Quest’anno importante

Esattamente un anno fa, il 9 gennaio 2013, inauguravo questo blog con un succinto post intitolato “Lavori in corso”. Il giorno dopo, un altro post contenente i primi due scritti da me pubblicati nel giurassico luglio del 1979 avviava seriamente un’avventura che si è rivelata migliore di quanto avessi immaginato. Trecento post in larghissima parte contenenti recuperi dal mio vastissimo archivio di recensioni, schede, monografie, interviste e altro, che fino a questo preciso momento mi hanno portato 183.501 visite a singole pagine, 1.795 commenti, una piazza d’onore alla prima edizione dell’Indie Blog Award dopo “Venerato Maestro Oppure” di Eddy Cilìa (ok così: non credo che, senza di lui, questo spazio sarebbe mai esistito) e ha favorito la nascita di un mio forum che, nonostante lo trascuri un po’, è abbastanza frequentato. E solo da gente a modo.
Trecentosessantacinque giorni fa, la mia vita era decisamente diversa: governavo le pagine musicali di quella che oggi è per me L’Innominabile Rivista, dirigevo un semestrale che oggi chiamo L’Apocrifo ed ero più o meno costantemente risucchiato in un delirio di impegni. Non posso dire di avere del tutto esorcizzato un passato così ingombrante, ma non ho alcun rimpianto di avere abbandonato quella barca. Anzi, ne sono strafelice, e più passa il tempo e più mi convinco che fosse la scelta più sensata da compiere (e che l’abbia compiuta nel momento giusto). Non ho perso per strada vere amicizie e, al contrario, mi sono trovato accanto persone molto più affezionate di quanto mi aspettassi. Mi piacerebbe ringraziarle tutte, ma temo di dimenticarne qualcuna… e dato che ciò sarebbe assai disdicevole, mi astengo dallo stilare elenchi: tanto loro sanno bene chi sono, così come lo sanno le nuove conoscenze che, di recente, hanno contribuito a fornirmi quantità industriali di “energy and inspiration”.
Ovviamente, non sono stato con le mani in mano: oltre a occuparmi del blog e a consolidare il rapporto esistente da tre decenni con il mensile “Audio Review”, ho varato una bella collaborazione con “Blow Up”, ho lanciato una rubrica settimanale e realizzato videointerviste per fanpage.it, ho pubblicato un nuovo libro e pianificato un bel po’ di altre cose che vedrete più avanti. Purtroppo non ho combinato granché con la RAI, ma finché esisteranno miserabili che hanno la possibilità di compensare con le raccomandazioni la propria pochezza professionale, sarà durissima. Visto che si sta festeggiando un compleanno, però, mi pare il caso di raccontare qualcosa in più a proposito de “L’ultima Thule”. Ho rivelato, anche se non ce ne sarebbe stato bisogno, di essermi ispirato a uno dei miei artisti preferiti, ma non sono mai stato prodigo di dettagli. È giunta l’ora di farlo, ma quando sarete arrivati alla fine di queste righe (se ci arriverete, è logico), non prendetemi per matto. Allora… tutto cominciò dopo avere ascoltato l’ultimo album di Francesco Guccini per scrivere questa recensione, uscita sul n.701 (dicembre 2012) de Il Mucchio Selvaggio.

Un anno copL’ultima Thule (EMI)
Metafore che non promettono nulla di buono, quelle delle quali trabocca il nuovo lavoro del Maestro Guccini, diciassettesimo (!) di inediti in quarantacinque anni di carriera discografica: dal siparietto parlato in apertura, con il reiterato invito a spegnere la luce, ai versi che non potrebbero essere più espliciti – al confronto, Stanze di vita quotidiana è un’Opera buffa – della splendida title track che non a caso chiude, è un persistente fiorire di sinistri, dolorosi presagi. Per non dire del titolo, erudito ma non proprio radioso, e della copertina sulla quale spicca un vascello – di poppa, ovviamente – perso in un mare di ghiacci. Insomma, tutto lascia pensare a un addio, certo non lieto ma in qualche modo sereno: un addio apparentemente senza rimpianti, da uomo saggio che sa bene quando si è troppo stanchi per cercare di opporsi al destino, per scagliarsi contro i mulini a vento, per avvelenarsi. E sì, d’accordo, la ricca produzione gucciniana non lesina di esternazioni di sconforto… ma qui, a far paura, sono i toni delicati assunti dalla rassegnazione e il distacco – testuale, non interpretativo – con cui il de profundis sembra essere vissuto.
Certo, sotto il profilo artistico il (presunto) congedo avrebbe potuto offrire qualcosa di più di questi otto brani come sempre impeccabili per scelta di parole e suoni – niente rivoluzioni, nella settimana di session organizzate nel famoso mulino di Pavana – ma non ai vertici della poetica del Nostro. Il livello è più o meno quello del precedente Ritratti, con l’aggraziato singolo L’ultima volta, la solenne storia di Resistenza Su in collina, la festosamente cupa Il testamento di un pagliaccio e la già citata L’ultima Thule – questa sì, capolavoro di intensità – a ergersi da la cintola in su come il Farinata degli Uberti di dantesca memoria. Non poco, ma non abbastanza per esorcizzare la mestizia: per farlo servirebbe che Francesco ammettesse di aver scherzato, rivelando col sorriso sulle labbra una ritrovata voglia di avventure.

* * *

Ho scritto il primo paragrafo esattamente così. Non di getto, è stato necessario un po’ di tempo, ma che le parole siano venute fuori in modo fluidissimo – cosa che non mi succede quasi mai, se non per frasi brevi – mi ha dato da pensare. Sì, l’ho considerato una sorta di segno del destino. Ho così approfondito le mie conoscenze sul concetto di “Ultima Thule” – ne avevo sentito parlare per la prima volta negli anni ‘70 in Via della povertà di Fabrizio De André, adattamento in italiano di Desolation Row di Bob Dylan (dove la Thule, però, non è citata) – e soprattutto mi sono reso conto di come il testo della title track gucciniana fosse una perfetta metafora del mio stesso “sentire” rispetto all’attuale situazione del mondo della musica e del giornalismo. Stupiti? Ve lo spiego per sommi capi, commentando le strofe, come si faceva (e suppongo si faccia tuttora) nei libri scolastici per le poesie e le opere in versi.

Io che ho doppiato tre volte Capo Horn
e ho navigato sette volte i sette mari
e ho visto mostri ed animali rari,
l’anfesibena, le sirene, l’unicorno.
Io che tornavo fiero ad ogni porto
dopo una lotta, dopo un arrembaggio,
non son più quello e non ho più il coraggio
di veleggiare su un vascello morto.
Dov’è la ciurma che mi accompagnava
e assecondava ogni ribalderia?
Dov’è la forza che ci circondava?
Ora si è spenta ormai, sparita via.

In trentacinque anni di professione ne ho viste di tutti i colori, fra concerti, incontri con musicisti, viaggi e quant’altro. Ero sempre pieno di entusiasmo, mi accingevo ad ascoltare ogni nuovo disco con la speranza che sarebbe stato qualcosa di decisivo, vedevo un futuro in ascesa. Da un tot l’entusiasmo non c’è più, o almeno c’è molto di rado… anche perché rilev(av)o lo stesso senso di “scazzo” nei colleghi-amici con i quali mi confrontavo. Colleghi-amici che stavo perdendo e che infatti in parte ho perso, per fortuna “solo” a livello lavorativo. Non lo razionalizzavo, ma inconsciamente “sapevo” che “il mio” Mucchio stava morendo, ucciso da un devastante mix di avidità, presunzione, inadeguatezza, arrivismo.

Guardo le vele pendere afflosciate
con i cordami a penzolar nel vuoto,
che sbatton lenti contro le murate
con un moto continuo, senza scopo.
E vedo in aria un’insensata danza
di strani uccelli contro il cielo bigio
cantare un canto in questo mondo grigio,
un canto sordo ormai, senza speranza.

Qui vedevo il dissesto della musica così come l’ho sempre amata, dal disco “fisico” ai metodi di promozione fino a tutte le mistificazioni, ma anche il crollo del giornalismo musicale e delle riviste. L’insensata danza è quella dei troppi artisti e aspiranti tali che si dimenano senza che ciò porti a nulla di concreto, ma anche quella di coloro che scrivono (di musica, ma non solo) per ragioni di ego e quindi gratis, in Rete e su carta, creando così un eccesso di informazione – assai spesso di cattiva qualità – che di fatto danneggia l’informazione professionale.

E qui da solo penso al mio passato,
vado a ritroso e frugo la mia vita,
una saga smarrita ed infinita
di quel che ho fatto, di quello che è stato.
Le verità non vere in cui credevo
scoppiavano spargendosi d’intorno,
ma altre ne avevo e giorno dopo giorno
se morivo più forte rinascevo.
E ora son solo e non ho più il conforto
di amici andati e sempre più mi assale
la noia a vuotar l’ultimo boccale
come un pensiero che mi si è ritorto.

Alla luce di quanto ho illustrato più sopra, mi sembra tutto chiarissimo: disillusione e sfiducia, totali.

Ma ancora farò vela e partirò
io da solo, e anche se sfinito,
la prua indirizzo verso l’infinito
che prima o poi, lo so, raggiungerò.
L’ultima Thule attende al Nord estremo,
regno di ghiaccio eterno, senza vita,
e lassù questa mia sarà finita
nel freddo dove tutti finiremo.
L’ultima Thule attende e dentro il fiordo
si spegnerà per sempre ogni passione,
si perderà in un’ultima canzone
di me e della mia nave anche il ricordo.

L’Apocalisse finale. La soluzione, se così si può definire? Aprire un blog battezzato “L’ultima Thule”, da portare avanti – soprattutto riciclando vecchio materiale – anche nell’ipotesi di essere obbligato a cercare un altro lavoro svincolato dalla musica. Fino al giorno della morte, perché tutti si deve morire, ed essere via via dimenticato.

* * *

Vi rassicuro: il mio umore non è più così tanto cupo e la nave – ho cambiato l’immagine della testata, visto? – non sta più precipitando nel baratro. Nessun ottimismo, non ne vedo il motivo, ma sono convinto che la difficile situazione che stavo affrontando nel giornale cui avevo dedicato un quarto di secolo della mia vita, e che comprensibilmente ritenevo “mio”, influisse eccome. “L’ultima Thule”, il blog, entra adesso nel suo secondo anno: non smetterò di postare quasi quotidianamente, ma di sicuro varierò lo schema diradando un po’ i classici articoli per proporre playlist, scalette radiofoniche, video, commenti, materiale nel complesso più “leggero”. Spero che continuerete a seguirlo e che magari propaganderete questa pagina presso amici potenzialmente interessati. Grazie di cuore per esserci, dando un senso a tutta una serie di faccende che un senso sembra davvero non averlo.

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Categorie: articoli, recensioni | Tag: | 15 commenti

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15 pensieri su “Quest’anno importante

  1. Falling in and out of love just like
    These are your important years, your life

  2. Daje, a Federi’! Grazie per questo anno di musica passato insieme e in bocca al lupo per quello che innanzi si dipana. Sono curioso di scoprire la tua nuova via.
    Ciao

  3. Massimo Parravicini

    Molto intenso, grazie a te per il tuo lavoro e la tua passione. 

    Inviato da Samsung Mobile

  4. Bel modo per ricordare (e perché no, festeggiare) un anno di blog.
    Bandiera (nera) sull’albero maestro e navigazione a vista.

  5. Mario

    Non so perchè ma me lo spettavo che Guccini ti piacesse tanto,,, Auguri al tuo blog e continu così!

    • Grazie mille! Cercherò di fare sempre meglio.
      Uno dei miei ricordi più belli legati alla mia professione è il pomeriggio trascorso con il Maestro a Via Paolo Fabbri 43, una dozzina di anni fa.

  6. io sono un tuo fedele lettore e sostenitore in ogni tuo progetto, praticamente… e come sai, ho avuto modo di ringraziarti anche per altri motivi più personali che mi hanno fatto conoscere meglio la tua persona.. grazie Federico, complimenti per i numeri del tuo blog e… avanti così 🙂 Gianni

  7. Sinceramente se c’è una cosa che mi dispiace molto è di non avere più un “posto” unico dove leggere te e gli altri della vecchia guardia come cilìa e bordone. Premesso che non conosco benissimo le vicende del Mucchio, e che non so quali siano state nel periodo post-Stefani le motivazioni del tuo addio, devo dire che trovo la rivista sempre di più a me estranea. Sarà che come età sono più vicino a voi che ai nuovi di cui intuisco la gioventù più nelle ingenuità che nella freschezza di stile, ma trovo a tratti imbarazzante l’entusiasmo profuso a piene mani per opere che definire ovvie alle volte è quasi un complimento. Questa cosa di voler fare una rivista per giovani hipsters ci puo’ pure stare, ma continuare a chiamarla Mucchio dopo un cambio di linea editoriale così marcata lo trovo a tratti truffaldino. Io dopo una gioventù a base di Rockerilla e con gli -enta passati a leggere Rumore, mi ero avvicinato al Mucchio, che da adolescente avevo classificato troppo “vecchio” come gusti musicali (e a parte te, sostanzialmente lo era), nel dicembre 2005, quello con Beck in copertina. Dentro vi avevo trovato quella varietà di musiche che altrove si faticava a leggere tutte insieme, anche se di metal e progressive si parlava proprio poco – quando anche questi generi, continuavano e coninuano a produrre cose nuove ed interessanti.
    Tutto era trattato con passione, competenza e approfonditamente, senza suonare pomposo. E poi gli articoli di cronaca e costume lo rendevano una rivista più completa delle altre – anche se non sono sempre stato d’accordo con le opinioni espresse.
    Queste cose me lo hanno fatto preferire a tutto il resto.
    Oggi la cronaca e l’attualità sono trattate poco e con meno approfondimento, la musica di cui si scrive è ormai solo indie ed elettronica, il classic rock è relegato a poche pagine che sembrano scopiazzature da wiki…resta ovviamente qualcosa di ben fatto, ma proprio poco. Per non parlare dell’ultimo extra stampato a caratteri grandi per fare pagine: i presbiti ringraziano, ma che la cosa tanfi di modo per non ridurne il volume e quindi il prezzo, beh viene da pensarlo…
    Bah.

    F

    • Extra è un tema che mi fa ancora un po’ fatica trattare, ma prima o poi qualcos’altro dirò. Del mensile non so cosa dire: non lo leggo, non lo sfoglio nemmeno e spero che sempre più persone facciano come me.

  8. Country Boy

    “la scelta più sensata da compiere (e compiuta nel momento giusto)”
    (e che ti ha reso dispiaceri ed inquietitudini e rimpianti come tutti gli addii, ma in pace con la tua coscienza, il tuo amor proprio, la tua onestà, e soprattutto in armonia con la tua professionalità, comunque essa stia “subendo” quest’addio, costretta ad essere di nuovo in lotta, a navigare in mare aperto)

  9. Pingback: Il post numero mille | L'ultima Thule

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