Downset

Alla fine del 2000, il cosiddetto crossover era ancora un fenomeno di vasta risonanza, del quale non solo si “doveva” ma si “voleva” anche scrivere. Fra le band più apprezzate della seconda serie (insomma: non le star, ma quelle comunque piuttosto popolari), c’erano i Downset. Ne intervistai il cantante Rey Oropeza, fra l’altro uno dei candidati a sostituire Zack de la Rocha nei Rage Against The Machine, in occasione dell’uscita di quello che sarebbe stato il loro penultimo album.

Downset copCheck Your People (Epitaph)
Presi nel mezzo della fusione Mercury/Universal, i Downset hanno dovuto attendere ben quattro anni per dare un seguito a Do We Speak A Dead Language?; quando però si sono trovati arbitri del proprio destino, lo hanno fatto legandosi alla sempre più eclettica Epitaph e consegnando alle stampe un terzo album che ancora una volta – purtroppo, non è mai abbastanza – esprime la rabbia della Los Angeles orfana dell’American Dream con un post-hardcore non veloce ma potentissimo, al quale la contaminazione con il rap conferisce un aspetto ancor più minacciosamente e disperatamente metropolitano.
Dal primo all’ultimo dei suoi quattordici brani, Check Your People è un concentrato di energia e ferocia, con il trascinatore Rey Oropeza – voce al vetriolo e testi non meno caustici – a fungere da officiante al sabba metallico di chitarre, basso e batteria. E chi volesse frettolosamente liquidare il quintetto californiano come ennesimo iscritto all’ormai affollato club del metal-rap, si ricordi che i Downset hanno realizzato il primo album nel lontano 1994 e faccia caso a come la forza e la sincerità delle loro motivazioni emergano prepotenti da ogni nota distorta, da ogni parola di fuoco, da ogni melodia perversamente abbracciata al rumore.
Forse un po’ prevedibile, ma non per questo meno efficace nella sua funzione di sveglia delle membra e delle coscienze intorpidite, Check Your People è, semplificando al massimo, una sorta di anello di congiunzione tra Rage Against The Machine e Deftones. Cardiopatici e mammolette ne stiano alla larga.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.411 del 26 settembre 2000

Strade di fuoco
Già in circolazione nella prima metà dei ‘90, quando i Rage Against The Machine dell’omonimo album d’esordio iniziavano a dettare le regole del punk-metal-rap d’assalto, i Downset hanno corso il rischio che la loro voce finisse soffocata da problemi contrattuali e giochi di potere tra major. Oggi, quattro anni dopo Do We Speak A Dead Language? e sei dopo Downset, la band di Los Angeles è tornata a nuova vita con Check Your People, rentrée di alto livello ancora nel segno del crossover stradaiolo più crudo e feroce.

* * *

Sono quasi un terno al lotto, le interviste telefoniche: per le linee spesso disturbate, per la difficoltà di conversare in una lingua che non è la propria (e senza l’aiuto di gesti e sguardi) con qualcuno che si è visto solo in foto o in video e anche per il frequente verificarsi di imprevisti: ad esempio, come nel caso dell’appuntamento con Rey Oropeza dei Downset, l’attendere per un’ora abbondante la chiamata senza potere avere la certezza che essa effettivamente arrivi, e poi sentirsi dire a mo’ di saluto, non appena alzata la cornetta, “sbrighiamoci, che abbiamo solo tredici minuti”. Alla fine i minuti saranno venticinque, seppur con il cantante che si preoccuperà parecchie volte di ribadire come il suo gruppo – comprendente anche Ares e Rogelio Lozano (chitarre), James Morris (basso) e Chris Hamilton (batteria) – rifiuti ogni compromesso e ogni calcolo per mantenersi fedele all’etica e all’istinto che fin dai primi giorni ne guidano i passi. Solo parole di circostanza? Forse. Ma le risposte secche e l’atteggiamento scazzato di Rey, e soprattutto la musica ruvida, fiera e selvaggia di Check Your People, fanno pensare il contrario.
So che non è stata colpa vostra, ma quattro anni di silenzio discografico sono davvero parecchi. Non temete che nel frattempo, vista anche la velocità con la quale viaggia la musica, abbiate perso le posizioni artistiche e di mercato faticosamente conquistate?
Oh, sì, quattro anni sono tanti. Bisogna però considerare che la band ha subito vari cambiamenti: dopo i concerti promozionali per Do We Speak A Dead Language?, nel 1996 e 1997, alcuni di noi si sono sposati, hanno avuto figli, e questo ha portato qualche distrazione e fatto sì che per un po’ i Downset non fossero il nostro principale interesse. Infine, quando già ci stavamo concentrando sul nuovo album, l’inglobamento nella Universal della nostra vecchia casa discografica ci ha ulteriormente rallentati. È vero, le cose si muovono molto in fretta, ma noi non ce ne curiamo: viviamo tutto su un piano più personale, senza farci troppo condizionare da quel che ci accade intorno, mantenendo ben stretta la nostra umanità ed evitando di trasformarci in macchine da musica e/o da soldi.
Adesso avete firmato con la Epitaph, un’etichetta che dal punk delle origini ha ampliato i suoi orizzonti fino a ingaggiare artisti tra loro diversissimi quali Tom Waits, Tricky, Buju Banton e Merle Haggard. Per voi questo marchio ha un valore speciale?
Uno degli aspetti migliori della Epitaph è il suo essere comunque al di fuori degli ambienti e delle logiche corporative: conosco l’approccio di Brett Gurewitz, mi era già capitato di lavorare con lui a metà anni ‘80. Essendo stati legati a una multinazionale abbiamo capito che le major, licenziando continuamente tutti, impediscono il formarsi di team con uno scopo più alto di quello del semplice successo per una stagione o due. E poi la Epitaph si limita a produrre dischi, non ha tentacoli in mille altri campi spesso anche poco puliti…
In ogni caso siete risorti bene: Check Your People è eccellente.
La nostra passione per la musica non si è affievolita. Sapevamo da dove eravamo partiti e dove stavamo andando, e terminare di scrivere le canzoni per completare questo disco era per noi una specie di obbligo morale. Non avevamo scelta.
L’album è, nel complesso, estremamente crudo e violento: concepite il rock solo in termini di energia e aggressività, oppure nei pezzi dei Downset potrebbe esserci anche spazio per la melodia?
In realtà non ci siamo mai posti il problema di dover suonare in un certo modo: le canzoni nascono con la massima naturalezza e il risultato non è quello che “volevamo” realizzare ma solo quello che ci siamo ritrovati in mano senza imporci direzioni precise. Alla loro maniera, molti nostri brani non mancano di risvolti melodici, ma non penso che ci metteremo mai a studiare una melodia: il nostro metodo di lavoro, basato sull’assoluta spontaneità, funziona a meraviglia, e non abbiamo nessuna intenzione di cambiarlo.
Così come, a quanto pare, rifiutate le contaminazioni elettroniche oggi in voga, preferendo il classico organico chitarre-basso-batteria-voce.
Non ho nulla contro l’elettronica: mi occupo di programmazioni da una decina d’anni, e quindi non sono certo spaventato dalla tecnologia. È solo che con i Downset abbiamo sempre utilizzato una normale batteria perchè la preferiamo: il suono è più caldo, più “vero”, specie nelle registrazioni in studio.
Non credi che il vostro stile possa essere ritenuto un po’ troppo “monolitico”, specie dalla gente che non è abituata a questo tipo di proposte?
Non so… cioè, merda, non mi importa… in giro c’è un’enorme quantità di musica e tutti possono trovare il loro pubblico. Ci sono quelli a cui il rock piace, come dici tu, “monolitico”, e anche noi ci rispecchiamo nella categoria.
Quindi siete soddisfatti della vostra evoluzione dagli inizi a oggi.
Totalmente, davvero: le canzoni di Check Your People ci convincono al 100%, sia come struttura che come impatto. Sono felice di come siamo cresciuti, passo dopo passo… se non fossi appagato da quello che faccio, smetterei.
Sei anche contento della quantità di dischi venduti o ritieni che si potrebbe fare di meglio?
Con tutta onestà, non mi fotte assolutamente nulla delle vendite.
Posso capire che non te ne preoccupi più di tanto, ma dubito che la cosa non ti tocchi: specie per un gruppo come i Downset, che non fa uso di trucchi propagandistici, le vendite sono la cartina al tornasole di quanto il “messaggio” sia stato recepito.
Mettiamola così: mi reputo un songwriter e in pratica scrivo canzoni tutto il giorno e tutti i giorni, perchè amo farlo e perchè so che ai miei amici va di ascoltarle. Rispetto ad altri che posseggono la mia stessa attitudine, l’unica differenza sostanziale è che, almeno in questi anni, il genere di brani nel quale rientrano anche i miei gode di grande attenzione a livello internazionale. Al massimo potrei dire di essere interessato a come il mondo reagisce di fronte ad essi.
E come reagisci sapendo che, per fornire un’indicazione ai miei lettori, vi ho descritto come una sorta di incrocio tra Rage Against Machine e Deftones?
Non reagisco: ho sentito centinaia di opinioni e le rispetto tutte, ma nel caso specifico non posso giudicare. Non conosco affatto i Deftones, e dei Rage Against The Machine ricordo sì e no qualche brano del primo album. Potrebbero anche essere paragoni azzeccati, ma io non lo so (non posso credergli, ma faccio finta di essermela bevuta e passo oltre, NdI).
Non puoi dirmi nulla neanche dei Soulfly, con i quali siete in procinto di partire in tour?
No, ho solo un’idea molto vaga della musica che propongono. Però Max Cavalera è un’ottima persona e un brillante autore di liriche: apprezzo moltissimo la sua consapevolezza e la sua profonda spiritualità.
Al di là dell’impulsività dei processi compositivi e delle esecuzioni, mi sono fatto l’opinione che voi non lasciate nulla al caso. Ad esempio, che significato si deve attribuire a un titolo come Check Your People?
Rivalutare tutta la propria situazione, tutta la propria vita, specie dopo un periodo particolarmente duro. È un’espressione slang, simbolica del nostro attuale momento.
I tuoi testi fanno sì che i Downset vadano inseriti nel quadro della moderna canzone “di protesta”. Sei d’accordo?
Non so… non mi interessa granchè cosa faccia il resto del mondo e non saprei darti nemmeno una definizione di canzone di protesta. Moderna, poi… Io non scrivo per protestare contro qualcuno o qualcosa, voglio solo esternare le mie emozioni e i miei sentimenti e raccontare il mio mondo interiore: i miei testi rappresentano la mia maniera di essere me stesso e nulla più.
Però hanno, o dovrebbero avere, anche una funzione comunicativa: in questo senso qual è, nei confronti di chi ti ascolta, il tuo primo obiettivo?
Non ho teorie o tesi specifiche da predicare. Ci tengo, però, a far capire che i Downset non sono il solito gruppo metal o metal-rap che mira al caos e/o alle classifiche. Spero che ciò che canto possa servire a chi ci segue, dandogli l’occasione di riflettere per migliorare la propria esistenza e quindi la nostra società. Non voglio convertire nessuno a nessuna dottrina, ma avendo vissuto duramente so bene che qualsiasi contributo costruttivo può essere utile.
Quanto la vostra musica è influenzata da Los Angeles?
Enormemente: non avremmo mai potuto essere ciò che siamo, se fossimo originari di un’altra città. Farei un’eccezione solo per New York, dove sono nate le prime contaminazioni tra hardcore e rap dalle quali siamo poi stati generati anche noi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.415 del 24 ottobre 2000

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Downset

  1. Risposte arroganti, per provenire da un gruppo di seconda-terza fascia senza alcun capolavoro (non solo album, ma persino brano) in catalogo…

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