Tuxedomoon

Dire che i Tuxedomoon mi piacciono sarebbe fortemente riduttivo: il mio sentimento per la band californiana è di amore prossimo alla venerazione e in pratica da sempre: non a caso, in giorni in cui viaggiare – specie per un ventenne – non era uno scherzo come oggi, andai fino a Bologna solo per assistere al loro primo concerto italiano. Per la cronaca, era il 9 dicembre del 1980. È invece di nove anni e mezzo fa la recensione di questo gran bell’album che dopo tanto tempo vide riunita la storica line-up a tre, quella dei dischi immensi della prima metà degli ‘80.

Tuxedomoon copCabin In The Sky (Crammed)
Era dalla prima metà degli anni ‘80 che Steven Brown, Blaine L. Reininger e Peter Principle – non proprio i Tuxedomoon delle origini, ma comunque i componenti-chiave dell’organico più mitico e mitizzato, quello di 33 giri passati alla storia come Half Mute e Desire – non si trovavano assieme in uno studio per dar vita a un progetto discografico. C’erano stati vari tour e un’infinità di collaborazioni incrociate e parallele ma nessuna autentica reunion creativa, quasi a voler implicitamente affermare che la magia di un tempo non potesse rinnovarsi se non per celebrare il vecchio e glorioso repertorio. Come se la band non volesse rischiare di comporre nuovi brani non all’altezza della sua leggenda, o come se l’alchimia tra i musicisti fosse stata pregiudicata dalle tante esperienze collezionate singolarmente in decine di lavori solistici, performance, contributi di lusso, sodalizi occasionali e non.
A dimostrare quanto gli eventuali timori non avessero ragione di esistere ha ora provveduto Cabin In The Sky, dove al fianco dei tre primattori ci sono altri due veterani della saga (Bruce Geduldig e Luc Van Lieshout) e una piccola cerchia di ospiti illustri che comprende DJ Hell, Tarwater, John McEntire dei Tortoise, Aksak Maboul, Marc Collin e Juryman: un album intenso e come al solito nient’affatto semplice da classificare sul piano stilistico, nel quale confluiscono il gusto per la sperimentazione fuori dagli schemi e la Classica intrisa di romanticismo mitteleuropeo, gli strumenti acustici e l’elettronica sia colta che popolare, le visioni cinematografiche e le suggestioni jazz, la new wave più crepuscolare e decadente e il rock più o meno attuale, fino alla canzone italiana che il gruppo omaggia – ma forse, alla luce del testo e dell’assurda pronuncia nella nostra lingua, bisognerebbe dire oltraggia – specie nella comunque curiosa Diario di un egoista. I Tuxedomoon, insomma, con il loro genio deviante nel conciliare ricerca anche spinta ed emotività in canzoni ambigue e “sospese” – A Home Away, Baron Brown, Annuncialto, Cagli Five-O, Chinese Mike e Luther Blisset sono probabilmente le più memorabili – alle quali le tante paternità ispirative conferiscono una sostanziale imprevedibilità di trame/atmosfere e un sapore raro e inconfondibile; e un fascino algido-ma-ardente, a suo modo austero ma non per questo tale da generare impressioni di distacco, che passa attraverso il violino di Reininger, il sax di Brown, il basso di Principle e le numerose altre brillanti intuizioni di una musica che è nel contempo antica e moderna. Nonché splendidamente viva e senza barriere, con tutto il suo coraggio di osare e la sua prorompente forza evocativa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.588 del 20 luglio 2004

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Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Tuxedomoon

  1. Onda Negativa

    ciao Federico, sono un tuo lettore da quando avevo diciott’anni e ora ne ho 45, in pratica siamo cresciuti insieme, quindi mi perdonerai se in questa circostanza posso risultarti un pò pedante. Però. E’ dai tempi in cui usci “cabin in the sky” che sento ripetere, non solo da te eh, la storia che con questo disco era tornata la “formazione storica” dei Tuxedo. Non so come si sia affermata questa bufala, forse per lanciare il tour importante che fecero per promuovere il disco, altrimenti non mi so spiegare. Se è vero infatti che si ritrovavano insieme Brown, Reininger e Principle è altrettanto vero che a loro si aggiungeva Luc Van Lieshout, e la cosa faceva saltare decisamente il banco, visto che la compresenza di Reininger e Van Lieshout era una cosa mai verificatasi precedentemente. Era stato infatti Van Lieshout a sostituire Reiniger negli anni ottanta, determinando una svolta significativa nella musica dei Tuxedo. L’algida e crepuscolare tromba dell’olandese contro l’impeto romantico del violino di Reininger. L’avvicendamento dette luogo a dischi molto diversi (Holy wars, Ship of fools, You) rispetto a quelli precedenti (diversi ma altrettanto splendidi, per quel che mi riguarda). “Cabin in the sky” (e poi “Vapour trail”) va quindi più propriamente letto come il prodotto di una formazione inedita dei Tuxedo, che come tale ha dato luogo a una musica decisamente diversa da ogni altra che i Tuxedo avessero mai suonato prima. Un’altra big music ma – appunto – un’altra. Isn’t it?

  2. Io di norma sono piuttosto pedante, ma tu mi surclassi. 😀
    Scherzi a parte: “Cabin In The Sky” ha riunito i tre componenti della formazione storica, benché assieme ad altri musicisti (del giro e non). Mi sembra che nella recensione tutto sia spiegato senza omettere nulla.

  3. Onda Negativa

    federico mica volevo fare una polemica, era per ristabilire una verità riguardo all’ultima fase dei Tuxedo, un ragionamento sulla musica della band fatto da un fan a un altro fan. Confinare Luc Van Lieshout a mero “musicista del giro” lo trovo ingeneroso, è stato ed è un membro importantissimo dei Tuxedo, caratterizzando in modo decisivo tutta la produzione made in bruxelles del gruppo. Voglio dire: se tu nel contesto di una formazione a tre (essenzialmente) sostituisci un violinista con un trombettista è chiaro che la musica prende un’altra piega (e quindi nascono Holy wars e gli album successivi degli ottanta). se poi tu il violinista e il trombettista invece di farli essere l’uno l’alternativa dell’altro li fai suonare insieme, virando verso una formazione a quattro come è successo in Cabin mi pare altrettanto chiaro che stai facendo una cosa completamente inedita, mai fatta prima. E’ un argomento da esegeti tuxedomooniani che in teoria potrebbe interessarti e a me interesserebbe sapere se per caso, nonostante l’antica venerazione, la tua passione per il gruppo non scemò considerevolmente nel loro periodo mittleuropeo, al punto da considerare Luc Van Lieshout quasi una specie di turnista o poco più. Senza l’ombra di una polemica eh 🙂

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