Isis

Ieri si è parlato dei King Crimson, e… prendetemi pure per matto, ma ritengo che gli Isis potrebbero non dispiacere a un tot di fan di Robert Fripp e compagni. Naturalmente sono band diversissime fra loro, e anche solo per accettare l’idea di provare a verificarne le affinità occorre notevole apertura mentale, ma… vabbè, insomma, avete capito: gli Isis meritano attenzione. È davvero un peccato che, dopo aver realizzato un ulteriore album, si siano sciolti.

Isis copIn The Absence Of Truth (Ipecac)
C’era una volta il crossover: questo il termine, oggi assai desueto, con il quale a cavallo tra ‘80 e ‘90 si era soliti etichettare la musica di scuola metal che azzardava contaminazioni con altri generi, nel lodevole sforzo di conferire nuova linfa a uno stile hard “classico” – seppur non privo di variazioni sul tema-base – venerato da caste di aficionados ma tacciato di immobilismo e ottusità, dai non adepti al culto. Crossover come incrocio, come ricerca di soluzioni ibride e stimolanti: una formula che per un bel po’ ha funzionato alla grande, prima di diventare maniera e arenarsi nella palude del nu-metal di largo consumo. Non è improprio, insomma, riesumare la (gloriosa) definizione per gli Isis, quintetto bostoniano di nascita ma californiano di adozione appena giunto ai dieci anni di un’attività intensa e frenetica, per vivacità creativa così come per una produzione discografica che ai quattro album convenzionalmente intesi affianca una frastagliata mole di uscite “parallele”.
Di tale brillante carriera, illuminata da una coerenza che come già detto non è però sinonimo di staticità, In The Absence Of Truth rappresenta il momento più complesso e globalmente maturo, oltre che il più accessibile: il naturale approdo, ovviamente in attesa di ulteriori evoluzioni, di un percorso inaugurato sotto il segno dell’hardcore “metallico” (Celestial, 2001) e proseguito – dopo l’ingresso nella scuderia della Ipecac di Mike Patton, che del crossover fu non a caso, alla guida degli straordinari Faith No More, uno degli inventori – fra aperture all’elettronica, alla psichedelia, al post-punk e a certe forme di avanguardia “ambientale”, come testimoniato dagli eccellenti Oceanic (2002) e Panopticon (2004). Mai come in questo quarto capitolo, infatti, gli Isis erano stati tanto inclini alla melodia, seppur nel pieno rispetto di un’espressività che non disdegna l’irruenza ritmica, l’asprezza chitarristica, lo sporadico ricorso a “ruggiti” canori che rimandano al grind, le atmosfere solenni e intrise di inquietudine dark, l’elaborazione di una proposta che sfugge la canonica forma-canzone a favore di strutture articolate e progressive (nel senso originario di progredire e senza alcuna deriva barocca): ne è prova il fatto che ben sette delle nove tracce della scaletta viaggiano attorno agli otto minuti di durata media, e che l’unica che sulla carta si potrebbe ritenere “pop” (All Out Of Time, All Out Of Space, 3’03”) è invece un pacato ma allucinato coacervo di sibili e rumori. Riferimenti? Volendo generalizzare, le compagini più note che si prestano a paragoni sono Tool e Neurosis, ma non sarebbe assurdo – almeno per alcuni aspetti – vedere nel sound di Aaron Turner e compagni una versione aggiornata a questi tempi ancor più apocalittici del trance rock fiorito due decenni fa a Los Angeles grazie a gruppi quali Savage Republic, 17 Pygmies, Party Boys, Drowning Pool o Red Temple Spirits ed etichette come Independent Projects e Nate Starkman & Sons. Insomma, un sound nella quale convivono fisicità e forza evocativa, che sa avvolgere/trascinare con le sue trame ipnotiche, le sue audaci geometrie, il suo fascino ombroso ed enigmatico, la sua alternanza – anche nello stesso brano – di limpidezza e ambiguità, olio balsamico e vetriolo, languide carezze e bruschi ceffoni: un sound che osa, forse rischiando a tratti qualche eccesso di autoindulgenza ma rivelandosi sempre di notevole impatto fisico ed emotivo, nonché prodigo di suggestioni che non si fermano alla superficie ma scavano nella mente e nell’animo, aprendo a ogni passaggio nuovi orizzonti. E l’impressione conclusiva, mediata dalla ragione e non dettata da istintivi entusiasmi oltre che confermata dalla resa sul palco (eloquente, sebbene contenga riprese non più recenti del 2005, il DVD Clearing The Eye) è quella di una band totale, coinvolgentissima a più livelli e abilissima nel legare assieme – mi si conceda il vezzo dell’autocitazione – “post-hardcore, psichedelia apocalittica, noise mistico, hard-rock catatonico, space-dark, trance-metal”. In un’unica parola, crossover, con buona pace di quanti la considerano obsoleta o la schifano attribuendole la maternità di Linkin Park e compagnia brutta.
Tratto da Mucchio Extra n.26 dell’estate 2007

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