Yo La Tengo

Un titolo brillante, “Non ti temo e ti prenderò a calci in culo”, forse secondo solo a quello di un ben noto album degli Sweep The Leg Johnny. Suona magari un po’ bizzarro, su un disco di una band garbata e a modo come gli Yo La Tengo, ma questo lo rende ancor più geniale.

Yo La Tengo copI’m Not Afraid Of You
And I Will Beat Your Ass
(Matador)
Al di là della notorietà solo di culto e di riscontri commerciali che non consentirebbero l’acquisto di tre ville a Beverly Hills (proprietà alle quali i Nostri, crediamo, non sarebbero però granché interessati), a essere gli Yo La Tengo si deve provare una notevole soddisfazione: ventitré anni di attività (gli ultimi quindici dei quali con lo stesso organico), una dozzina di album propriamente detti oltre a infiniti EP, raccolte e progetti secondari, quasi tre lustri di contratto con la Matador, una reputazione immacolata presso colleghi, addetti ai lavori, pubblico… e soprattutto la possibilità di portare avanti le proprie “ricerche” nell’ambito di un artigianato rock-pop che se ne sbatte di ogni strategia. Probabile che il cantante/chitarrista Ira Kaplan, la sua consorte batterista Georgia Hubley e il bassista James McNew non sarebbero in grado di dedicarsi con pari capacità ad altra musica più remunerativa, e che se provassero a farlo fallirebbero miseramente l’obiettivo… e quindi che si limitano a fare di necessità virtù. Però, insomma, come si fa a non voler bene a gente così seria, così basso profilo senza ostentarlo, così palesemente innamorata del proprio piccolo mondo ma allo stesso tempo nient’affatto propensa a rinchiudervisi dentro? Viene da dire che non si può, specie considerando come i dischi degli Yo La Tengo – per chi non lo sapesse: la curiosa sigla è la frase pronunciata nel 1962, al posto di “I got it”, da un giocatore venezuelano della squadra di baseball newyorkese dei Mets che parlava solo spagnolo, con conseguente incomprensione da parte di un compagno e relativo scontro fortuito tra i due – siano quale più quale meno colmi di meraviglie. Meraviglie che non attirano la curiosità di chi si lascia conquistare dalle apparenze ma che conquistano i cuori – e i cervelli: l’equilibrio delle strutture e l’acume delle soluzioni adottate sono del resto pregevolissimi – di quanti badano ad aspetti ben più di sostanza.
Del catalogo del trio di Hoboken, New Jersey, questo nuovo articolo dal titolo intimidatorio – Non ti temo e ti prenderò a calci in culo – è di sicuro uno dei più riusciti e interessanti, e non solo per via dello spirito libero che come al solito lo pervade: a renderlo non inedito ma speciale sono l’impianto sonoro, fondato su un efficacissimo incontro-scontro di ruvidezze e armonie, e la vivacità di un’ispirazione che ondeggia, fantasiosamente inebriata di se stessa, da un (sotto)genere all’altro, in un ricco programma di quindici episodi e quasi ottanta minuti che non dà però l’idea dell’incoerenza o della pretestuosità. L’ampio territorio è, come già accennato, il rock-pop di indole psych, ma l’abilità con cui la band sa muoversi al suo interno esplorandone con sicurezza i più reconditi anfratti è di quelle che strappano applausi: dai 10’ e 45” dell’iniziale Pass The Hatchet, I Think I’m Goodkind, cavalcata acida collocabile da qualche parte fra Dream Syndicate e Naked Prey, alla conclusiva The Story Of Yo La Tengo (nomen omen), che chiude i solchi con quasi dodici minuti di filo-shoegaze estatico e assieme malsano, tutto parla la lingua della più pura autenticità, fra estrose filastrocche di quell’indie rock del quale i nostri sono stati precursori (Beanbagh Chair, una Black Flowers che fa pensare agli Eels, una morbidissima Sometimes I Don’t Get You, The Weakest Part) e garage-punk addolcito (I Should Have Known Better), divertissement ritmici screziati di inserti fiatistici (Mr. Tough, come a dire i Flaming Lips più giocosi ridotti all’osso) e rarefatte ballad dai più o meno marcati accenti folk (I Feel Like Going Home, Song For Mahila), aggraziati incantesimi lisergici (The Race Is On Again, Point And Shoot) e dance/trance (The Room Got Heavy: riuscite a immaginare i Suicide in chiave “flower-power”?), un ibrido definibile come “ambient rurale” (Daphnia, solo strumenti, che sfiora i nove giri di orologio) e un crudo, sgraziato r’n’r in chiave lo-fi (Watch Out For Me Ronnie). Un intrigante campionario di sorprese, insomma, non assolute – almeno per i conoscitori delle precedenti gesta dei nostri eroi – ma affascinante da godere e decifrare, come l’elaborato dipinto della copertina e la composizione di oggetti fotografata sul suo retro, che dell’indole colorata e bizzarra dell’ensemble è una bella cartina al tornasole.
Poi, è logico, non tutti possono sentirsi in sintonia con l’approccio poco appariscente degli Yo La Tengo, con il loro pur scanzonato rigore, con il loro volontario eludere ogni eventuale opportunità di successo per rimanere fedeli a un ideale d’altri tempi: tempi in cui anche le astuzie per vendere (più) dischi – che non sono mai mancate – erano spontanee e creative invece che figlie di un lavoro stile catena di montaggio. Con la loro sincerità, la loro semplicità e il loro talento, Ira, Georgia e James sarebbero vissuti alla grande, in quei tempi lì… ma, in fondo, stanno splendidamente pure in questi, se non altro per fungere da luminoso esempio alle giovani generazioni e ricordare come certo rock abbia sempre una chance di trovare il proprio spazio. Dopo tanti anni anni di onorata carriera, I’m Not Afraid Of You And I Will Beat Your Ass è, per molti versi, un prodigio. E ci piace pensare che sia l’invecchiamento che i “ragazzi” sfidano a viso aperto e delle cui natiche minacciano l’incolumità.
Tratto da Mucchio Extra n.25 della primavera 2007

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Yo La Tengo

  1. nica

    “FAKEBOOK”
    capolavoro !

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