Marlene Kuntz (1999)

Prima o poi dovrò contare le mie interviste ai Marlene Kuntz: è sicuro che, mettendole tutte assieme, salterebbe fuori un libro nemmeno tanto piccolo, e non è detto che…. Intanto, dovendone scegliere solo una, ho optato per questa di quindici anni fa, realizzata all’epoca del terzo album Ho ucciso paranoia, che accompagnò la prima delle copertine dedicate dal Mucchio alla band piemontese.

Marlene Kuntz foto

L’ansia liberata
Per il Dizionario Italiano Sabatini-Coletti, paranoia è “psicosi caratterizzata dallo svilupparsi graduale di forme di delirio cronico, ma lucido e intimamente coerente, non allucinatorio e non accompagnato da alterazioni delle restanti funzioni psichiche”, e inoltre – nell’accezione comune e non strettamente clinica del termine – “crisi dell’equilibrio mentale e caratteriale”. Hanno dunque voluto lanciare un ennesimo messaggio, i Marlene Kuntz, intitolando il loro nuovo album Ho ucciso paranoia: un messaggio a tratti criptico, ma sempre intriso di inquietudine sonora e lirica, tra le cui righe è possibile leggere anche una dichiarazione di raggiunta maturità. Nella stanza messa a disposizione dalla Tour de Force, l’agenzia romana che gestisce l’attività dal vivo dei gruppi del Consorzio Produttori Indipendenti, il cantante/chitarrista Cristiano Godano e il bassista Dan Solo (assenti giustificati Riccardo Tesio, chitarre, e Luca Bergia, batteria) appaiono cordiali e rilassati, a riprova di come gli artisti non debbano necessariamente mostrare una perfetta sintonia – non sempre, almeno – con le suggestioni evocate dalla loro Arte; il susseguirsi tortuoso ma fluido delle loro parole, grazie anche al naturale magnetismo nel pronunciarle, è però coinvolgente quasi quanto le atmosfere di Infinità, Il naufragio o Un sollievo
Non vi smentite mai: Ho ucciso paranoia è l’album che dovrebbe aprirvi le porte di un mercato più vasto, eppure avete scelto come singolo apripista L’odio migliore, un pezzo profondamente dark.
Una cosa è certa: desideravamo che a fungere da presentazione del nuovo lavoro fosse una canzone dura, anche perché – a parte la breve parentesi di quest’estate – non suoniamo dal vivo da un paio d’anni, e quindi sentivamo di doverci ripresentare con un pezzo che “viaggiasse”. La scelta è caduta su L’odio migliore perché è da lì che è nato il titolo dell’album, e ciò implicitamente significa che il richiamo e l’immaginario che vengon fuori dal quel contesto ci convincono più di altri. Ci sono pezzi musicalmente più diretti come Le putte o Il naufragio, ma ci sembrava anche che le liriche de L’odio migliore fossero maggiormente accattivanti.
Pensate che il nuovo pubblico che dovreste raggiungere sia, in generale, attento e interessato ai testi così come lo sono i vostri aficionados?
Siamo portati a ritenere di sì. Abbiamo scoperto, grazie alle lettere inviateci, che molti di quelli che ci seguono ascoltano anche un certo tipo di canzone d’autore. Visto il progresso in termini di scrittura al raffronto ai primi due dischi, non è illogico credere nella possibilità di un ampliamento del numero dei nostri estimatori.
Immagino che, in fase di stesura dei brani, non siate stati affatto influenzati da questo tipo di considerazioni.
Nella recensione ci hai definiti “artisti senza macchia per i quali la musica è espressività senza limiti e non carne da mercato”, per cui sai già la risposta. Però la nostra non è una forma di intransigenza o una sorta di impostazione a priori che ci spinge a volerci mostrare in un certo modo… In realtà, com’è capitato di dire altre volte, i Marlene  Kuntz compongono prima di tutto per loro stessi: non in virtù di una sorta di particolare autocompiacimento, ma perché la prerogativa essenziale per far bene in campo artistico è seguire le proprie inclinazioni in maniera molto onesta. Non si può scrivere in funzione di qualcuno o qualcosa, e se anche il rock è business – ma non solo – il modo migliore per farne parte è assecondare il proprio gusto e cercare di affinarlo perché diventi sempre più esigente. È chiaro che i Marlene compongono anche per stare nel mondo della musica e per piacere alla gente, ma questo accade in seconda battuta.
A giudicare dai tempi di lavorazione di Ho ucciso paranoia, il vostro gusto dev’essere diventato molto esigente.
Il pretendere quanto più possibile da noi stessi è proprio una delle basi su cui poggia il nostro lavoro. Approntare le composizioni dei Marlene Kuntz è un processo lungo e per parecchi versi sofferto, specie nella fase di pre-produzione: per noi è inevitabile spingerci verso i risultati che vogliamo ottenere, ad esempio continuando a studiare in solitudine su un pezzo dopo che magari lo si è provato per sette/otto ore tutti assieme. Tutto questo può essere parecchio faticoso sotto il profilo intellettuale.
Credo che la sofferenza sia uno degli elementi-chiave della proposta Marlene Kuntz, sia in senso pratico che per quanto riguarda l’interiorità da cui i vostri brani sono generati.
Nel nostro metodo compositivo le parti strumentali vengono definite sempre prima delle liriche, che vengono poi costruite in modo da combaciare con le suggestioni comunicate dalla musica. Tradurre nelle esatte figurazioni di immagini le suggestioni trasmesse dai suoni non è quasi mai facile: a volte un testo può richiedere anche due mesi. Non ci sono, invece, molte spiegazioni da dare sul come questa sofferenza si rifletta in termini di atmosfere ombrose o cupe.
Quel che volevo dire è che ci sarà pure una ragione profonda per la quale i Marlene Kuntz suonano questo tipo di rock invece di banale pop da classifica. Una cosa che mi ha sempre stupito, ad esempio, è che, nonostante voi siate originari di un piccolo centro, la vostra musica ha caratteristiche molto metropolitane.
Lo stile di un gruppo nasce da un bisogno che evidentemente ognuno dei singoli componenti sente dentro di sé, e dalla volontà di andarne a cercare le cause allo scopo di soddisfarlo. Se la musica è vera, trasmette qualcosa che esiste nelle persone che la suonano: qualcosa che può essere anche la sofferenza che deriva dal fatto di vivere in una società imperfetta, molto imperfetta, nella quale mancano tante cose essenziali. Esistono pressioni di altra natura, che non c’entrano nulla con lo stress o il senso di asfissia che derivano dalla vita nelle metropoli, e ci sono milioni di ghirigori nell’animo che possono indirizzare idee e azioni in modi diversi: assecondando certi pensieri e andandoci dietro – ed essere musicisti di professione lascia molto tempo per farlo – si può finire risucchiati in una specie di vortice. È vero, comunque, che i momenti di disagio sono più proficui in termini di ispirazione rispetto a quelli in cui tutto va bene.
Però non si può negare che tu, Cristiano, appaia un po’ come il modello ideale del “cantore del disagio”.
In verità non sono così affascinato dall’angoscia e dal turbamento: posso esserlo in termini descrittivi e diventare angosciato e turbato per solidarietà, ma ad interessarmi di più non sono le sensazioni negative provate da chicchessia quanto l’elaborazione intellettuale che affronto per descriverle. Anche quando leggo, quel che più mi preme è comprendere il processo creativo che ha portato a quello scritto, non di immedesimarmi con il suo autore.
Il senso di malessere di cui vi fate interpreti è in ogni caso uno degli aspetti che il vostro pubblico più ama.
Siamo consapevoli che molti avvertono questa fascinazione, ma riteniamo anche di essere apprezzati per la ricerca che portiamo avanti e per gli sforzi che affrontiamo per giungere a un linguaggio non banale.
A proposito di linguaggio, Cristiano: credi che i tuoi testi siano facilmente comprensibili?
La premessa è che questo tipo di espressione letteraria è per sua natura abbastanza concisa: in un racconto si ha la possibilità di spiegare ogni particolare, mentre in una canzone si è costretti a elidere e a conferire all’insieme connotati musicali. Io sarei in grado di spiegarne ogni singola parola, ma comunque ritengo che i miei testi, una volta concessa loro la giusta attenzione, non siano inaccessibili. Quel che è certo è che non sono mai gratuiti: sono tutti sentiti, vissuti, e ho la presunzione di credere che quello che voglio dire, in qualche modo, arrivi all’ascoltatore.
Non ti fa un po’ paura, o magari non ti condiziona, il fatto che i tuoi fedelissimi ti considerino una specie di vate?
No, direi di no. Io assecondo sempre i miei umori reali e non posso pormi dei limiti rispetto a come potrebbe essere interpretato ciò che compongo. Non voglio provare sensi di responsabilità, anche perché io non ho mai detto cosa votare alle elezioni politiche né ho indicato modelli di comportamento. La nostra, se vogliamo, è una politica dell’anima, non del sociale.
Secondo me la vostra musica, come del resto quella di molti altri gruppi è in grado di amplificare la negatività: è probabile che, ascoltandovi, un depresso diventi ancora più depresso, o un violento più violento.
La carica che possediamo e che trasmettiamo può dar luogo a simili effetti collaterali, però l’esperienza ci dice che l’identificazione del pubblico nei Marlene Kuntz si traduce in catarsi, e dunque in qualcosa di positivo e costruttivo. Non abbiamo mai verificato controindicazioni negative: da un certo punto di vista, anzi, ci sembra quasi di avere una funzione terapeutica.
Sotto il profilo compositivo, invece, come sono regolati i vostri equilibri interni?
A parte il discorso testi, che come si diceva prima vengono scritti in un secondo tempo, tutto avviene in piena democrazia, ascoltando tutti i pareri e vagliando tutte le soluzioni proposte. Capita anche, nel caso uno di noi mostri una particolare convinzione nella propria idea, che gli altri decidano di accontentarlo: tra di noi c’è piena fiducia e grande rispetto, come è normale che sia in una band che per 3/4 è assieme da dodici anni; il nostro rapporto è cementato dalle tante esperienze, e ciascuno conosce ormai benissimo pregi e difetti dei compagni. Ci sono stati anche dei litigi, dovuti più che altro ad eccessi di frequentazione o alla stanchezza delle tante prove e della vita in tour, ma attualmente non ci sono problemi: perché dovrebbero esserci, visto che suoniamo quello che ci piace e ne siamo gratificati a più livelli?
Ritorniamo sull’album, per il quale avete scelto un titolo d’effetto: ho letto nella presentazione che la paranoia va intesa anche nel senso di luogo comune.
È vero che il disco trabocca di ossessioni, ma per la medicina la paranoia è qualcosa di molto più importante, in senso negativo, delle fisime e dei piccoli incubi quotidiani. Nel linguaggio di tutti i giorni si abusa parecchio di questo termine: visto che è usuale dei Marlene Kuntz cercare di debellare certi stereotipi, il titolo va in tale direzione.
Si può ipotizzare, comunque, anche una ricerca musicale più distesa e meno claustrofobica.
È un’altra interpretazione plausibile. Comunque Ho ucciso paranoia è eloquente, si tratta di un’affermazione liberatoria.
L’album, nonostante il lavoro che ha alle spalle, sembra molto istintivo.
Ci fa piacere che l’impressione sia questa, specie dopo tutti i discorsi di poco fa sulla sofferenza. Il disco è suonato al 90% dal vivo, con solo qualche chitarra sovraincisa, allo scopo di ottenere un risultato di impatto quanto più vicino possibile a quello live: quando si registra contemporaneamente c’è una “comunione” diversa.
Immagino non sia stato semplicissimo, lo studio non dà certo il feeling del palco.
Beh, mentiremmo se dicessimo che i pezzi sono venuti tutti “buoni alla prima”, anche se adesso suoniamo meglio di un tempo. D’altronde le nostre canzoni presentano una certa difficoltà di esecuzione: amiamo complicarci la vita per ottenere sonorità particolari, anche se questo può comportare una serie di accettabilissime imprecisioni.
L’album ha un brano guida, un episodio fondamentale?
No, ma naturalmente ognuno di noi ha le sue preferenze. Per quanto mi riguarda (è Cristiano a parlare, NdI) in questo periodo mi piacciono molto Infinità, che sarà il secondo singolo, Il naufragio e Lamento dello sbronzo, che magari a un primo ascolto disorienta con la sua struttura un po’ stravagante: c’è un’introduzione, una strofa, una strofa diversa, un ritornello, uno stacco e poi di nuovo la strofa, ma funziona. Amo anche L’abitudine, specie nei momenti strumentali.
E tu, Dan?
Direi L’odio migliore, In delirio e Le putte, che ha delle immagini molto belle.
E anche molto “dure”: vero, Cristiano?
Sì, non mi sono risparmiato. La mia immaginazione ha partorito questo personaggio invasato – il puparo, il burattinaio – alle prese con gli scritti pieni di ingiurie che va vergando in giro. Più andavo avanti e più “entravo” nei suoi sproloqui. In ogni caso, su tutto aleggia l’ironia.
E In delirio?
È il racconto di un viaggio. Non si sa bene, però, se l’obiettivo è quello di arrivare dove in effetti si giunge, cioé alle “sponde remote del soliloquio”, alle chiacchiere con se stesso.
Il protagonista potresti essere tu?
Potrei. Però, anche in questo caso, vedo una forte componente ironica.
Da quando in qua i Marlene Kuntz sono ironici?
Lo sono, lo sono. Anche un Nick Cave, che persino nelle sue foto serissime ostenta austerità, non ne è del tutto esente. Magari il nostro impeto interpretativo tende a nasconderla, ma nelle nostre intenzioni ci sono sia l’ironia che l’autoironia.
L’album, mi pare, ha una natura duplice.
Vuole essere estremo, toni sempre forti ma sviluppati in direzioni opposte: da un lato ballate molto lente e dilatate, dall’altro canzoni rock violente e aggressive.
Inoltre ci sono le cosiddette “spore”, che  tra l’altro sono state pubblicate in un secondo album. Non è strano fare uscire un disco in due versioni, singola e doppia?
Esistono consolidate “furberie” per gestire nel modo più proficuo questo genere di operazioni, ma per noi la cosa fondamentale era che la confezione del prodotto riflettesse l’onestà di fondo del nostro approccio ad esso. Volevamo che fosse chiaro che il doppio comprende una raccolta di canzoni vere e proprie con in aggiunta un’antologia di improvvisazioni, e per questo abbiamo voluto due versioni distinte: una singola con Ho ucciso paranoia e una doppia con Ho ucciso paranoia più Spore. Libera scelta, come recitano anche le inserzioni pubblicitarie.
Spore non poteva essere semplicemente allegato in omaggio a un Ho ucciso paranoia in tiratura limitata?
Sì, ma questo avrebbe conferito a Ho ucciso paranoia l’immagine dell’album doppio, cosa che di fatto non è. E poi non volevamo stimolare collezionismi o dar luogo a speculazioni, né “costringere” chicchessia a un acquisto immediato facendo leva sul rischio dell’esaurimento delle copie iniziali.
Non vi siete posti il problema del prezzo?
Sì che ce lo siamo posti, anche se la faccenda è un ginepraio. Il doppio dovrebbe aggirarsi sulle 40/42 mila lire e in nessun caso dovrebbe superare le 45 mila: chi lo dovesse trovare a cifre superiori farebbe meglio ad andare in un altro negozio. Abbiamo ragionato molto su tutto: speriamo solo che, per cause non imputabili a noi ma alle aberrazioni del mercato, l’operazione non si riveli alla fine un’ingenuità.
Pur con le sue peculiarità strutturali, Spore è comunque un progetto “pensato”.
Certo, non è un ammasso casuale di registrazioni assortite, ma la sintesi di oltre quattro ore di nastri. Sono idee e appunti che un domani potrebbero tornare, opportunamente elaborati, in un nuovo album, e messi l’uno dietro l’altro costituiscono un bel “viaggio”; ne siamo molto orgogliosi, e ne suggeriamo l’ascolto in cuffia.
La vostra consacrazione alla musica è proprio assoluta.
Sì, ma non desideriamo dare l’impressione del gruppo che non fa altro che suonare e che non si concede divagazioni dal progetto. Siamo gente normale, ma dedichiamo ai Marlene Kuntz un mucchio di tempo perché esigiamo dal nostro lavoro il massimo grado di soddisfazione. Lo dobbiamo, oltre che a chi ci segue, a noi stessi: non avremmo lavorato a un disco per due anni solo per farci dire che siamo stati bravi.
È una questione di amor proprio, oltre che di “spinta” dall’interno.
Chi possiede un approccio artistico mira a presentare il suo mondo, la sua personale creazione, nel modo migliore possibile. Crediamo di poter dire che i Marlene Kuntz riescono a centrare questo obiettivo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.334 del 12 gennaio 1999

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