King Crimson

Per tre o quattro volte in quasi un anno (da quando, cioè, ho inaugurato questo blog) ho riletto questo articolo con l’intenzione di ripubblicarlo, per poi non farlo. La ragione, che certo può sembrare bizzarra? Non ero del tutto certo di essere d’accordo con me stesso. In realtà non lo sono neppure ora, specie per quanto riguarda la postilla finale che avrei potuto tranquillamente omettere ma che invece ho lasciato lì: magari può diventare un argomento di discussione. Comunque, una delle peculiarità più interessanti e affascinanti dei King Crimson è il loro non essere facili da decifrare, il loro costringere a rivedere i giudizi su dischi già ascoltati e riascoltati. Di quanti si può dire lo stesso?

King Crimson copDegli appartenenti alla nutrita e pittoresca schiera di quel “rock progressivo” che ebbe la sua rilevanza tra la fine degli anni ‘60 e la prima metà dei ‘70, pochi hanno saputo – nel prosieguo di carriera – guadagnarsi la stima di un pubblico costituito non (solo) da reduci e nostalgici: da gente, cioè, che li apprezzasse non per quanto avevano costruito (troppo costruito) in precedenza, bensì per la loro capacità di recidere il cordone ombelicale con il passato e di proporsi con formule sonore nuove e differenti, in sintonia con la naturale evoluzione del rock o almeno non inquadrabili fra le mere operazioni di riciclaggio. A quanto pare, i vecchi appassionati di prog e coloro che considerano il prog stesso una disgrazia si trovano d’accordo sul valore assoluto di appena tre nomi: il comunque un po’ sottovalutato Peter Hammill, già leader dei Van Der Graaf Generator e poi titolare di una carriera di stampo cantautoriale non molto visibile ma ricca di spunti personali e intriganti; il carismatico Peter Gabriel, che muovendosi sul doppio binario del rock/pop e della world music ha saputo imporsi come geniale innovatore, acquisendo un vastissimo seguito di estimatori-discepoli; last but not least, Robert Fripp, eclettico e infaticabile sperimentatore con chitarra il cui destino – al di là delle numerose attività portate avanti in parallelo – è indissolubilmente legato alla band della quale è dal lontano 1969 demiurgo, da lui condotta con modalità spesso atipiche e senza alcun timore di percorrere strade in precedenza non battute. Ci riferiamo naturalmente ai King Crimson, al momento oggetto di un ricco programma di ristampe che nel trimestre novembre-gennaio sta (ri)portando per nei negozi – questa volta in formato HDCD, con licenza concessa dalla DGM di Fripp alla Panegyric/Self – l’intera discografia “base” del Re Cremisi, con l’aggiunta di qualche gustoso extra. Seguendo una logica probabilmente nota solo a Fripp, sono giunti sul mercato prima In The Court Of The Crimson King (1969), Red (1974) e Discipline (1981), oltre al doppio DVD Neal And Jack And Me; a seguire è stata la volta di Lizard (1970), Islands (1971), Larks’ Tongues In Aspic (1973) e Thrak (1995); a chiudere il quadro, assieme ai live Earthbound (1972) e USA (1975) e all’antologia The Concise King Crimson, saranno infine a giorni sul mercato In The Wake Of Poseidon (1970), Starless And Bible Black (1974), Beat (1982), Three Of A Perfect Pair (1984) e The ConstruKCtion Of Light (2000), mentre al momento non ci sono notizie a proposito della riedizione della notevole quantità di CD dal vivo realizzati dalla DGM negli ultimi dieci anni. L’uscita più interessante, almeno nell’ottica del neofita, è però quella del lussuoso cofanetto The 21st Century Guide To King Crimson Volume One 1969-1974, al quale farà prossimamente seguito un Volume Two incentrato sulla musica del gruppo britannico dal 1981 a oggi: un’accoppiata che esalta le ben note manie archivistiche di Robert Fripp, da sempre è abituato accumulare nastri di prove, performance e ogni altra cosa sia registrabile e archiviabile.
Primo tomo della Guida del Ventunesimo Secolo al Re Cremisi, dunque, il cui titolo omaggia ovviamente quella 21st Century Schizoid Man – scritta quando al traguardo del terzo millennio mancavano oltre trent’anni – che è probabilmente il brano più conosciuto del songbook dei Nostri: quattro compact – due in studio e due live per un totale di quarantotto tracce – racchiusi in una elegantissima confezione a libro della quale fa parte un booklet di ventiquattro pagine a colori con una minuziosa cronologia del periodo preso in esame impreziosita da copertine, fotografie e assortite memorabilia. Un prodotto che nonostante la scarsezza di “chicche” (solo Groon, retro del 45 giri Cat Food del 1971, e una finora irreperibile improvvisazione dal vivo del 1974) solleticherà certo i completisti, ma che è concepito soprattutto per quanti dei King Crimson posseggono poco o nulla e desiderano magari un (esauriente) compendio introduttivo il cui possesso – a meno di colpi di fulmine e relative brame di approfondimento su più vasta scala – potrebbe persino escludere ulteriori acquisti. A conferma di ciò valga il fatto che i cinque episodi di In The Court Of The Crimson King, forse il solo album “progressive” che nessuno osteggia, vi sono tutti contenuti (Moonchild in versione notevolmente accorciata rispetto all’originale, però), a ribadire esplicitamente la superiorità di quel leggendario esordio sul resto di un catalogo la cui qualità non è in pratica mai scesa al di sotto della sufficienza (mantenendovisi, anzi, spesso parecchio al di sopra).
Edito nell’autunno del 1969, In The Court è l’unico parto dell’organico degli albori comprendente Fripp, il batterista Mike Giles, il tastierista Ian McDonald e il bassista/cantante Greg Lake, oltre al paroliere Pete Sinfield. Si legge su Extra n. 4, dove l’inconfondibile LP con la bocca spalancata (Barry Godberg, l’autore del disegno, morirà di infarto appena ventiquattrenne un anno dopo averlo realizzato) figura tra i cento dischi fondamentali degli anni ‘60: “Cinque le tracce, tutte a loro modo capolavori: a partire da 21st Century Schizoid Man, abrasiva come il nascituro hard rock e scossa da dissonanze e repentini cambi di tempo, proseguendo, in un meraviglioso gioco di contrasti, con la delicatezza quasi eterea di I Talk To The Wind e la vibrante epicità di Epitaph (in cui a farla da protagonista è il mellotron), per arrivare al bizzarro minimalismo di Moonchild e ai crescendo pseudo-orchestrali di The Court Of The Crimson King. In sostanza, un matrimonio perfetto di pop e rock con classica e jazz, in cui la ricchezza degli arrangiamenti e il virtuosismo dei musicisti non sono mai fini a se stessi, risultando anzi (quasi) sempre indispensabili al delicato equilibrio globale”. Non al medesimo, altissimo livello, ma ancora decisamente riuscito, sarà nella tarda primavera del 1970 In The Wake Of Poseidon, completato dopo la prima quelle rivoluzioni interne che costituiranno il leitmotiv della storia dell’ensemble (grave soprattutto la dipartita di Lake, unitosi all’ex Nice Keith Emerson e all’ex Atomic Rooster Carl Palmer in un supertrio che di superlativo – dopo un pregevole primo LP – avrà solo la ridondanza); la rarefatta ballad Cadence And Cascade è uno dei momenti più suggestivi di un’opera che evidenzia legami più saldi con il jazz, secondo un canovaccio che si svilupperà senza grandi risultati nel successivo, più avanguardistico e in genere poco considerato Lizard (non a caso solo trentesimo nelle classifiche d’oltremanica, dove In The Court e In The Wake Of Poseidon erano stati rispettivamente quinto e quarto), con alla voce l’ex Fleur De Lys Gordon Haskell, e nel meglio organizzato ma sempre non irresistibile Islands (microfono e basso sono ora in mano a Boz Burrell). Il primo CD della 21st Century Guide seleziona alcuni dei brani più significativi di questi tre album in larga misura strumentali, che chiudono la travagliata fase iniziale dell’attività della band; la stessa fase della quale il CD numero 2 raccoglie eccellenti testimonianze sul palco, allineando tra le altre una torrida 21st Century Schizoid Man del novembre ‘69, una allucinatissima rilettura di Get Thy Bearings di Donovan del settembre dello stesso anno e quattro pezzi incisi nel tour americano del febbraio/marzo 1972 dal quale venne ricavato Earthbound.
Sono altri King Crimson, quelli del triennio 1972-1974, più coesi e meno dispersivi tanto nell’assetto quanto nello stile. Per il poker di 33 giri composto da Larks’ Tongues In Aspic, Starless And Bible Black, Red e USA, accanto a Fripp e a comprimari più o meno occasionali ci sono infatti il bassista/cantante John Wetton (ex Family), il batterista Bill Bruford (ex Yes) e il violinista e flautista David Cross: una compagine solida ed eclettica, in grado di passare con disinvoltura dal pop-rock al jazz e alla sperimentazione con sullo sfondo un progressive che onora lo spirito originario del fenomeno – legato all’idea di spinta propulsiva – invece di umiliarlo in sterili e tronfie autocelebrazioni. Eppure, di nuovo al termine di una tournée oltreatlantico (documentata da USA, del quale nel quarto CD del box è presente addirittura l’intera scaletta), anche questa ennesima incarnazione del Re Cremisi si dissolverà tra problemi di ego e di insoddisfazioni personali a dispetto dei buoni riscontri commerciali e di critica, segnando la fine della gloriosa sigla; fine che sarà comunque provvisoria, visto che l’irrequieto Fripp la riesumerà dapprima in piena era new wave e quindi – nella sua veste forse più atipica e sorprendente, quella delle diverse formazioni parallele e intercambiabili: l’oggi cinquantottenne chitarrista ama parlare di “frattalizzazioni” – attorno alla metà dei ‘90. Ma queste sono altre storie che non mancheremo prima o poi di raccontarvi, magari quando l’uscita di The 21st Century Guide To King Crimson Volume Two ci fornirà il pretesto per farlo; nel frattempo, i trecento minuti del Volume One – che accusano gli anni trascorsi, ma non lasciano dubbi su quanto talune intuizioni dell’ensemble guardassero avanti – avranno di che saziare e stupire gli appassionati finora ignari. Compresi quelli convinti che “progressive” sia sempre una parolaccia.

1969-1974: consigli per gli acquisti
Nel caso si volesse optare per un primo approccio ai King Crimson degli anni ‘70 meno impegnativo e oneroso di quello offerto da The 21st Century Guide Volume One, i titoli da procurarsi subito sono sicuramente In The Court e Larks’ Tongues In Aspic. In seconda battuta, uno per fase, sono invece da consigliare In The Wake Of Poseidon e Starless And Bible Black, con Islands e Red come rincalzi. Abbastanza prescindibili, invece, Lizard e il live Earthbound, mentre sarebbe lecito fare un pensierino sull’altro live, USA. Restiamo comunque del parere che il box in questione non sia un semplice punto di partenza, bensì un riassunto quasi esaustivo degli iniziali sei anni di vita della band.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.606 del gennaio 2005

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Categorie: articoli | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “King Crimson

  1. Anonimo

    Abbastanza prescindibile Lizard?
    Caro Federico, per penitenza ascoltati cirkus almeno una volta al giorno per tutto il 2014….

    • Sarebbe implicito un “nel contesto della discografia della band”… insomma, dovendo stilare una graduatoria “Lizard” non è – forse – all’altezza di altri titoli.
      Se hai facebook, sulla mia pagina si è svolta un’interessante discussione.

  2. Twiller

    L’anonimo sono io.
    Lizard e’ un capolavoro assoluto!

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