Jim Morrison – Brian Jones

Non ricordo da dove saltò fuori l’idea di questo articolo, ma non me ne stupisco: tutto o quasi quel che feci per il Mucchio nei quasi due anni trascorsi dalle “dimissioni” di Stèfani al mio abbandono è avvolto in una strana nebbiolina che rende gli avvenimenti poco nitidi, come per il periodo trascorso fra la Rivoluzione Francese e la presa del potere da parte di Napoleone. Nell’attesa dell’equivalente della battaglia di Waterloo, recupero questo bizzarro confronto fra il cantante dei Doors e “l’altro” chitarrista dei primi Rolling Stones, che accompagnava una copertina (con il solo Morrison) che doveva celebrare i quarant’anni passati dalla morte del primo e i quarantadue da quella del secondo.

Morrison-Jones foto

C’è qualcosa di strano, e se vogliamo anche di un po’ morboso, nel modo in cui certi appassionati di rock – non necessariamente “studiosi” della materia – ricordano le date di morte di alcuni protagonisti di quella che ormai, e non da poco, è un’autentica epopea. Dici loro “3 luglio 1971” e subito rispondono “Jim Morrison”, magari aggiungendo che quello del frontman dei Doors fu l’ultimo trapasso illustre della sequenza che, in neppure dieci mesi, rubò alla musica (e alla controcultura) dei Sixties tre delle sue più stelle più luminose e autorevoli. Tutte con il nome di battesimo che iniziava con la “J”. Tutte ventisettenni. Tutte stroncate più o meno direttamente da abusi di stupefacenti e da assortiti eccessi. Tutte consacrate a un Mito che non accenna a scemare, come dimostrano i loro volti impressi sulle t-shirt di migliaia e migliaia di ragazzini che potrebbero essergli nipoti. Se Jimi Hendrix è il più amato dai musicisti e Janis Joplin è assurta al rango di simbolo di emancipazione femminile, Jim Morrison è l’icona per eccellenza, il rocker più presente – dopo John Lennon – nell’immaginario collettivo: parlano chiaro, oltre ai poster e alle magliette, i pellegrinaggi al cimitero parigino di Père Lachaise, dove il Re Lucertola riposa, secondo taluni, solo “ufficialmente”: la teoria che il nostro eroe abbia simulato la sua dipartita gode tuttora di interesse e credito, alimentata da una serie di circostanze in effetti poco limpide sulle quali, in questi quattro decenni, si è fin troppo esageratamente ricamato (e speculato).
Scontato, insomma, che la data del 3 luglio sia associata automaticamente alla scomparsa del cantante e poeta (naturalizzato) californiano, e che quasi tutti dimentichino come nello stesso giorno, ma di due anni prima, se ne fosse andato – pure lui ventisettenne: una maledizione – un altro esponente di primo piano del r’n’r dei ‘60, Brian Jones. Profonde, del resto, le differenze fra i due: laddove Morrison, grazie al suo innato carisma e alle involontarie (?) trovate di “marketing”, era in pratica identificato con la band nella quale militava, l’eclettico chitarrista, multistrumentista e co-fondatore dei Rolling Stones aveva gradualmente lasciato il suo posto sotto i riflettori, poiché messo ai margini dalla straripante, incontenibile personalità della coppia Jagger/Richards. Il primo innalzato a una leadership che in realtà, almeno musicalmente, proprio non gli apparteneva e il secondo reputato – a causa dei suoi limiti caratteriali, oltre che delle sue scarse capacità di songwriter – una specie di gregario di lusso. Vivevano comunque, entrambi, in mondi a sé stanti, e meno dissimili di quanto appaiano – al di là dei problemi, comuni, di alcolismo e tossicodipendenza – a un’analisi superficiale: se Morrison si autoesaltava fino a sconfinare nell’egotrip di identificarsi con le sue “creature”, ponendosi al di sopra della normalità (“I am the lizard king / I can do anything”: c’è bisogno di aggiungere altro?), il ben più schivo Jones – musicista nel senso puro del termine e rockstar forse più per caso che per volontà/vocazione, nonostante il suo look ricercatissimo e appariscente – sfuggiva il centro della scena, optando per un autoesilio in spazi sempre importanti e creativi ma certo laterali (indicative le sue avventure esterne agli Stones: la colonna sonora di un oscuro film tedesco, Mord und Totschlag, e la produzione dei Masters Musicians Of Joujouka, gruppo “trance” marocchino). Due diverse forme di alienazione, a ben vedere, in origine parallele e poi convergenti: arduo non trovare affinità tra la fuga in Francia di un Morrison che rinnegava, con il fisico appesantito e un barbone da clochard, quella bellezza che tanto aveva contribuito al suo successo, e il ritiro di Jones nella decadenza di Cotchford Farm già prima del suo volontario, seppur forzato abbandono del quintetto. Impossibile non rilevare sinistre assonanze nel fatto che ambedue siano morti da soli nella notte, e che i loro corpi siano stati ritrovati in acqua. Rispettivamente di una vasca da bagno e di una piscina, ok, ma sono dettagli.
Che cosa è rimasto, quaranta e quarantadue anni dopo, delle carriere di questi due fortunati (e sfortunatissimi) ragazzi involontariamente (?) votatisi al Credo del “live fast die young”? Evidentemente molto, dato che i loro nomi sono di continuo ricordati da recuperi discografici, TV, radio, riviste, libri, documentari, film e quant’altro. Per forza di cose più appariscente, l’eredità artistica di Jim Morrison è costituita, più che da un corpo poetico-letterario in fondo un po’ sopravvalutato, dalle leggendarie doti di performer – magari non è stato in assoluto né il più sensuale, né il più magnetico, né il più selvaggio, ma nessuno come lui è stato all’altezza di lottare per il primato in tutte e tre le specialità – e dalle interpretazioni nel songbook dei Doors: un repertorio, quello del quartetto di Los Angeles, che pur lamentando cadute di tono resta di straordinario appeal, specie considerando come esso sia stato concepito e registrato in un arco temporale di nemmeno sei anni (il primo demo è del settembre 1965, l’ultima session del febbraio 1971). Le canzoni vere e proprie incise in studio dalla formazione storica sono una settantina in tutto e, volendo compilare un esauriente “best of”, selezionarne meno di venti/venticinque sarebbe una fatica improba: fra rock-blues, pop-rock vagamente psichedelico e suggestive litanie dagli umori dark c’è tanto da scegliere, anche (soprattutto?) non limitandosi a quella solita decina di comunque memorabili hit che a volte sono state fatte oggetto di oltraggi, e non di omaggi, sotto forma di cover. Più nascosto ma non per questo poco significativo, invece, l’apporto di Brian Jones alla saga dei Rolling Stones, dagli albori al 1969 che lo vide allontanarsi dai soci in affari: al di là dei mille ceselli chitarristici disseminati nei dischi, dei suoi numerosi interventi con strumenti insoliti (dal sitar di Paint It Black e Street Fighting Man al dulcimer di Lady Jane, per citarne solo due) e del suo inconfondibile caschetto di capelli biondi, fu lui a spingere e guidare la band a livello sia musicale che organizzativo nei giorni degli esordi, a consigliare a Richards un sacco di giusti ascolti blues, a insegnare a Jagger a suonare l’armonica. Aftermath, Between The Buttons e il troppo bistrattato Their Satanic Majesties Request sono gli album nei quali il suo marchio è più evidente… e che gli Stones dei ‘70 abbiano imboccato una via stilistica distante da quella seguita quando lui era ancora in line-up la dice lunga su quanto i suoi meriti siano spesso minimizzati.
Quaranta e quarantadue anni dopo ci si potrebbe chiedere cosa farebbero, Jim e Brian, se si fossero spenti lentamente invece di bruciare in fretta. Aderendo al gioco ozioso ma divertente del “what if…”, chi scrive ipotizza un Morrison regista di (ampio) culto e un Jones in giro per il mondo, alla Ry Cooder, a caccia di suoni e contaminazioni. E magari, ogni tanto, si incontrerebbero chissà dove, loro due e basta, per una session blues, un bicchiere, una canna, due risate su Mick che alla soglia dei settant’anni continua a lagnarsi di non ottenere soddisfazione e su Ray che, un mese sì e l’altro pure, telefona per strappare la promessa di una reunion dei Doors. Sempre alienati ma forse, finalmente, davvero felici.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.683 del giugno 2011

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Categorie: articoli | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Jim Morrison – Brian Jones

  1. Anonimo

    Fantastica analisi con u

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