2013: la mia playlist

L’ho scritto decine di volte ma mai qui, visto che alla fine del 2012 il blog ancora non esisteva: con le mie liste di “album dell’anno” non ho alcuna velleità di indicare titoli fondamentali in prospettiva futura, oppure “oggettivamente” validi, oppure rilevanti in termini assoluti. È possibile che qualcuno rientrerà in una o più delle suddette categorie, ma non significa nulla: il mio obiettivo è solo quello di segnalare un tot di dischi che ho ascoltato più di altri, che mi sono piaciuti più di altri, che per qualsivoglia ragione mi hanno colpito più di altri. Sulla scelta pesano cura e diligenza, ma senza il rigore quasi scientifico che di norma guida la compilazione degli elenchi delle pietre miliari di un certo genere o fenomeno: è tutto più “easy”, e ammetto di compatire un po’ quanti ritenessero che le loro preferenze dovrebbero essere seguite come le Tavole della Legge.
Ciò chiarito, ecco i miei quindici album “preferiti”. Di tredici di essi mi ero occupato su carta e dunque ne ho recuperato le recensioni, mentre a proposito di quelli mancanti all’appello mi sono limitato a buttar giù poche righette di commento, perché scrivere un vero articolo mi pareva una forzatura. Auguri per un sereno 2014 a tutti. Cioè, a quasi tutti.

Best 2013 foto

Arctic Monkeys – AM (Domino)
Con buona pace di quanti li avevano scambiati per l’ennesima meteora, gli Arctic Monkeys sono oggi come oggi una delle poche certezze della “nuova” musica inglese, naturalmente interpretando il termine con un minimo di elasticità: ben undici anni di carriera in crescente successo e cinque album realizzati, oltretutto – e non è roba da poco – senza alcuna paura di mischiare le carte della creatività. Eclettismo e qualità delle trame sonore a parte, che tanti considerino Alex Turner il Ray Davies della sua generazione non può essere casuale: il cantante/chitarrista di Sheffield scrive con ispirazione, gusto e versatilità, e pazienza se ha più volte tradito i suoi toni british per assecondare le fascinazioni provenienti dalla sponda opposta dell’Atlantico.
Inciso appunto negli Stati Uniti (produce il solito James Ford, assieme a Ross Orton) e intitolato così per rendere omaggio all’antologia VU dei Velvet Underground, AM è un’ulteriore prova di gran pregio, che invece di porsi sulla scia dell’immediatezza pop del penultimo Suck It And See sembra volersi riallacciare alla densità dell’ancora precedente Humbug, seppur con un repertorio nel complesso più fluido e ammiccante. Il r’n’r spigoloso e frenetico degli esordi è ormai un ricordo, ma la sua energia rimane a sostenere brani che per lo più strizzano l’occhio – ma senza banalità – alle piste da ballo, fra arrangiamenti complessi, puntate-filo glam (ad esempio Arabella o I Want It All, che vantano anche bei chitarroni: Marc Bolan sorride compiaciuto) e atmosfere crepuscolari se non notturne, con le ballate seducenti ma mai sdolcinate a dominare in termini numerici. Un party da non mancare, insomma, che vede tra l’altro come graditi ospiti Josh Homme, l’ex Coral Bill Ryder-Jones, Pete Thomas e – come autore di un testo, risalente ai primi anni ‘80 – John Cooper Clarke, il vecchio poeta punk di Manchester.
Tratto da Blow Up n.184 del settembre 2013

Baustelle – Fantasma (Atlantic)
Un album complesso, stratificato e quantomai ricco di spunti strumentali, testuali e concettuali: mai i Baustelle si erano spinti così avanti nella loro costante ricerca di un pop “alto” che attinge nel passato senza per questo odorare di muffa. Una sinfonia avvolta in atmosfere torbide e qua e là inquietanti, che sorprende per imponenza, inventiva, coraggio.

Anna Calvi – One Breath (Domino)
Si presume che per Anna Calvi sarebbe stato facilissimo “orientare” certe sue naturali inclinazioni stilistiche e sfruttare la propria avvenenza per diventare una megastar del pop di gran classe: qualche ammiccamento, un utilizzo furbetto della chitarra “alla Tarantino”, una scrittura meno d’élite… ed ecco pronto una specie di trait d’union tra Kylie Minogue e Raveonettes, perfetto per dominare le classifiche di tutto il mondo. Lei, però, aveva evidentemente idee diverse e, forte dei premi e dei notevoli consensi di critica raccolti dall’esordio omonimo del 2011, non ha voluto fare calcoli di convenienza, scegliendo invece di assecondare la sua Musa più creativa e coraggiosa. Non è indicativo il singolo Eliza, ibrido sofisticato e accattivante di morbidezza e solennità avvolto in atmosfere se non notturne almeno crepuscolari: le altre dieci tracce in scaletta si muovono lungo traiettorie diverse, sperimentando soluzioni altrettanto (o forse più) magnetiche e affascinanti che non hanno tra i loro requisiti l’immediatezza.
Non si pensi, però, a un album “faticoso”: un po’ impegnativo magari sì, ma la bellezza, il carisma e la qualità artistica che prorompono da One Breath, affini a quelli di Anna Calvi ma ancor più palesi, rendono la sua miscela di pop, post-punk, rock, spunti vagamente classicheggianti e suggestioni cinematografiche del tutto meritevole dell’attenzione che richiede per esercitare la sua forza attrattiva. Sarebbe davvero strano se l’oggi trentatreenne cantante, chitarrista e songwriter britannica non consolidasse ulteriormente il suo ruolo nelle gerarchie musicali, se non sul piano commerciale di sicuro per il pubblico interessato a qualcosa di più intenso e brillante di melodie facili e arrangiamenti banali. Non è come le altre, Anna Calvi, e One Breath prova inequivocabilmente la sua eccezionalità.
Tratto da AudioReview n.347 dell’ottobre 2013

Julian Cope Revolutionary Suicide (Head Heritage)
Ogni volta che si ha notizia dell’uscita di un nuovo album di Julian Cope, la domanda che ci si pone è sempre la stessa: “ok, ma che tipo di album?”. Questo perché da un paio di decine d’anni l’eccentrico e geniale Arcidruido, discograficamente autarchico con il marchio Head Heritage, alterna lavori filo-sperimentali e opere all’insegna di un metal tanto crudo quanto cupo, recuperi dagli archivi e raccolte di canzoni psycho-pop-rock grossomodo in sintonia con la sua identità sonora più nota e documentata. Revolutionary Suicide appartiene all’ultima categoria e si pone dunque sulla scia di Citizen Cain’d (2005), You Gotta Problem With Me (2007), Black Sheep (2008) e soprattutto Psychedelic Revolution (2012), del quale può reputarsi – in virtù della comune visione politico-sociale rivelata nei testi – il vero e proprio seguito. E che le session siano state ultimate il giorno della morte di Margaret Thatcher suona quasi come una benedizione.
Suddivisa come da consolidato vezzo in due CD nonostante uno solo sarebbe stato sufficiente, l’ultima follia del musicista inglese mette quindi in fila (una fila storta, però) undici “ballate” elettroacustiche a tratti screziate di elettronica, ora scarne e ora più corpose, dove non mancano le aperture pop e il folk tribale (immaginate un David Peel meno sguaiato e più visionario) così come l’abituale senso di incompiutezza. L’ennesimo inno alla Cope-itudine, insomma, che in questa circostanza sembra anche globalmente più ispirato e a fuoco rispetto a quanto realizzato nel Terzo Millennio.
Tratto da Blow Up n.184 del settembre 2013

Fast Animals And Slow Kids – Hybris (Woodworm)
Due anni dopo Cavalli, uscito per la Iceforeveryone di Appino e prodotto dallo stesso frontman degli Zen Circus con l’aiuto di Giulio Favero, per i Fast Animals And Slow Kids sembra giunto il momento di fare (ancor più) sul serio. Disponibile in tre formati (download gratuito, CD marchiato dalla Woodworm, vinile della To Lose La Track), Hybris segna infatti gli ulteriori sviluppi di uno stile che attinge nel miglior emocore così come nell’inesauribile serbatoio del rock alternativo/trasgressivo americano, con l’importante contributo di testi in italiano dove l’espressione del disagio interiore diventa poesia. Rispetto al debutto, il nuovo disco – curato in studio da Andrea Marmorini – vanta un suono meno secco e più denso e policromo (sporadicamente, oltre alle melodie, affiorano violini e fiati), evoluzione che marcia in parallelo a quella di una scrittura ora maggiormente articolata ed efficace: abbastanza per confidare che il quartetto perugino, che fra le sue qualità possiede anche un formidabile impatto live, si affermi su più vasta scala.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.704 del marzo 2013

John Grant – Pale Green Ghosts (Bella Union)
Non tutti rimasero subito folgorati da Queen Of Denmark, l’album con cui John Grant inaugurò nel 2010 la carriera solistica – dopo una quindicina d’anni alla guida degli Czars – mettendo dolcemente a nudo i suoi disagi e drammi personali. A tanti altri, io fra loro, perché scattasse l’amore servirono i concerti successivi all’uscita, straordinari incantesimi di comunicazione emotiva dove l’artista di Denver si (im)poneva in perfetto e mai precario equilibrio fra spessore e fragilità: un autentico trionfo del sentimento e della bellezza, in grado di abbagliare, rapire, a tratti persino togliere il fiato.
Logico, insomma, che sul nuovo Pale Green Ghosts si concentrassero molte attese. Meno logico – ma del tutto in sintonia con l’indole del musicista – che Grant operasse alla sua formula netti cambiamenti: addio (ma magari sarà un arrivederci) ai Midlake che così bene lo avevano accompagnato, e al Texas dove l’album era stato inciso, a favore della lontana Islanda e della produzione di Biggi Veira dei Gus Gus. Incoerenza? Niente affatto, dato che il Nostro non aveva mai negato la sua passione per l’elettronica (in particolare quella pop dei primi anni ‘80): passione che ora prorompe da undici canzoni comprensibilmente meno folk nel senso tradizionale del termine ma comunque ricchissime di colori, dove l’approccio sintetico è sviluppato con brillantezza e classe, oltre che abilmente bilanciato con quella (misurata) grandeur che di Queen Of Denmark era uno degli elementi più fascinosi. A rendere Pale Green Ghosts almeno ugualmente riuscito è però soprattutto il livello della scrittura (musiche e testi, va da sé), che seduce e obbliga ad approfondirne ogni particolare, con inevitabili applausi di stupore e ammirazione. Come quando, in quella GMF che è solo uno dei tanti capolavori della scaletta, il vellutato ritornello “I am the greatest motherfucker that you ever goin’ to meet” fa pensare che di bastardi come John Grant se ne vorrebbero incontrare tutti i giorni, e più di una volta al giorno.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.704 del marzo 2013

Simona Gretchen – Post-Krieg (Disco Dada)
Non si potevano nutrire dubbi sul fatto che il secondo album di Simona Gretchen sarebbe stato diverso, anche molto diverso, da Gretchen pensa troppo forte: troppo (appunto!) particolari le dinamiche personali e creative che nel 2009 erano confluite in quel folgorante debutto (fra le altre cose, “esordio italiano dell’anno” al PIMI), troppo speciale la sua titolare per ripetersi dopo anni di concerti, collaborazioni, esperienze di ogni genere. Non ci si poteva nemmeno attendere, però che il ritorno della cantautrice faentina si sarebbe accompagnato al suo addio, come da esplicito comunicato diffuso lo scorso dicembre: non un ritiro dalla musica e dalle scene bensì un addio a una vicenda artistica che è nata, si è sviluppata e si è consumata com’era naturale che fosse perché, per dirla con Young e Cobain, “è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”. Detto quello che aveva da dire, Simona Gretchen si congeda: ciò che in futuro farà Simona Darchini non sarà mai la stessa cosa.
Otto tracce per nemmeno ventisette minuti, Post-Krieg è, ovviamente, un punto di non ritorno: trame più compatte e convulse, tonalità sempre in Do minore (non a caso, quella di tanti requiem), voce declamatoria posta all’interno dell’impasto strumentale e non “sopra” di esso, testi tanto tormentati quanto liberatori che non rinunciano all’omaggio letterario. Un concept monolitico, ma comunque ricco di numerose e belle sfumature, che affascina e turba, non rinnegando il mondo di Gretchen pensa troppo forte ma rileggendolo in chiave più austera, coesa, non priva di tratti  quasi misticheggianti. Un disco breve ma densissimo che scorre come lava e che semplicemente inchioda con il suo evocativo magnetismo: non è da tutti concepire un affresco così intriso di sentimento, di quelli che magari non si comprendono appieno ma che comunque partecipano la netta, inequivocabile impressione di voler comunicare qualcosa di importante. A metà fra la ieratica dolcezza di un mantra e la violenza di un esorcismo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.703 del febbraio 2013

King Krule – 6 Feet Beneath The Moon (XL)
Per la serie “i tempi che cambiano”… Esattamente trent’anni fa, nel 1983, usciva il primo (mini)album di Billy Bragg, venticinquenne britannico con trascorsi nel gruppo punk/r’n’r Riff Raff (all’attivo alcuni 45 giri) che si proponeva come un moderno Woody Guthrie e che, salendo (da solo!) sul palco voleva essere “i Clash”. Oggi, sempre Oltremanica, a debuttare in lungo è l’appena diciannovenne Archy Marshall, ovvero King Krule (e prima Zoo Kid), che al Bragg degli esordi è però accostabile quasi solo per la voce notevolmente profonda e per la tendenza all’essenzialità: diverso, inevitabilmente, è l’approccio stilistico, per via dell’acqua passata sotto i ponti negli ultimi tre decenni e di un background che, al di là della scrittura comunque “da cantautore”, è legato al dubstep, alle produzioni “da cameretta”, a un pop dagli umori soul che mostra però anche connotati cupi e ruvidi molto vagamente alla Tricky. Riuscendo a immaginare un James Blake in versione torbida e sotterranea, ovviamente senza lustrini, il quadro dovrebbe essere più chiaro.
6 Feet Beneath The Moon arriva dopo tre singoli ufficiali editi fra il 2010 e il 2012 e porta il marchio prestigioso della XL Recordings, segno inequivocabile di come il giovanissimo musicista abbia ben seminato tanto in termini di sostanza quanto di immagine pubblica. I quattordici brani che vi sfilano, per lo più rarefatti, avvolgenti e torpidamente ipnotici (solo A Lizard State presenta trame più movimentate), non brillano per immediatezza, ma una volta presa confidenza con il loro mood notturno e con l’impostazione canora sgraziata è possibile che rivelino pronunciate capacità suggestive. Il talento non manca, dunque, benché sia indirizzato in modo insolito e a tratti destabilizzante; in ogni caso, scommetteremmo che di questo ragazzino terribile si sentirà parlare, non necessariamente in ambiti di nicchia.
Tratto da AudioReview n.346 del settembre 2013

Il Muro del Canto – Ancora ridi (Goodfellas)
Nei ventuno mesi successivi all’uscita del primo album L’ammazzasette, Il Muro del Canto è diventato quasi un’istituzione del panorama musicale (e di costume) capitolino: alcune migliaia di copie vendute, un’infinità di concerti sempre affollati nel Lazio (e con qualche puntata fuori dalla regione), un’esplosione di simpatia se non di autentico amore che ha reso il sestetto elettroacustico – singolare l’organico: chitarra acustica, chitarra elettrica, fisarmonica, basso, batteria essenziale suonata in piedi e voce profonda – un fenomeno che ha tutte le carte in regola per affermarsi a livello nazionale e non solo locale.
A favorire il processo sarà senz’altro utilissimo questo secondo lavoro, tra l’altro mixato da un tecnico di valore assoluto come Tommaso Colliva (si avvalgono della sua perizia, ad esempio, Calibro 35 e Muse), che si muove ancora sul terreno della contaminazione fra folk e rock (ma l’asse pende ora più verso il secondo), con testi in romanesco che affrontano brillantemente, in ottica popolaresca, temi sociali, sentimentali e di vita vissuta. Un album che sprigiona autenticità da ogni nota e ogni verso, e che con le sue dodici tracce – nove autografe, l’adattamento in romano di Intanto il sole si nasconde di Stefano Rosso e due monologhi – fotografa in modo appassionato, vivo e interessante, benché con toni un po’ foschi, una romanità bella e poetica: la stessa di Gabriella Ferri, Pierpaolo Pasolini o al limite Aldo Fabrizi, per intenderci, e non quella dei tipici coatti. E in brani melodiosi e assieme trascinanti quali Il canto degli affamati, Arrivederci Roma (che con quella di Rascel ha in comune solo il titolo) e la title track, o nella più lirica Strade da dimenticà, i piccoli e grandi disagi quotidiani sposano con equilibrio e grande efficacia disillusione, epica e autoironia.
Tratto da AudioReview n.348 del novembre-dicembre 2013

My Bloody Valentine – m b v (m b v)
Proprio nessuno, è lecito ritenere, si sarebbe aspettato che il ritorno di Kevin Shield ventun anni dopo il formidabile Loveless avrebbe prodotto qualcosa di rivoluzionario o epocale: al contrario, quasi tutti temevano una cocente delusione. Benché prevedibilissimo, m b v ha invece offerto eccellenti (e non solo buone) vibrazioni, tanto sul piano della scrittura quanto sotto il profilo del suono. Un viaggio nel passato, ma di quelli dai quali non si ritorna annoiati.

Teho Teardo & Blixa Bargeld – Still Smiling (Specula)
Mauro “Teho” Teardo ha avviato ufficialmente la sua carriera oltre un quarto di secolo fa, e fino agli ultimi anni ‘90 si è mosso – accanto a colleghi anche stranieri e con diverse sigle: Meathead, Here e Matera le più note – fra rock alternativo e avanguardia; nel 2000 ha poi iniziato a lavorare nell’ambito delle colonne sonore per la televisione, il teatro e il cinema, guadagnandosi la stima di vari registi (Salvatores, Chiesa, Sorrentino, Vicari, Molaioli e altri: fra gli score da lui firmati ci sono quelli per Il divo, Lavorare con lentezza, Diaz, La ragazza del lago e L’amico di famiglia) nonché di un’icona assoluta quale Ennio Morricone, che ha vergato di suo pugno una nota di presentazione nell’antologia Soundtrack Work 2004-2008. Anche Blixa Bargeld si è occupato di musiche per immagini, ma la sua grande notorietà mondiale è legata agli Einstürzende Neubauten – da lui fondati a Berlino Ovest nel 1980 – e alla sua ventennale attività di (non solo) chitarrista nei Bad Seeds di Nick Cave. Due artisti che di primo acchito possono apparire difficili da amalgamare ma che, a ben vedere, vantano molte affinità e compatibilità; e questo loro esordio assieme, concepito superando con amore e dedizione problemi geografici e di impegni professionali, lo conferma con la massima chiarezza possibile.
A dispetto di un’immagine di copertina autoironica – si pensa a Collodi ma anche al Dadaismo, il tutto ammantato di riferimenti allo spiritismo – che non conoscendo i protagonisti potrebbe magari suscitare dubbi sulla serietà del progetto, Still Smiling è un album al 100% compiuto, oltre che dotato di notevoli attrattive e di una sua singolare godibilità. La formula è giocata sulle intense suggestioni della voce bassa e morbida di Blixa, mai spinta e sempre espressiva, e di trame strumentali all’insegna della pacatezza e di una (relativa) rarefazione, nelle quali confluiscono assortite chitarre e tastiere, equilibrati arzigogoli elettronici e gli archi di Martina Bertoni (violoncello), del Balanescu Quartet e di Elena De Stabile (violino). Sono cinquantacinque minuti – alcuni in più nella stampa in doppio vinile, con tredici brani invece di dodici – che sfilano avvolgenti – benché spesso evocativi di una fascinosa inquietudine – in un incontro di scansioni ritmiche mai troppo accentuate, di un’attenzione maniacale al dettaglio, di testi che spaziano fra l’inglese, il tedesco e un’italiano curioso ma non per questo caricaturale. Mutatis mutandis, ci si trova a imbastire analogie con il Songs For ‘Drella realizzato nel lontano 1990 da John Cale e Lou Reed per rendere omaggio al loro mentore Andy Warhol, con scenari mitteleuropei al posto di quelli newyorkesi ma con lo stesso amore per certa avanguardia classicheggiante e per un gusto narrativo legato al concetto di canzone ma nient’affatto schiavo dei suoi dogmi: aspettatevi, insomma, belle melodie, ma dimenticatevi più o meno sfacciati ammiccamenti al pop. Indicativa la A Quiet Life, qui ripresa in altra versione, che tre anni lanciò la collaborazione della “strana coppia” per il soundtrack di Una vita tranquilla di Claudio Cupellini.
Collocabile da qualche parte, e non potrebbe essere altrimenti, fra le atmosfere cinematografiche (ma, forse, più teatrali) e gli Einstürzende Neubauten meno rumorosi e taglienti, Still Smiling è un disco di raro impatto estetico ed emotivo. Un ammaliante, magnetico matrimonio tra ispirazione, profondità, eleganza.
Tratto da AudioReview n.344 del giugno 2013

Universal Daughters – Why Hast Thou Forsaken Me? (Santeria)
In epoca pre-Internet un disco come questo non si sarebbe potuto fare, o quantomeno la sua realizzazione sarebbe stata faticosa e dispendiosa, con contatti iniziali non facilissimi, nastri multitraccia spediti per posta convenzionale e un’infinità di piccoli e grandi ostacoli pratici. Grazie alla rapidità della Rete, oltre che alla fama internazionale conquistata dai Jennifer Gentle con i due album marchiati dalla Sub Pop (a proposito, The Midnight Room ha ormai cinque anni sulle spalle: non sarebbe ora di un “vero” nuovo disco?), Marco Fasolo – che dell’instabile band padovana è l’unico titolare – ha potuto togliersi uno sfizio non da poco. Che poi, a ben vedere, non è esattamente uno sfizio, dato che i proventi di Why Hast Thou Forsaken Me? saranno devoluti a un’organizzazione che fornisce aiuto a bambini gravemente ammalati. E non è neppure l’ennesima robetta un po’ zoppicante sotto il profilo artistico, anche se le premesse – in scaletta solo cover, peraltro quasi sempre di pezzi non proprio famosi – legittimerebbero qualche dubbio.
La verità, nuda e cruda? I risultati, in bilico fra assortite radici a stelle e strisce – gospel, soul, country, pop alto… – e avviluppati in un’aura antica e appena spettrale, sono straordinariamente intriganti e godibili: per la “regia” di Fasolo e del produttore Jean-Charles Carbone, per la perizia dei loro fiancheggiatori (da Alessandro “Asso” Stefana a un paio dei Mamuthones) e per un fantastico parterre de roi di cantanti dove si alternano – uno per brano – Chris Robinson, Jarvis Cocker, Mick Collins, Alan Vega, Baby Dee, Mark Arm, Lisa Germano, Stan Ridgway, Swamp Dogg, Steve Wynn, Gavin Friday e i Verdena. Why Hast Thou Forsaken Me? è uno scrigno di sorprese, una magia rétro nella quale la “psichedelia” è attitudine invece che musica. Fatevene stregare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.705 dell’aprile 2013

Virginiana Miller – Venga il regno (Ala Bianca)
Godono di un ampio seguito di culto e della stima incondizionata di molti colleghi e addetti ai lavori, i Virginiana Miller: sei album di studio compreso questo (più uno dal vivo) negli ultimi sedici anni di carriera, l’attività parallela di scrittore del frontman Simone Lenzi e il costante impegno a 360 gradi non sono stati sufficienti a dare al gruppo consensi pari a quelli di altri esponenti del cosiddetto rock d’autore. Sarà colpa della scelta delle etichette discografiche, dell’impostazione canora che taluni trovano eccessivamente enfatica o della nuvola nera che spesso è fedele compagna dei livornesi (senza scomodare Piero Ciampi, basta citare Bobo Rondelli), ma finora i ragazzi, si fa per dire, sono un bel po’ in credito con la sorte.
Potrebbe darsi, e tutti ce lo auguriamo incrociando al contempo le dita, che Venga il regno sarà l’album del riscatto: un management serio, una label rodata e la vittoria al “David di Donatello” con il brano “Tutti i santi giorni (dall’omonimo film del concittadino Paolo Virzì, per di più tratto da un romanzo dello stesso Lenzi) sono basi ideali per il sostegno di un disco dove l’ispirazione dei testi – letterari, ma non nel senso snob del termine – marcia in parallelo alla ricercatezza e all’eclettismo delle trame strumentali. Un’eleganza intrigante e nient’affatto ostentata o forzata, quella del sestetto toscano, che impreziosisce undici brani di grande pop-rock italiano, privo di cadute nel banale e costantemente teso verso un’espressività “alta” che non respinge bensì attrae con la forza evocativa delle parole, delle melodie, degli arrangiamenti. Nonché con l’autorevolezza di uno stile che, al di là delle occasionali vicinanze non necessariamente volontarie a quelli di alcuni illustri colleghi (da Rondelli a Giulio Casale fino ai Baustelle, per fare qualche esempio) ha il pregio non comune di brillare di luce propria.
Tratto da AudioReview n.346 del settembre 2013

Jonathan Wilson – Fanfare (Bella Union)
Jonathan Wilson non ha legami di parentela con Steven Wilson, mente dei Porcupine Tree (e di vari altri progetti) nonché produttore/ingegnere del suono rinomato per i suoi restauri d’autore (King Crimson, Jethro Tull, XTC), ma nonostante le profonde diversità di stile e approccio potrebbero essere in qualche modo considerati “fratelli di musica”. Certo, Jonathan – di sette anni più giovane, trentanove contro quarantasei – è americano e non inglese e si sente, ma le affinità ideali ci sono eccome. Prendete ad esempio la copertina di questo suo secondo album, che arriva due anni dopo l’apprezzatissimo Gentle Spirit, e provate a negare che la sua esplicita citazione di una cosina da nulla come la “Creazione di Adamo” della Cappella Sistina – ci sarà di mezzo l’ironia, ok, ma… – non sia una trovata “alla Steven”. E poi, per continuare (e chiudere) con il gioco dei cognomi, non potrebbero essere entrambi figli di Brian e nipoti di Dennis? A grandi linee, mettiamola così: se Steven è il più accreditato erede delle tradizioni progressive britanniche, che recupera in chiave rivitalizzata e aggiornata, Jonathan è il suo pari per quanto concerne la gloriosa scena della West Cost. Oltre al lavoro (anche) dietro il mixer, nella tabella delle analogie si possono quindi annotare l’amore per gli anni ‘70, il desiderio di allestire trame sonore complesse e imponenti, il perfezionismo e la predisposizione alle collaborazioni: nei settanove minuti di Fanfare, la parata di illustri ospiti vede Roy Harper (co-autore di vari pezzi), David Crosby, Graham Nash, Jackson Browne, Mike Campbell e Benmont Tench degli Heartbreakers di Tom Petty, Pat Sansone dei Wilco e l’ex Fleet Foxes J. Tillman, nomi che dovrebbero essere più che sufficienti a dimostrare la stima della quale il Nostro gode fra i colleghi.
Chi conosce Gentle Spirit, a suo tempo “disco del mese” sulle nostre pagine (come pure, sei mesi fa, l’ultimo di Steven, tanto per giocare ancora sui parallelismi…) non rimarrà spaesato: al di là della maggiore raffinatezza che tuttavia non degenera in retoriche ridondanze, nonché dell’acquisita piena convinzione che la formula è valida e che, dunque, si può alzare l’asticella, Fanfare si muove negli stessi ambiti del predecessore: una terra magica dove evocative alchimie folk incontrano avvolgenti fragranze psichedeliche, prediligendo strutture dilatate e visionarie ma concedendosi occasionalmente soluzioni ritmiche più accese e in un caso – Love To Love, che con i suoi 4:11 è il pezzo più breve in scaletta – persino accattivanti armonie pop-country-rock che strizzano l’occhio all’airplay. Costruito attorno a un pianoforte a coda Steinway, perno di un’imponente strumentazione dove si alternano e si fondono voci, corde, ottoni, archi e qua e là un’intera orchestra, la replica di Wilson rischia seriamente di mettere in ombra il memorabile esordio: l’effetto-sorpresa naturalmente è svanito e taluni potrebbero rilevare la tendenza a specchiarsi, ma la classe, il gusto e l’espressività delle tredici tracce – sette delle quali superano i sei minuti di durata – strappano comunque applausi. Che lo si chiami sinfonia o magari, per attenersi alla già menzionata immagine di copertina, “affresco”, quanto organizzato dell’eclettico artista del North Carolina ha tutto ciò che occorre per garantire grandi soddisfazioni sonore ed emotive. Legittimo attenderselo, del resto, da un disco che viene istintivo collocare fra il primo David Crosby solista e certi Pink Floyd dei Seventies, benché in momenti come Fazon o New Mexico volteggino i mai abbastanza lodati Traffic.
Tratto da AudioReview n.347 dell’ottobre 2013

Steven Wilson – The Raven That Refused To Sing (K-Scope)
Magari l’affermazione sembrerà irriguardosa, ma Steven Wilson è una sorta di Robert Fripp della sua generazione. Non per la tecnica chitarristica, della quale è comunque dotatissimo, ma per l’iperattività creativa, per la capacità di allestire progetti ed elaborare idee, per il perfezionismo maniacale: non è certo un caso che proprio Fripp gli abbia affidato le chiavi del suo regno – ovvero, i master dei King Crimson da remixare – lasciandolo libero di governarlo a suo piacimento; e inoltre, lo si voglia o meno, i suoi Porcupine Tree sono stati la band-cardine del rock progressivo dell’ultima quindicina d’anni. Dopo aver congelato chissà fino a quando la sua “creatura” più famosa, il polistrumentista inglese ha adesso dato vita al terzo capitolo della sua produzione solistica: sei composizioni lunghe dai cinque ai sedici minuti che mettono in scena una revisione in chiave moderna dello spirito prog classico dei ‘70: trame ricche e articolate ma non goffamente ridondanti, ceselli che rimandano al jazz e al folk, atmosfere evocative seppur spesso “turbate” da fremiti rock, voce usata con parsimonia, competenti e affettuosi richiami al Re Cremisi, ai Van Der Graaf Generator e ai migliori Yes, il tutto con un suono allo stato dell’arte hi-fi (esiste persino l’edizione Blu-ray). Per taluni un Inferno, per altri il più accogliente dei paradisi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.703 del febbraio 2013

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Categorie: playlist | 7 commenti

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7 pensieri su “2013: la mia playlist

  1. Gian Luigi Bona

    Grande Federico !
    Tutti consigli Preziosissimi
    Buon Anno !!!

  2. Loredana

    Lo scorso luglio sono stata al concerto dei Baustelle a Como e con ammirazione ho constatato che dal vivo la potenza musicale di Fantasma si è moltiplicata. Un gran bel concerto.
    Buon anno!

  3. io voto john grant, king krule e i virginiana miller!!

  4. il barman del club

    sono concordo con molte tue scelte… in fondo se ad ogni anno si stilano anche per gioco delle classifiche, è perché la musica non potrà mai morire!

  5. donald

    voto my bloody valentine e wilson (che bella la titletrack e il relativo video animato) a proposito, album preferito dei porcupine tree? il mio è in absentia, probabilmente nella mia top 10 dei miei dischi preferiti di sempre

    • Dal 1995 al 2005 è difficile scartare qualcosa. Di sicuro “In Absentia” è uno dei massimi vertici. io ho un affetto particolare per “The Sky Moves Sideways”.

      • Gian Luigi Bona

        Io ho scoperto i Porcupine Tree solo quest’anno !!!
        Imbarazzante ma ho intenzione di recuperare !!!

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Il primo blog di Eddy Cilìa

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Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

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