killed Me, le atmosfere avvolgenti e mesmeriche di Dear God Please Help Me (gli archi sono arrangiati da Ennio Morricone), gli arabeschi filo-psichedelici di I Will See You In Far Off Places, l’esplosione di energia di I Just Want To See The Boy Happy, la solennità teatraleggiante – e Kurt Weill, dovunque sia, sorride – di At Last I Am Born, ma i dodici episodi esplodono di riff che si scolpiscono subito nella memoria, di aperture da togliere il fiato, di melodie che trasudano sangue e oro, di ritornelli irresistibili, di trame sofisticate ma mai stucchevoli, in un unicum brillantemente organizzato in studio dal veterano Tony Visconti (un maestro nel danzare sul filo dell’eccesso senza cadere nel kitsch) e reso più prezioso da intensissime liriche dove – proprio come nelle strade di Roma – il sacro abbraccia il profano. Pop all’apice della classe e della forza comunicativa, insomma, con il rock neppure tanto nascosto dietro l’angolo ed espliciti riferimenti alla canzone “classica” di quaranta e cinquant’anni fa (ma pure, perché no?, più antica) a prorompere in un contesto evocativo/visionario dove il velluto e i lustrini non hanno necessariamente l’odore della decadenza e dove dannazione e redenzione sono due facce della stessa medaglia. Dolce Vita e bassifondi. Visconti ma anche Pasolini, citati entrambi assieme ad Anna Magnani nella solita You Have Killed Me – il brano-cardine del lavoro – e presenze più o meno “subliminali” un po’ ovunque, come rimarcato da una Life Is A Pigsty che non può non essere un omaggio a Porcile. E in mezzo lui, Steven Patrick, simbolo non si sa quanto compiaciuto di turbamento esistenziale, per nulla riluttante a esporre le sue fragilità e, anzi, predisposto come un San Sebastiano all’eventuale martirio.
Se in altre circostanze aveva offerto il fianco a legittime critiche e strali velenosi, il Morrissey di Ringleader Of The Tormentors può però raccogliere solo consensi: tutto, nei cinquanta minuti dell’album, parla infatti il linguaggio della fascinazione e dell’incanto, e qualsivoglia osservazione negativa può magari dipendere dalla sensibilità dei singoli ascoltatori – questione di sintonie mancate, quindi – ma non da oggettive criticità di carattere concettuale o estetico. Applausi e petali di rose (dell’Aventino), allora. Assieme al perdono per l’orrore di un “Piazza Cavour” pronunciato in modo da non guastare la rima con “what’s my life for?”.
Tratto da Mucchio Extra n.23 dell’autunno 2006

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Categorie: recensioni | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Morrissey

  1. La rima cui fai riferimento è davvero tremenda, ma è l’unico neo di quello che probabilmente è il suo miglior lavoro da solista (e lo dice un “fan terminale” quale io mi ritengo).
    Attendo le prossime prove; credo sia uno che abbia ancora qualcosa da dire e non mi sorprenderei se ci sorprendesse (chiedo venia per il gioco di parole.)

    • Scusa, il tuo commento mi era sfuggito.
      Anch’io penso sia il suo miglior lavoro da solista, o almeno è il mio preferito.
      L’obbrobrio di quella rima – che peraltro sta in una canzone fantastica sotto ogni profilo – andava però menzionato.

  2. Country Boy

    Certo è che, a ‘sti stranger in the Rome, le voci registrate in modo sciatto e sbrigativo, eppur evidentemente incise come solchi indelebili, che si odono sugli autobus e sulla metro non aiutano. Adesso che ho letto questo articolo, curiosorecchierò sull’albo, e mi sorprenderò meno ad eventuale domanda di stranger in the Rome “por favor, donde esta plaza Cavor?”

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