Cesare Basile

In questi giorni si sta parlando parecchio di Cesare Basile e del suo rifiuto di ritirare il premio assegnatogli dal Club Tenco (qui un po’ di dettagli sulla vicenda). Mi è parso quindi appropriato recuperare questa intervista che gli feci dieci anni fa, in occasione dell’uscita del suo album Gran calavera elettrica, non solo ottimo ma anche importante per il prosieguo della carriera del musicista siciliano.

Basile foto

Sono ormai sedici anni che Cesare Basile segue con coerenza, passione e coraggio un percorso discografico in continuo mutamento, che dalle prime esperienze nelle sua Catania alla guida dei Candida Lilith (un album) a quelle di più ampio respiro con i Quartered Shadows (due album), lo ha portato a una carriera solistica finora tradottasi in quattro album di caratura quasi sempre notevole. Il recentissimo Gran calavera elettrica, che ha anche segnato il debutto per la Mescal, è l’ultimo della serie, nonché quello dove il particolare rock d’autore dell’artista ha trovato lo sviluppo più ispirato e intrigante. Ne abbiamo parlato, faccia a faccia, con lo stesso Cesare.
Mi sembra che il nuovo CD segni un ulteriore avvicinamento a soluzioni d’atmosfera un po’ cupe, a scapito dell’immediata accessibilità. Volevi andare in questa direzione, oppure è semplicemente accaduto?
Non c’era un piano. Volevo comunque assecondare un’attitudine mutuata dal folk, che è tutto tranne che tranquillizzante e quindi può essere un po’ ostico. È l’unica cosa alla quale ho pensato componendo queste canzoni: ero molto ri-affascinato dalla scrittura di un certo tipo di folk non necessariamente d’oltreoceano, che ho ritrovato anche in musiche nostre, in Sicilia o in Puglia.
Insomma, il tuo discorso si sta affrancando sempre più dal “pop” del tanto discusso Stereoscope, il tuo album major del 1998?
È un disco lontano anche negli anni, per cui me ne stacco… ma forse riavvicinadomi, paradossalmente, al mio debutto da solista del 1994, La pelle. Probabilmente non faccio altro che girare attorno alle cose che sono dentro di me come riferimenti: continuo a subire le influenze di ciò che sento e di quelli che sono divenuti punti fissi del mio universo musicale. Di sicuro quest’album è venuto fuori più viscerale e un po’ più “difficile”.
E c’è anche, mi sembra, una maggiore ricerca sui testi.
Ho concesso sicuramente di più alle mie letture, forse perché ci tenevo ad affermare concetti precisi, che avessero un taglio definito. Mi sono fatto aiutare dalle cose che amo e soprattutto dai libri che in qualche modo hanno accompagnato il percorso di questo disco, che non sono stati cercati ma mi sono capitati per le mani. Letture che, stranamente, hanno un’attinenza fra di loro, un filo conduttore, pur nella loro estrema diversità: da Pirandello a Ray Bradbury fino alla Bibbia. In sostanza si tratta di un disco molto meno intimo di quello che si può pensare, più cronachistico, perché si limita a raccontare storie, fortunatamente con poco giudizio morale e poca voglia di entrare nel merito del giusto e dello sbagliato. Come nel folk, appunto. Senza sonno, il pezzo cantato da Nada, parla di una donna che uccide il marito: io lo descrivo come una necessità di questa donna, un fatto che comunque segnerà la sua vita e che viene narrato agli altri.
Da cosa deriva questo tuo rinnovato interesse per il folk?
Magari è un bisogno di concretezza musicale ed essenzialità allo stesso tempo. Anche in questo, la presenza in studio di John Parish è stata utilissima, perché è una persona che riesce sempre a fare il punto sulle canzoni degli album che produce; mi sembra che spesso lavori spogliando i pezzi fino a farli rimanere chiari e distinti. Questo è il requisito generale che ho riscontrato nella musica folk, soprattutto negli ultimi due anni non ho fatto che ascoltare Johnny Cash, Townes Van Zandt, Fred Neil, ma anche Uccio Aloisi e le sue ballate pugliesi. Mi sembra che nel folk ci sia quel senso di concretezza che oggi sfugge un po’ a tutti, anche nei temi affrontati: ad esempio, nel parlare di morte cercando di non rimuovere il concetto come si fa quotidianamente, per non toccare temi che potrebbero arrecare disagio a questo stile di vita basato sulla futilità. Forse una delle vere origini del capitalismo è la dimensione della morte: accumulare, sfruttare, cercare di dominare per allontanare l’idea della morte. Invece, è la sua accettazione che dà il senso e il valore di ogni tuo atto.
A dispetto del titolo, il disco non è poi tanto elettrico.
Ritengo che abbia la giusta dose di elettricità. Non è necessariamente elettrico nel senso di strumenti elettrificati, potrebbe essere anche una questione di energia e scariche.
Comunque, in generale, i pezzi sono piuttosto pacati, benché qualcuno sia più tirato e distorto.
Sì, è vero. Difatti, il riferimento non era alla strumentazione ma alla stampa di Posada con gli scheletri in un tram messicano. C’è il forte legame con la terra tipico della cultura messicana, questo giocare coi morti e rappresentare il proprio popolo come dei morti: un senso del macabro che appartiene anche ai siciliani. Ci sono tasselli che si sono uniti spontaneamente: il filo che passa dalla Puglia a Pirandello, fino alla periferia di Catania e alla stampa di Posada, racconta una storia di terra. Ed è così che, essenzialmente, sento questo disco.
Come sono, in particolare, i tuoi legami con la Sicilia?
Molto saldi, da sempre. Io sono assolutamente un prodotto della cultura siciliana, che pur essendo molto forte e radicata sulla propria terra è anche molto curiosa. I siciliani sono persone che hanno sempre viaggiato e si sono fatte affascinare dal diverso, pur tornando sempre in questa famosa ostrica che ti richiude e accoglie continuamente, ma si mischiano moltissimo con gli altri conservando questa identità che alla volte li fa passate per burberi o orgogliosi. Il legame alla terra è per me un legame culturale: penso a Brancati, Pirandello… persone che sono state tanto tempo fuori, influenzate dalla cultura che scoprivano fuori dall’isola e che riportavano nell’isola guardando attraverso quello che avevano conosciuto il posto dove erano nati.
Oltre al cantautorato americano, in Gran calavera elettrica ho trovato anche possibili influenze di Calexico e Black Heart Procession.
Credo che loro attingano allo stesso serbatoio, forse con più titoli di me perché quella è la musica della loro terra. La foto centrale della copertina è scattata nella Sicilia centrale, dove giravano i film di Sergio Leone, ma potrebbe essere l’Arizona.
Ti senti mai come se fossi nato dalla parte sbagliata dell’Atlantico?
Forse se fossi nato in America non l’avrei amata tanto quanto la amo.
Per il canto, invece, mi è venuto da pensare a Claudio Lolli.
Me lo hanno detto in tanti, ma è casuale. Conosco poco Lolli, ricordo giusto Michel ero molto più fanatico di De Andrè e De Gregori.
Il tuo precedente album, Closet Meraviglia, è stato prodotto da Hugo Race, mentre di questo si è occupato John Parish: affinità e divergenze tra i due?
Sembrano molto diversi ma forse in fondo non lo sono. Dal punto di vista tecnico, Hugo usa molto di più effetti e riverberi, mentre John è più essenziale e ama lavorare con ambienti naturali e suoni definiti, non affondando nell’effettistica. Però entrambi amano enormemente il blues, e credo che si senta.
Così come lo ami tu. E infatti la tua indole è abbastanza cupa.
Alla fine, qualcuno deve pur fare il lavoro sporco. Non è che sia particolarmente affascinato dal “dark side” della vita, ma mi piace confrontarmi anche con questi suoi aspetti: sono come l’amore e la carità o la pace e la guerra, sono parte di un teatro in cui tutto deve essere rappresentato. Altrimenti, la recita è monca.
Anche la copertina è decisamente livida.
È decisamente il mio immaginario. Credo che Nick Cave abbia detto o scritto che nella moderna tecnocrazia musicale il dolore è relegato in fondo alla classe. Invece, almeno ogni tanto, è bello farlo sedere al primo banco.
A livello estetico, Nick Cave resta un tuo punto di riferimento?
Sì, credo che abbia fatto un grande favore musicale a tutti adattando l’attitudine blues a un modo moderno di raccontare le cose, usare gli strumenti e scrivere le canzoni. È uno dei migliori songwriter degli ultimi vent’anni, e il fatto che a volte sia scaduto nella leziosità è un rischio che si corre con un certo tipo di materiale.
Quanto le storie del CD sono autobiografiche?
Magari un racconto di Ray Bradbury mi ha dato lo spunto, la scusa, l’ispirazione per raccontare qualcosa che mi è successa. Il dato biografico è l’attenzione nei confronti degli stimoli che ti portano fuori dai fatti avvenuti… incontri, colori… Raccontare storie permette di dare un elemento riconoscibile a chi ascolta, un elemento con cui si confronterà.
Nei tuoi testi ci sono riferimenti, espliciti e non, alla religione: solo esigenze narrative o anche altro?
Ho un rapporto molto confuso col Cristianesimo. La mia cultura laica me ne aveva tenuto lontano, ma negli ultimi anni mi sono posto parecchie domande: il fascino del messaggio di Cristo è veramente forte, al di là della questione della sua divinità o umanità. Sono convinto che i suoi insegnamenti, se applicati, potrebbero cambiare la nostra storia: è stato il primo a parlare di amore incondizionato, senza contrapposizione nemmeno con il male. Volevo buttar giù dei punti di confronto con un dato di fatto che è diventato importante nella mia vita. Per capire le cose che mi accadono devo farle diventare concrete, e la canzone è il mezzo ideale per riuscirci.
Prima abbiamo accennato a Senza sonno, che è cantato interamente da Nada: come mai questa stranezza?
Morivo dalla voglia di sentirla interpretare un mio pezzo. Dopo ho scoperto una canzone nuova, la sua lettura mi ha fatto vedere cose che mi erano sfuggite. È stato un grande regalo. Il passare attraverso zone oscure può renderti speciale: Nada ha vissuto con questa attitudine, l’ha pagata moltissimo ma non si è mai spaventata.
E la cover di Fred Neil?
Fino a un anno e mezzo fa non lo conoscevo. Un mio amico mi ha prestato la ristampa dei suoi due primi album e sono rimasto folgorato da Little Bit Of Rain. È stato un innamoramento e una decisione immediata: l’ho inciso a casa, e John ci ha aggiunto il piano.
Sei consapevole del fatto che il tuo è un discorso d’élite?
Certo non è di massa, ma non credo sia poi così difficile avvicinarsi a queste cose. Forse si chiede al pubblico un piccolo sforzo in più… ma è giusto, nella musica è bello chiedere l’attenzione di chi ascolta. Oggi, purtroppo, è venuta a mancare la fiducia che un tempo esisteva tra chi consumava e chi faceva musica: la politica delle case discografiche di realizzare un singolo per venderlo e poi dimenticarsi di chi l’ha cantato per trovarne un altro in grado di fare lo stesso sta uccidendo la musica. Chi suona e le etichette, perlomeno quelle attente a questo genere di discorsi, devono ricreare il rapporto di fiducia. Bisogna ricominciare, e forse è ancora possibile farlo.
Al momento, quali prospettive vedi per la tua carriera?
Non faccio dipendere la mia voglia di fare questo lavoro dalle cose che mi sono successe a causa del lavoro stesso. Ora sono legato alla Mescal e mi aspetto la serietà che promette: è un’avventura nuova e devo essere ottimista. Quando ti metti in una storia ti devi fidare di chi ti guarda le spalle, altrimenti è meglio non partire. Credo una etichetta come la Mescal sappia benissimo quali sono le potenzialità di un disco come il mio, e la scelta di sponsorizzarlo viene dal credere in un lavoro che non finisce con la sua pubblicazione. E questo mi conforta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.553 del 4 novembre 2003

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