Fireballs Of Freedom

Sono molto contento, quando scopro di aver recensito in tempo reale tutta la discografia di qualche band più o meno dimenticata. È successo pure con questi ragazzi di Portland, che nonostante la carenza di originalità costituiranno di sicuro una gran bella (ri)scoperta per ogni appassionato di rock’n’roll sporco, crudo e selvaggio.

Fireballs Of Freedom cop

The New Professionals (Empty)
Lo avessimo avuto tra le mani un mese prima, quest’album sarebbe stato sicuramente segnalato tra i titoli più interessanti del ‘98 nell’ambito del rock sotterraneo americano: The New Professionals avrebbe infatti scalzato i pur ottimi Helldorado, unendosi agli ultimi New Bomb Turks, Makers e Nashville Pussy in un poker di straordinaria incisività dove l’assenza di innovazioni stilistiche è compensata da un vigore, un dinamismo e un feeling di gran lunga superiori alla media pur elevata del moderno rock’n’roll di strada.
Crudi e selvaggi fino a sconfinare nel delirio, i Fireballs Of Freedom scavano nel garage più feroce così come nel punk più acido e fragoroso, estraendone undici brani (per una durata complessiva di ventotto minuti) che incarnano un desiderio di ribellione tipicamente adolescenziale: ribellione catartica e senza obiettivi precisi, legata a un bisogno di divertimento quanto più possibile sfrenato, che si traduce in furibondi assalti chitarristici, ritmici e canori screziati anche di efficaci fraseggi di organo; il tutto, in ogni caso, mediando vocazione al caos e rigore formale, peraltro nei limiti concessi dai tre giorni di session di incisione che presumiamo essere state torride. Chi adora i New Bomb Turks e i primi Gaunt, è rimasto fulminato da Revelators e Dirtys, impazzisce per i Mudhoney di Touch Me I’m Sick e venera l’icona Stooges non può proprio fare a meno di The New Professionals. I non adepti al culto della chitarra infuocata e della voce al vetriolo, invece, non perdano tempo a cercare di capire.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.335 del 19 gennaio 1999

Total Fucking Blowout (Estrus)
Circa un anno e mezzo dopo il torrido sabba di The New Professionals, i Fireballs Of Freedom sono tornati a far ruggire le corde e far fumare gli amplificatori, nonché a mettere a dura prova le pelli dei tamburi e la resistenza dei microfoni. Cambiando etichetta (la Estrus invece della Empty) ma non padrino (il mitico Tim Kerr) e senza impartire modifiche al proprio stile, anche se la durata dei brani – undici, come nel precedente album – è aumentata in media di un minuto: Total Fucking Blowout è infatti un altro feroce assalto a colpi di saturazione e distorsore, perpetrato coniugando abilmente l’asprezza del punk e la pesantezza del miglior hard rock “bluesato” in canzoni che fin dai titoli – vedi Don’t Take My Freedom o Sick Again – mettono in luce un genuino, irrefrenabile bisogno tutto giovanile di sensazioni forti, energia allo stato brado, caos e rumore.
È chiaro che gli ascoltatori più o meno smaliziati – quelli, cioé, che conoscono bene almeno Stooges e Mudhoney – rileveranno nel cocktail dei Fireballs Of Freedom un forte retrogusto di “già sentito”, ma non importa: il mondo è pieno di teenager ai quali l’ascolto di una band come questa potrebbe cambiare la vita, e anche di più o meno “vecchi” appassionati di rock’n’roll rabbioso e acido che non potranno restare insensibili di fronte a un così efficace connubio di sostanza e forma. E se è innegabile che di gruppi votati alla causa del rock di strada, ribelle e perdente per definizione, ce ne sono in giro anche troppi, è altrettanto vero che solo uno su cento vanta le qualità dei Fireballs Of Freedom.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.392 dell’11 aprile 2000

Welcome To The Octagon (Estrus)
Formula vincente non va cambiata, devono essersi detti i Fireballs Of Freedom al momento di dare un seguito a The New Professionals (Empty, 1998) e Total Fucking Blowout (Estrus, 2000): ecco così che in questo terzo album il quartetto di Portland (Oregon) rinnova l’incantesimo – forse già visto troppe volte, ma non per questo meno efficace – di un suono selvaggio e acidissimo, devoto alla lezione del punk/hard dei tardi ‘60 (Stooges e MC5) ma anche alle tradizioni garage/blues nelle quali attinsero splendidamente, ad esempio, gli indimenticati Mudhoney. Sempre avvalendosi della preziosa assistenza, come ospite e produttore, di quel Tim Kerr in cui molti giustamente vedono una delle figure più importanti, per capacità e coerenza, del panorama underground a stelle e strisce degli ultimi venti e più anni.
Senza cambiare alcun elemento costitutivo, ma dando l’idea di volersi spingere in modo ancor più deciso sulla strada (senza ritorno?) della degenerazione, Welcome To The Octagon allinea quindi altri undici brani all’insegna di un punk’n’roll incisivo, distorto, lancinante, fragoroso e torbido, figlio di un’indole che non prevede concessioni alla melodia convenzionalmente intesa (a parte il lento Got My Soul Back, unico episodio cantato e non ruggito) e che non perde occasione di ribadire i suoi legami con i bassifondi. Roba da rocker dissoluti, insomma, e non certo da seguaci del New Acoustic Movement; se ritenete che ultimamente Jon Spencer si sia un po’ troppo “imborghesito”, accostatevi pure con fiducia ai Fireballs Of Freedom.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.462 del 13 novembre 2001

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Fireballs Of Freedom

  1. paolo

    non so, federico, sono piuttosto perplesso.
    quale è il senso di (ri)pubblicare quotidianamente materiale del genere? con quale criterio critico viene scelto tale materiale? per qualche aggancio con il contemporaneo? per il valore storico del gruppo/disco/articolo? sinceramente non mi è chiaro. mi sembra un po’ una occasione sprecata e, per la stima che provo per te, francamente me ne dispiace.

    • Alle volte c’è l’aggancio con l’attualità, altre volte semplicemente mi va di riproporre determinate cose per nessun motivo particolare. Alla base c’è solo l’idea di condividere materiale che ritengo valido contenuto nel mio immenso archivio… non mi sono posto il problema di avere un “metodo”. Però non capisco… se avessi organizzato qualcosa di cervellotico l’occasione (di che, poi? Non guadagno mica nulla) sarebbe stata meno sprecata?

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