The Good, The Bad & The Queen

Fatico davvero a credere che dall’uscita di quest’album siano trascorsi ben sette anni. Al di là del fatto che ritengo che si tratti di un disco ingiustamente dimenticato/rimosso, credo che ciò renda in qualche modo più sensato il suo recupero.

The Good The Bad copThe Good, The Bad & The Queen (Parlophone)

All’inizio è facile rimanerci un po’ spiazzati, anche perché da una band che allinea Damon Albarn, Simon Tong (già chitarrista/tastierista dei Verve), l’ex Clash Paul Simonon e il veterano batterista afrobeat Tony Allen – con la produzione di Danger Mouse, per di più – non si sa bene cosa aspettarsi. Basta però poco, e non è solo questione di canto, per capire che The Good, The Bad & The Queen è prevalentemente un album del leader dei Blur, che come nei Gorillaz – ma qui meno – ama nascondersi e giocare con suoni, parole, melodie, arrangiamenti. Un album di alchimie musicali tendenti all’onirico e di testi dal mood non esattamente solare, che già dall’intestazione e dalla copertina di gusto apocalittico rétro dichiara la sua “inglesità”; e un album fortemente contaminato, con infinite sollecitazioni stilistiche e concettuali che vanno a confluire in un amalgama curioso e intrigante, anche se i Blur più estatici – e, quindi, i Beatles più tesi all’avanguardia pop, qui in chiave ovviamente modernizzata – rimangono il richiamo più esplicito.

C’è da perdersi, in questi quarantatré minuti di canzoni che non puntano mai all’impatto rock’n’roll ma che si insinuano piacevolmente con la loro indole malinconico-evocativa, le loro trame ipnotiche, i loro intrecci studiati eppure vivi, il loro sapersi mantenere ballate persino quando i ritmi – sotto – incalzano, il loro evidente desiderio di non-banalità; con il rischio di cadere nel lezioso sempre in agguato, ok, ma anche con mille piccoli, autentici lampi di genio e gusto – esempi: i coretti quasi doo wop in 80’s Life, il reggae dissimulato in Northern Whale, il refrain del capolavoro Kingdom Of Doom, l’imponenza controllata di quell’altro monumento che è Herculean… ma si potrebbe continuare per pagine – a rendere ancor più affascinante un incantesimo elettroacustico/elettronico capace di offrire senza soste intuizioni e deviazioni. E un’alternativa seria e concreta – mica come il pur grazioso divertissement Gorillaz! – a quanti già si sentivano orfani dei migliori Blur. Ammesso che ne esistano di peggiori, eh.

Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.630 del gennaio 2007

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Categorie: recensioni | Tag: , , | 5 commenti

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5 pensieri su “The Good, The Bad & The Queen

  1. palombella verde chiaro

    Questo disco è un vero gioiellino. Tre quarti d’ora di rara bellezza e malinconia.

  2. Sottovalutato come – a mio avviso – molti progetti di Albarn. Questo è un signor disco.

  3. donald

    il disco l’ho ascoltato ma mai approfondito, mi hai fatto venir voglia di ripescarlo (se l’obiettivo del post era quello, con me l’hai centrato in pieno) e da grande estimatore dei blur quale sono penso sia doveroso farlo, c’è anche da dire che mentre sono un grande estimatore anche del Coxon solista di cui possiedo tutti i dischi, i gorillaz e in generale quello che ho ascoltato dell’Albarn solista non mi ha mai preso, in ogni caso questo me lo riascolto sicuro

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