Yeah Yeah Yeahs

Fedele all’ormai consolidata regola del “non c’è due senza tre”, ai recuperi di Kills e Ikara Colt faccio seguire questo di un’altra band emersa all’inizio dello scorso decennio, un’altra di quelle che alla dedizione al r’n’r più o meno aggressivo univa un approccio abbastanza ”fighetto”. Eccovi le mie recensioni dei primi due dischi degli Yeah Yeah Yeahs, da New York City.

Yeah Yeah Yeahs cop 1EP (Wichita)
Fattisi recentemente conoscere in Europa come spalla della Jon Spencer Blues Explosion, gli Yeah Yeah Yeahs sono un terzetto newyorkese con alle spalle neppure due anni di attività e un omonimo EP autoprodotto proprio ora ristampato nel Vecchio Continente dalla Wichita/Clearspot: cinque tracce per un totale di quattordici minuti acidi e abrasivi – ma senza le cadute nel delirio care a troppi loro colleghi, forse anche grazie alla registrazione curata dall’espertissimo Jerry Teel – che si inseriscono perfettamente nel quadro del più tipico art-punk della Big Apple, quello che ha come padri i Sonic Youth e come figli prediletti i Blonde Redhead, ma con uno sfrontato tocco femminile – dato dalla voce di Karen O – che legittima qualche paragone con la PJ Harvey più cruda e “petulante”.
Insomma, poco o nulla a che spartire con gli Strokes o i Moldy Peaches, ai quali sono stati superficialmente accostati per ragioni di residenza, o con i famigerati White Stripes, peraltro ad essi affini nell’utilizzo di una strumentazione quantomai essenziale (oltre al canto, solo la batteria di Brian Chase e le chitarre di Nick Zinner). A contare, però, è che i cinque brani vantino una notevole quantità di ottime (e spigolose) vibrazioni, nonché una verve compositiva che nonostante gli inevitabili riferimenti sembra offrire più di una garanzia per il futuro. Troppo presto per salutare la nascita di una stella? Non c’è dubbio. Vale comunque la pena di tenere d’occhio il gruppo, alzando nel frattempo più che si può la manopola del volume.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.488 del 28 maggio 2002

Yeah Yeah Yeahs cop 2Fever To Tell (Polydor)
Un altro nome si aggiunge al già lunghissimo elenco stilato dalla stampa specializzata a sostegno della tesi – sensazionalistica, e comunque non corretta: non può esserci una resurrezione senza un decesso – secondo la quale il rock newyorkese è rinato a nuova vita. Non si tratta però di un nome del tutto sconosciuto, visto che degli Yeah Yeah Yeahs si era già parlato anche sulle nostre pagine in occasione del loro omonimo mini di debutto, succinta ma elettrizzante raccolta di canzoni dove l’urgenza punk e l’attitudine lo-fi sposavano quelle tendenze “art” che nella Big Apple – dai Velvet Underground ai Sonic Youth passando per Patti Smith e Talking Heads – sono sempre state di casa.
Il canovaccio sperimentato nell’esordio viene adesso riproposto, con la sola variante di una registrazione più accurata, in questo Fever To Tell, che vede il trio composto da Karen O (voce), Nick Zinner (chitarra, drum machine) e Brian Chase (batteria) ingaggiato addirittura dalla Polydor: una circostanza che fa ben comprendere quanto la caccia all’ultima next big thing newyorkese sia sentita anche dalle major, con il conseguente, concreto rischio che il piccolo “movimento” dei vari Strokes, Interpol, Moldy Peaches, A.R.E. Weapons, Liars e White Hassle si trovi in qualche misura delegittimato dall’apparizione di un tot di mistificatori. Finché il testimone sarà nelle mani di gente come i Yeah Yeah Yeahs, però, non c’è motivo di preoccuparsi: la genuinità dell’ensemble emerge infatti da ciascuno dei nemmeno quaranta minuti dell’album, assieme alla sua perizia nel costruire brani secchi e abbastanza spogli (less is more, ma il NAM non c’entra nulla) nei quali l’impatto fisico marcia di pari passo con quelli intellettuale ed estetico. Merito dell’ottima Karen, sorta di Kim Gordon (molto) più anfetaminica e viziosa – anche nelle liriche – ma non meno espressiva, e merito dei suoi compagni, abilissimi nel fornirle un apparato strumentale che si sviluppa fra trame (moderatamente) acide e urticanti e piacevoli melodie sconnesse evocando suggestioni di ordinaria degenerazione metropolitana: qualcosa, insomma, di vagamente accostabile ai vecchi Royal Trux o ai nuovissimi Kills, con in più un leggero tocco di intellettualismo art che rimanda inevitabilmente alla Gioventù Sonica e un’inclinazione pop capace di farsi strada anche in questo rumoroso contesto (ascoltate Maps e, se ci riuscite, provate a non pensare a una versione tossico-depravata dei Blondie discotecari).
Al di là di ogni riferimento, comunque, un disco senz’altro riuscito. Uno dei migliori, o quantomeno uno dei più eccitanti, offertici nell’ultimo paio d’anni dalla Grande Mela.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.535 del 27 maggio 2003

 

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