Dente (2009)

Ho scritto questo articolo/intervista esattamente cinque anni fa – il 14 gennaio del 2009 – e davvero non mi capacito che sia già passato tanto tempo. Un mese dopo, il giorno di S. Valentino, Dente avrebbe pubblicato il suo terzo album L’amore non è bello, il primo di autentico successo. Dato che adesso si sta ricominciando a parlare del cantautore emiliano per via dell’imminenza dell’uscita – 28 gennaio – del suo quinto lavoro discografico, direi che ha senso riproporre il tutto.

Dente foto

C’è una nota, tra quelle della copertina del nuovo disco, che rende bene l’idea del personaggio, “canzoni scritte da Giuseppe Peveri per brevità chiamato Dente”: un palese riferimento al Per brevità chiamato artista di Francesco De Gregori a metà tra l’omaggio e il (pur simpatico) scherno, a sottolineare l’approccio ironico e lieve di questo quasi trentatreenne di Parma cresciuto a Fidenza e ormai naturalizzato milanese. “Non è un nome d’arte”, dice, “ma il soprannome che mi porto dietro fin da bambino: mi chiamano tutti così  tranne i miei familiari, e la cosa buffa è che non c’è una storia dietro, nemmeno ricordo com’è nato”. Curiosamente, però, sono le sue generalità anagrafiche a figurare nei dischi – Da molto a molto poco, 1999, e Baby champagne, 2001, ambedue su Acide Produzioni – de La Spina, la band nella quale il ragazzo si è temprato: “Lì facevamo ‘i seri’… Con loro, in pratica, ho imparato a suonare la chitarra e – sull’esempio del cantante/leader Andrea Cipelli – a rendere più semplice i testi che già scrivevo per conto mio, nei quali come molti giovani tendevo a essere complicato. È stata un’esperienza bella e importante, e non è casuale che lo stesso Andrea e Gianluca Gambini, il batterista, abbiano inciso con me l’ultimo album e facciano parte del mio gruppo. Secondo me eravamo bravi: se non ha funzionato è stato per carenza di promozione e perché siamo rimasti in campagna, su scala locale, senza provare a giocarci davvero le nostre carte”.

In modo diverso ha invece agito il Dente solista, che qualche anno fa si è con coraggio lasciato alle spalle una vita regolare per intraprenderne una certo più spericolata. “Ho mollato il mio lavoro di magazziniere, con tanto di contratto a tempo indeterminato e, con quanto risparmiato in tre anni proprio con l’obiettivo di scappare, mi sono trasferito a Milano per studiare grafica: sono fuggito perché avevo paura di abituarmi a una quotidianità che non sentivo in realtà ‘mia’, di autoconvincermi che il mio destino era quello e che tutto sommato non era nemmeno male. Finito il corso, dopo uno dei concerti nei quali proponevo senza grandi pretese le mie canzoni, quelli della Jestrai mi hanno proposto un disco, e da lì è scaturita la determinazione a impegnarmi seriamente”. Con la Jestrai, Dente ha realizzato Anice in bocca (2006), Non c’è due senza te (2007) e l’ep Le cose che contano (2008), consolidando in parallelo la sua fama underground attraverso un’intensa attività dal vivo a stretto contatto con il pubblico, all’insegna di brani voce/chitarra interpretati con un piglio “gaberiano”. “Da quattro anni vivo allo sbando come cantautore, e riesco a mantenermi grazie al numero esorbitante di esibizioni. Sul palco sono me stesso: adoro scherzare e dialogare con la gente, impostando un rapporto attraverso il quale il cosiddetto artista scende idealmente fra gli spettatori e li tira al contempo su, annullando quelle differenze di livello che nella sostanza non esistono. Non recito, e ritengo che questo si intuisca e piaccia”. Piace. E infatti di Dente si parla, con relativo interessamento di un paio di major. Il terzo album è però di nuovo indie, anche se il marchio è ora quello della Ghost. “Il disco era stato pianificato per febbraio, e con un titolo così proprio non avrei potuto non farlo uscire il 14. Come al solito volevo ricondurmi a un proverbio o a un modo di dire, ma questa volta non ho modificato parole ma solo troncato, eliminando il ‘se non è litigarello’ per trasformare il titolo in un’affermazione lapidaria. Tutto ciò che scrivo è autobiografico, ma quella frase specifica mi sembra sia condivisibile: perché l’amore è bello ma spesso fa star male, e il suo poter essere pure brutto annulla la sua bellezza assoluta”.

È diverso dai suoi predecessori, L’amore non è bello: più arrangiato, più rifinito, più compiuto. E una ragione c’è. “Gli altri due non erano stati concepiti come dischi, sono raccolte di brani composti e registrati per i fatti miei a casa, in tempi differenti, senza nemmeno sapere se qualcuno li avrebbe mai ascoltati. L’ultimo è stato invece pensato come autentico album, come una specie di esordio, e ammetto di avere avvertito un po’ di pressione perché sapevo che c’erano delle aspettative. Così ho cambiato impostazione, perfezionando il suono perché c’era l’opportunità di farlo ma evitando che ciò andasse a danno delle canzoni, della centralità dei testi o dell’immediatezza dell’impatto. Sono soddisfatto del risultato e sono anche felice di essere obbligato a proporre i nuovi pezzi, che hanno bisogno di un ben più ampio range di sfumature strumentali, assieme a una band: oltretutto non potevo continuare a presentarmi sempre nello stesso modo, rischiando di annoiare. Per le scelte creative, puntavo a un disco che suonasse classico ma senza tempo: abbiamo usato strumenti vecchi e inciso su bobina, cercando determinate atmosfere senza però cadere nella filologia pura: del resto non amo affatto le produzioni moderne, troppo spesso piatte e stereotipate. Tutto è partito da La presunta santità di Irene, che infatti apre la scaletta: l’avevo in mente esattamente così com’è venuta fuori, con quella introduzione strumentale che serve pure a spiazzare un minimo chi già mi conosceva”. All’inevitabile domanda sui suoi riferimenti stilistici, Dente dichiara di amare Donovan, non nega qualche affinità con Belle And Sebastian (“Mi piace molto il loro If You’re Feeling Sinister, dalla leggerezza quasi spiazzante”), annuisce a sentirsi indicare come suoi possibili maestri Gaber, Battisti e il primo De Gregori (“ma anche quello che ascoltavo da piccolo in macchina con i miei genitori: Bruno Martino, Sergio Endrigo, Gino Paoli, Umberto Bindi, che mi sono rimasti dentro come suggestione e che, approfondendoli in età adulta, ho imparato ad apprezzare per la grande sensibilità e qualità artistica”) e rimane un po’ perplesso quando si ipotizza che la sua scrittura sia divenuta meno giocosa e appena più seria: “Non lo so, compongo sempre di getto, ma è possibile che un logico processo evolutivo porti a giocare un po’ meno. In ogni caso l’aspetto ludico mi sembra sempre ben presente, benché magari la cura riservata agli arrangiamenti renda i pezzi meno ‘ruspanti’ rispetto alla formula chitarra/voce”. Le idee sono chiare anche per quanto riguarda il senso della propria poetica (“Scrivo per tirar fuori quel che ho dentro e che mi dà tristezza o gioia: sono storie, perché prendono spunto da cose che mi accadono, ma l’intento non è raccontare i fatti ma togliermi di dosso le sensazioni provate, come a liberarmene”) e il proprio eventuale ruolo nell’ambito del panorama nazionale: “Credo che la mia musica sia semplice e in grado di arrivare a tanti. Mi rendo anche conto di non aver fatto un disco sconvolgente e di non essere un autore rivoluzionario: non potrei mai colpire di primo acchito come Le Luci della Centrale Elettrica, per raggiungere la gente le mie canzoni necessitano forse di un minimo di ‘spinta’ in più”. E a proposito di Vasco Brondi, ai cori in una traccia e in duetto con lui nella cover di Siamo solo noi inclusa lo scorso anno nell’omaggio a Vasco Rossi del Mucchio Extra, aggiunge: “Siamo amici da tempo, abbiamo condiviso palchi e situazioni da venti euro a testa. È bravo, porta avanti un discorso personale e merita tutti i consensi che sta raccogliendo… sul piano stilistico siamo quasi antitetici, ma le nostre ispirazioni derivano dallo stesso mondo: siamo entrambi ragazzi di provincia, ci capiamo al volo”.

Indie-sÌ, indie no.Molti lo considerano così, ma è sbagliatissimo vedere nel cosiddetto indie un genere musicale. Per me essere ‘indie’ significa pubblicare dischi per un’etichetta indipendente, un fatto ‘tecnico’, benché l’idea di una categoria da contrapporre a quei quattro babbioni delle major mi faccia abbastanza sorridere. Il termine ha un po’ rotto le palle, ma se indie vuol dire fare le proprie cose in piena libertà e avere rapporti professionali con esseri umani invece che con buricrati, allora mi ci riconosco. Così come mi sta bene essere definito un cantautore, altra espressione che a parecchi non piace. Il problema dell’Italia, comunque, non è l’indie o il non-indie, parola il cui significato è oltretutto noto forse al 2 percento della popolazione: a essere deprimente è la nostra cultura musicale di massa, fatta di televisione terrificante e di quelle tre/quattro radio che trasmettono sempre gli stessi Zucchero, Ramazzotti, Tiziano Ferro, Vasco Rossi. La colpa è di tutti quelli che impediscono al pubblico di sapere che oltre a questo c’è dell’altro“.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.655 del febbraio 2009

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Dente (2009)

  1. Country Boy

    Dente sano, ma posto per una lettura da antidente (per meri motivi di gusti musicali personali) della frase di chiusura: Siamo cantautori, oltre Zucchero, Ramazzotti, Tiziano Ferro, Vasco Rossi, c’è di più. (non posto videocanzoncina, ma insomma i suddetti citati, in bocca a Dente, sono come le gambe delle donne, in bocca a Jo e Sabrina)

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