Smashing Pumpkins

Ho intervistato Billy Corgan almeno tre volte, ma di sicuro mi sarebbe difficile dimenticare la prima. Accadde a Venezia, dove si radunarono una dozzina di giornalisti – solo uno per ogni nazione europea – per il lancio del nuovo album Mellon Collie And The Infinite Sadness. La chiacchierata – con l’intera band presente, anche se a parlava era unicamente il leader – si svolse sul patio di un hotel che si affacciava, mi pare, sul Canal Grande, e al momento di cominciarla ero “lievemente” nervoso: avevo potuto ascoltare il disco appena due ore prima grazie a due cassette consegnatemi dal manager, ed ero stato chiamato in anticipo perché Corgan si era rifiutato di proseguire la conversazione con il collega che mi aveva preceduto, reo di avergli chiesto qualcosa a proposito della sua relazione con Courtney Love. Ricordo che, dopo essermi seduto, tentai di rompere il ghiaccio dicendo a Billy “lo so cosa stai pensando: un’altra intervista del cazzo”… e lui, senza togliersi i nerissimi occhiali da sole, mi diede una risposta glaciale: “diciamo che ti concedo il beneficio del dubbio”. Per fortuna andò benissimo, come si può desumere dalle righe che seguono (naturalmente manca, non essendo mia, la prima intervista citata nell’introduzione) e dalla foto di gruppo che, volendo, potete trovare nel mio facebook.

Smashing copLo si voglia o no, gli Smashing Pumpkins sono ormai a un passo dall’occupare, nell’ambito del rock dei Novanta, una posizione analoga a quella raggiunta nel decennio precedente dai Sonic Youth: ovvero, quella di gruppo “al di sopra delle parti” del quale, al di là dei gusti personali, non si possono disconoscere doti artistiche e carisma; e poco contano le ovvie differenze di stile, o il fatto che i consensi raccolti dall’ensemble composto da Billy Corgan (voce, chitarra e piano), James Iha (chitarra), D’Arcy (basso) e Jimmy Chamberlin (batteria) siano notevolmente superiori, in termini numerici, a quelli ben più “di culto” della Gioventù Sonica. In attività da circa otto anni, i Pumpkins hanno finora consegnato alle stampe una decina di singoli e tre album: il promettente Gish, edito nel 1991 dalla Caroline, l’ultra-raffinato e fortunatissimo Siamese Dream (Virgin America, 1993) e quel Pisces Iscariot che qualche mese fa, forse sorprendendo alcuni, ha dimostrato con la forza della qualità come sia possibile smentire certi (giustificati) pregiudizi a proposito delle raccolte di lati B e outtake. La definitiva consacrazione del quartetto di Chicago avverrà comunque grazie allo splendido Mellon Collie And The Infinite Sadness, nuovo, monumentale doppio CD (ventotto episodi per circa due ore di durata globale) che approderà nei negozi il prossimo 24 ottobre: un lavoro che, per bellezza e imponenza, giustifica ampiamente la nostra lunga intervista (anch`essa “doppia”: prima fase negli Stati Uniti durante la preparazione dell’album e la seconda, a mixaggi appena ultimati, in un incontro appositamente organizzato in quel di Venezia) a un Billy Corgan loquace ai limiti della logorrea, ora più che mai legittimato – ma con noi, a onor del vero, non lo ha fatto – a ostentare quegli atteggiamenti da rockstar che gli hanno procurato le antipatie di parecchi colleghi e addetti ai lavori.
Sono rimasto abbastanza sorpreso dal nuovo album: mi attendevo qualcosa di più morbido, più acustico…
Non eri il solo, anche noi la pensavamo così. Poi le cose hanno preso una piega diversa, ma non è stato un cambiamento deciso a tavolino: diciamo semplicemente che il lavoro ha seguito il suo corso naturale.
Ventotto brani nel doppio CD e altre venti outtake da collocare a mo’ di bonus nei prossimi CD-single: come fai ad essere così prolifico?
Dipende dall’attenzione che presto a quel che mi circonda, ma non è un processo razionale. Mentre mi guardo attorno e ascolto le persone – porto avanti la mia vita, insomma – la mente assorbe sollecitazioni che magari, in un modo o nellealtro, diventano spunti da inserire in una canzone. È raro, comunque, che un pezzo nasca tutto intero, com’è successo per Disarm, Today o Zero: di solito gli elementi si combinano un po’ alla volta, andando avanti per tentativi.
Vivi ancora a Chicago?
Le nostre anime, le nostre radici, sono legate a Chicago. La spinta per concepire e realizzare un disco deve venire dal cuore, e questo ci succede solo a Chicago. Lì ci sentiamo a casa, e a New York o Los Angeles non sarebbe lo stesso.
Cosa puoi dirmi del nuovo album?
L’idea di fondo è quella della vita: anzi, un giorno della vita, come in un certo senso spiegano i sottotitoli dei due dischi (From Dawn To Dusk e From Daylight To Starlight, ovvero Dall’alba al crepuscolo e Dalla luce del giomo alla luce delle stelle, NdI). Un giomo particolarmente lungo, soprattutto in termini di emozioni, nel quale sono rappresentate un po’ tutte le questioni che mi interessano: fatti quotidiani, problemi tecnologici e generazionali e anche faccende private come l’amore o il matrimonio.
Nulla di sociale o politico?
Non in senso stretto, ma non perché questi argomenti mi lascino indifferente: è solo che secondo me non hanno troppa attinenza con l’emozione. L’amore e l’anima sono legati al cuore e sono eterni, la politica e le opinioni provengono dal cervello e sono transitori.
Pensi di essere in grado di dire sull’argomento amore qualcosa che non sia già stato detto da altri?
Non è questo il punto. Io voglio solo esprimere quello che sento, raccontare esperienze che sono solo mie ma nelle quali, magari, altri possono ritrovarsi. L’amore è una sorta di collante universale, a ben vedere tutto ruota attorno all’amore; una cosa, però, tengo a precisarla: secondo me il contrario dell’amore non è l’odio ma il “non-amore”, l’odio è un tipo di sentimento completamente diverso.
Dal punto di vista musicale, vedo il suono degli Smashing Pumpkins come il prodotto di una specie di formula chimica. Qual è il rapporto tra intuizione e calcolo?
Riducendo il tutto a una fredda equazione numerica, direi un trenta per cento di spontaneità e un settanta di ragionamento a posteriori. Il nostro stile, è ovvio, non deriva solo dai miei schemi di partenza, ma anche dal lavoro svolto in modo collettivo con i miei compagni.
Siamese Dream era un album molto elaborato. Non credi che il perfezionismo, se portato all’eccesso, possa danneggiare la musica piuttosto che migliorarla?
Sì, senz’altro, è necessario trovare un punto d’incontro. Dalla spontaneità derivano idee fresche ed energia, ma con il lavoro è possibile giungere in posti dove altrimenti non si sarebbe mai arrivati. Per noi questo secondo obiettivo e più importante, e per conseguirlo siamo anche disposti a scendere a patti con il nostro naturale desiderio di istintività. Comunque, credo che Melon Collie sia più diretto del suo predecessore, ci sono parecchi spunti improvvisati.
Nel nuovo disco, Flood ha sostituito Butch Vig dietro la consolle. Quanto è importante, per voi, il ruolo del produttore?
In Gish Butch Vig ha contribuito alla definizione del nostro stile, ma il suo lavoro in Siamese Dream è stato solo di supervisione. In Mellon Collie, invece, Flood ci ha aiutati a focalizzare la nostra enorme quantità di materiale fin dalla pre-produzione, che è iniziata lo scorso ottobre; e in studio, impedendoci di ripetere decine di volte le stesse parti e convincendoci che quello che avevamo fatto andava benissimo così com’era, è stato fondamentale per lo spirito dell’album.
Che significato ha, per te, la parola arte?
Espressione, nient’altro. Però questa domanda mi suona un po’ strana: sono abituato a sentirmi chiedere se quello che faccio sia o meno qualificabile come arte, non a pormi il problema di quali debbano essere le caratteristiche dell’arte stessa.
Tu, però, ritieni di essere un artista, e dunque dovresti sapere cos’è l’Arte.
Sì, penso di essere un artista, al cento per cento. Per arrivare a questa conclusione, comunque, ho avuto bisogno di parecchio tempo: non sono come tanti che si dichiarano artisti solo perché strimpellano una chitarra.
Sappiamo del tuo amore per certi grandi compositori degli anni ‘60 e ‘70, ma le tue influenze nel1’ambito della musica più recente non sono molto chiare. Forse i Pixies?
Sì, i Pixies hanno avuto un peso notevole nella nostra evoluzione. Anche i Jane’s Addiction, che hanno dimostrato come le teorie che si muovevano a livello embrionale nella mia mente potevano tradursi nel pratico. E poi i Bauhaus, i Cure…
Pensi che l’aver cominciato a suonare il pianoforte abbia allargato i tuoi orizzonti compositivi?
Ora mi sento molto più libero. La chitarra ha precisi limiti di accordi, mentre con il pianoforte è possibile vedere una melodia in termini di singole note. Con la chitarra finisci per suonare quasi sempre nello stesso modo, il pianoforte ti spalanca davanti un’infinità di diverse prospettive.
Parecchi brani di Mellon Collie sono dominati da armonie di chiaro stampo beatlesiano.
Sì, è vero. Non è stato facile, ma con il tempo e l’impegno credo di essere maturato in questo senso. Essere paragonato ai Beatles è un enorme complimento, i quattro di Liverpool sono una presenza costante nella mia vita da quando ero ragazzo. Non si poteva sfuggire alle loro canzoni, ogni radio le trasmetteva continuamente. Intendiamoci, mi piacevano anche i Rolling Stones, una formidabile band rock’n’roll, ma in termini di impatto e di genio i Beatles erano su un altro livello.
È una mia impressione, o nell’economia dell’album Bullet With Butterfly Wings è un pezzo particolarmente importante?
Non saprei. Sarà il primo a uscire come singolo, ma adesso è facile rispondere alla tua domanda: allora, mentre la componevo e la registravo era importante, ma non so se lo fosse più o meno di altre. Meno che mai lo so adesso.
E Fuck You? È sottotitolata “un’ode per nessuno”  ma “per nessuno” è un po’ come dire “per tutti”.
Naturalmente. Ma non è un vaffanculo incazzato diretto a qualcuno in particolare, è un vaffanculo che nasce dalla frustrazione nei confronti del mondo che ci circonda e di tutte le sue stronzate.
Tra le quali, presumo, ci sono anche i media.
No, non in assoluto. Però non ho digerito gli attacchi di certa stampa inglese che mi ha trattato come se fossi una persona falsa, un poseur. Io sono me stesso, sempre: magari sbaglio, magari sono un idiota, magari sono pazzo, ma il mio modo di comportarmi è assolutamente sincero. Non lo dico per cercare di convincerti, ma è davvero così.
Non ho dubbi, ma dai anche l’impressione di essere un tipo piuttosto narcisista. La tua personale gratificazione è più o meno importante del contatto con il pubblico?
Non posso negare di suonare anche per me stesso, ma credo il desiderio prevelente sia raggiungere e colpire quanti mi ascoltano. Al di là dei singoli argomenti trattati, cerco sempre la profondità, l’intensità dell’espressione.
E la malinconia, la tristezza? Ce n’è tanta, o almeno così pare, nel tuo approccio compositivo.
È l’intero universo a essere triste, ogni aspetto del mondo attorno a noi. Tutto ciò che puoi vedere sta morendo, è vivo ma nello stesso tempo sta morendo. Tutto e condannato a morire, compresi noi esseri umani, le nostre esperienze, i nostri sentimenti.
Così gli Smashing Pumpkins stanno cercando di lasciare una traccia, qualcosa che sia ricordata anche in futuro.
Sarebbe bello, ma la nostra prima preoccupazione è lasciare un segno nel presente. Passato e futuro sono concetti astratti: il primo non c’è più, il secondo potrebbe anche non esserci mai. Meglio pensare al presente, cogliere l’attimo.
Tratto da Rumore n.45 dell’ottobre 1995

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Categorie: interviste | Tag: , , , | 5 commenti

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5 pensieri su “Smashing Pumpkins

  1. Simeone

    Ricordo perfettamente quel nr di Rumore, e l’intervista che non ricordavo essere tua. Però Siamese rimane il meglio degli SP

  2. stefano

    anche gish, che ho scoperto non da molto è un album portentoso

  3. adriano

    direi piu nella top 1

  4. donald

    il loro più grande disco senza dubbio, presente non nella mia top 10 magari, ma nella top 20 sicuro

  5. A Venezia? Chiaramente era un’altra epoca… 😀

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