Walkabouts

Strano davvero, che non avessi recuperato nulla sui Walkabouts, a parte la recensione di un album da solista del loro leader Chris Eckman, visto che di loro ho scritto abbastanza e sono una delle mie band preferite. Meglio tardi che mai, e allora ecco alcune considerazioni – che, a ben vedere, fungono anche da “introduzione generale” al gruppo – a proposito di quello che rimane ancora il loro ultimo album di studio.

Walkabouts copTravels In The Dustland (Glitterhouse)
L’esordio discografico dei Walkabouts, con l’introvabile mini-lp 22 Disasters, risale a ormai ventisette anni fa, mentre la band cominciò “seriamente” (virgolette d’obbligo, purtroppo) a farsi notare solo nel 1989, quando il suo secondo album Cataract fu pubblicato da quella Sub Pop che all’epoca era sotto i riflettori del mondo a causa dell’ascesa del fenomeno grunge. Con il mood di quella Seattle che pure gli aveva dato i natali, nonché con il catalogo dell’etichetta di Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, il gruppo guidato da Chris Eckman e Carla Torgerson aveva però ben poco a che spartire: c’erano le chitarre elettriche, ok, ma esse non venivano utilizzate per edificare muri di distorsioni bensì per inserirsi in canzoni folk/country-rock, rese particolarmente preziose e suggestive dall’alternarsi-affiancarsi delle voci dei due fondatori e dalle atmosfere solenni – e appena velate di cupezza – originate da un assetto strumentale comunque non privo, all’occorenza, di energia e compattezza r’n’r. A tale formula il gruppo è rimasto sostanzialmente fedele fino a oggi, nonostante gli avvicendamenti in seno all’organico (l’ultimo arrivato è Paul Austin, ex Willard Grant Conspiracy) e i consensi pressoché inesistenti in patria e invece accettabili – seppure di culto – in quell’Europa dove Eckman si è persino trasferito in pianta stabile: scelta di vita oltre che di musica, questa, che ha ovviamente rallentato una carriera che non a caso era ferma dal 2005 di Acetylene, e che tuttavia si è finora concretizzata – escludendo raccolte, produzioni “di contorno” e live – nella bellezza di tredici lavori di lunga durata. Non tutti ugualmente riusciti ma tutti sempre illuminati da qualcosa di speciale, con gli “alti” sul serio alti e i “bassi” mai davvero bassi.
Nel primo settore va per forza di cose collocato questo atteso disco del ritorno, racchiuso in una copertina poco accattivante sul piano estetico ma quantomai significativa dei contenuti di undici episodi – suddivisi in quattro “capitoletti”, ad abbozzare una sorta di concept – avvolti in una polvere che è sì quella del deserto del Sahara tanto caro a Eckman (che firma in solitudine quasi l’intera scaletta) in virtù delle sue avventure con Dirtmusic e Tamikrest, ma è anche quella depositatasi sulle macerie del Sogno Americano. Un misto di disillusione e, ciò nonostante, fiducia che questi Viaggi restituiscono in modo autorevole, senza l’aggressività di Acetylene ma con il sostegno di una (positiva) tensione che a tratti si sfoga in modo vellutatamente graffiante – Soul Thief e No Rhyme, No Reason, cantati da Chris – ma che per lo più si stempera, rimanendo però sottotraccia, in ballate intense e oniriche dove malinconia e dolore non assumono peraltro toni opprimenti. Un intimismo non ripiegato su se stesso e al contrario magnificamente comunicativo, quello veicolato dai brani più morbidi (affidati in gran parte alla Torgerson), amplificato dall’aggraziata ricchezza – nessuna ridondanza e nessuna concessione autoindulgente, insomma: solo misurati, sobri giochi di sfumature – di arrangiamenti che conferiscono alle composizioni ulteriore fascino.
Non sono certo itinerari pericolosi, quelli suggeriti da Travels In The Dustland, a meno che non si faccia rientrare nella categoria quelli che rimangono tanto impressi nella mente da spingere e riviverli ancora, e ancora, e ancora, sempre che si appartenga alla schiera di coloro che subiscono la malia della Americana. Difficilissimo, infatti, non essere intrigati e conquistati da un siffatto sfoggio di ispirazione pura, di profondità di suoni e parole, di capacità di equilibrare influenze – ok, dominano le radici a stelle e strisce, ma il Vecchio Continente non manca di affiorare qua e là in termini di raffinatezza e grandeur – di totale impermeabilità alla plastificazione, all’omologazione, alla banalità. Sangue e anima, Travels In The Dustland. E fiera consapevolezza che avere i piedi nel fango non significa che non si possa aspirare alle stelle.
Tratto da Mucchio Extra n.38 dell’estate 2012

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