Noir Désir

Drammatica oltre ogni immaginazione, la vicenda che nell’estate del 2003 portò Bertrand Cantat, frontman dei Noir Désir, dalle pagine musicali a quelle della cronaca nera. Lungi da me rievocarla in questa sede: molto meglio riportare i riflettori su questo bellissimo disco, che purtroppo sarebbe stato anche l’ultimo di studio della band francese.

Noir desir copDes visages des figures (Barclay)
Oltre un milione di copie vendute e un “Grammy Award” come miglior album rock francese del 2001 sono le credenziali di quest’ultimo lavoro – il settimo in quindici anni di attività discografica, compresi un live e una raccolta di remix – dei Noir Désir, ora pubblicato ufficialmente in Italia nove mesi dopo l’uscita in patria. Non c’è però da stupirsi del ritardo, sia alla luce dei rapporti di opzioni che legano le consorelle di una multinazionale e sia perché da noi il quartetto transalpino paga una notorietà solo di culto e più in generale una certa diffidenza di pubblico e media – che comunque va per fortuna scemando – nei confronti del rock europeo; c’è invece da gioire che il disco sia alla fine giunto nei nostri negozi (al prezzo imposto di 15 euro), considerato come il suo spessore artistico e la sua profondità lo rendano assai più meritevole di tanto sopravvalutatissimo ciarpame pseudo-indie angloamericano.
Sotto il profilo stilistico, pur basandosi sulla classica strumentazione due chitarre/basso/batteria, Bertrant Cantat e compagni non sono affatto un “tipico” gruppo rock: prediligono infatti tempi abbastanza dilatati e un’impostazione canora enfatica ma mai stucchevole, non si spaventano quando occorre di flirtare con l’elettronica e sembrano mirare a contaminazioni senza vincoli che peraltro non perdono (quasi) mai di vista il concetto di canzone, oltretutto imbevuto di una letterarietà autorevole ma non tronfia della propria ricchezza. Minimo impatto fisico, dunque (fa eccezione Son style 1, due minuti al confine con il punk), e massima attenzione alle melodie oblique sporcate di dissonanze, alla ricerca di atmosfere ombrose e in qualche modo velate di decadentismo, al desiderio di evocare suggestioni intense attingendo nel serbatoio della tradizione: si pensi a Le grand incendie, in sostanza un blues, ma di una razza molto speciale; alle malinconiche e carezzevoli ballate Le vent nous portera (con Manu Chao alla chitarra) e A l’envers à l’entroit, francesi fino al midollo; alle drammatiche Des armes (costruita attorno a un testo di Leo Ferrè) e Bouquet de nerfs, che omaggiano la più nobile chanson; alla complessa e classicheggiante title track; alla conclusiva L’Europe, più di ventitré minuti di libere convulsioni jazz sulle quali si innestano le affascinanti recitazioni di Cantat e della splendida ospite Brigitte Fontaine.
Attualissimo ma con un tocco di antico, Des Visages des Figures è un capolavoro di poesia e buon gusto. Avendo un cuore, e apprezzando il genere (quale?) cui fa riferimento, è difficile non innamorarsene.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.489 del 4 giugno 2002

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