Ikara Colt

Non molto tempo prima del debutto dei Kills, trattati ieri, nel giro si parlava abbastanza di una band affine, gli Ikara Colt. Sono sciolti da ormai otto anni, ma i loro due dischi, nonostante certi riferimenti sfacciati, rimangono tuttora apprezzabili. E forse anche qualcosina di più.

Ikara Colt cop 1Chat And Business
(Fantastic Plastic)
Gli Ikara Colt sono di Londra, ma in assenza di notizie chiunque li identificherebbe come newyorkesi: troppo ruvidi, troppo acidi, troppo devianti nell’accostare aggressività ritmico-chitarristica con perversi accenni melodici e con un canto distaccato che sembra provenire da un’altra dimensione. Insomma, un art-punk-rock “da bassifondi”, un po’ intellettuale e un po’ selvaggio, che vede nei Sonic Youth più fisici – diciamo quelli a a cavallo tra ‘80 e ‘90 – il riferimento più palese; e l’ascolto di qualsiasi episodio, a partire da quella Belgravia intonata a due voci da Paul Resende e dalla chitarrista Claire Ingram, non lascia alcun dubbio su quale sia il principale modello del quartetto.
Nonostante la forte dipendenza ispirativa, agli Ikara Colt vale comunque la pena di dedicare attenzione: la loro irruenza, la loro energia, la loro capacità di elaborare canzoni di grande impatto – assaggiate Rudd, con quel suo fantastico riff settantasettino nel quale si innestano poi aperture lancinanti e visionarie, e provate a resistere alla voglia di lanciarvi in uno scatenato pogo – bastano abbondantemente a renderli consigliabilissimi a chiunque ami il miglior rock’n’roll ruspante, quello che non vuole soffocare l’ardore giovanile ma nel contempo cerca con successo di indirizzarsi verso soluzioni meno stereotipate e più genuine dell’hardcore melodico o del nu-metal. Certo, almeno per il momento, l’originalità abita altrove, ma Chat And Business rimane comunque uno splendido biglietto da visita. Agli Ikara Colt l’onere di costruirsi un futuro all’altezza di quanto oggi promesso.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.478 del 19 marzo 2002

Ikara Colt cop 2Modern Apprentice
(Fantastic Plastic)
La solita, vecchia storia: ripeti più o meno ossessivamente a te stesso che il rock’n’roll a base di chitarre è arrivato a un punto morto, che tutto è già stato suonato e cantato e che, comunque, nulla di attuale o di futuro potrebbe mai essere all’altezza di ciò c’era nei bei giorni che furono… ma poi ti piomba nel lettore un dischetto come questo Modern Apprentice e tu, pur non rinnegando le tue fondatissime convinzioni, ti ritrovi ad alzare il volume fino alla soglia del dolore e a saltellare per la stanza maltrattando chitarre immaginarie e urlando assatanato in un inesistente microfono. Ed è questa, una delle principali magie della nostra musica: se possiede il giusto “tiro” travolge ed esalta, e non serve a nulla cercare di convincersi che certi entusiasmi andrebbero serbati solo per i dischi che hanno fatto la storia.
Tutto questo preambolo serviva solo per affermare che, sì, gli Ikara Colt sono depositari del Sacro Fuoco, anche se è fin troppo facile inquadrarli come band derivativa che elabora una specie di sintesi tra i Sonic Youth degli ‘80 e gli Stooges e che, occasionalmente, accantona le sonorità più crude e selvagge – seppur sempre di sapore art – per intessere trame più ipnotiche, figlie dei Jesus & Mary Chain periodo Automatic. Lo dimostra quest’album, il secondo della compagine britannica, che segue di due anni l’apprezzato Chat And Business allineando dodici episodi dove la fisicità più viscerale e sanguigna trova un perfetto punto d’incontro con urgenze intellettuali ed emotive in trentacinque minuti di intense suggestioni. Ci sono energia e pathos, nella musica dei quattro londinesi, in quantità tali da giustificare quell’hype che – nonostante l’assenza del famigerato “The” all’inizio della sigla sociale – si è creato attorno a essi. Ma in ogni caso, al di là della risonanza, Paul Resende, Claire Ingram, Tracy Bellaires e Dominic Young sono il classico gruppo di cui innamorarsi, sia per la loro evidente genuinità, sia per la perizia messa in luce nello sviluppare una formula bene in equilibrio tra forza d’impatto, senso di minaccia incombente e un pizzico di delicatezza “pop”. Nonché, è logico, per la globale efficacia di canzoni – spesso irresistibili: I’m With Stupid l’esempio forse più eclatante – che sposano tensione elettrica, sensualità peccaminosa e piogge (acide) di adrenalina.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.583 del 15 giugno 2004

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