The National

Un altro titolo che non finirà fra i miei album del 2013 – di parecchi altri, però, sì – ma che non è certo privo di attrattive. È una recensione che recupero con piacere, l’unica – a meno che la memoria non mi inganni – che abbia mai scritto sulla band americana.

National copTrouble Will Find Me (4AD)
Probabile che taluni vedano ancora i National come una band nuova, magari non debuttante ma da collocare nel settore emergenti. Il quintetto di Cincinnati, Ohio, da un tot residente a Brooklyn, è invece da considerare quasi un veterano della scena “alternative” americana: la sua attività ha infatti preso il via addirittura nel 1999 e questo è il suo sesto album. L’equivoco di cui sopra si può comunque giustificare, dato che il primo disco a riscuotere consensi parecchio lusinghieri – non solo in patria ma anche in buona parte dell’Europa, Italia esclusa – è stato il precedente High Violet del 2010. Su Trouble Will Find Me ricade quindi l’onere di confermare il percorso in ascesa e non si tratta di una cosa da poco, ma il gruppo che ha come frontman il quarantaduenne cantante/compositore Matt Berninger – bella presenza e caratteristica voce baritonale – sembra perfettamente in grado di raggiungere l’obiettivo: l’esperienza certo non manca, e che essa si accompagni a mezzi ben poco comuni e a un’evidente urgenza espressiva non può che essere un ulteriore vantaggio.
Come e forse anche più di High Violet, ma un po’ come più o meno tutte le prove della formazione, l’ultima fatica dei National non evidenzia una particolare propensione al r’n’r incalzante/trascinante sul piano fisico: il ritmo c’è ed è pure assai incisivo, ma le trame predilette sono quelle ipnotiche e solenni, derivate dal post-punk ombroso ed evocativo ma non esenti da influenze di respiro folk. Molti, per definire i (non più) ragazzi, hanno tirato in ballo Leonard Cohen e a livello concettuale ci può stare, ma se si parla di stile musicale la mente vola ad altro: di sicuro, per menzionare due compagini grossomodo loro coeve, Interpol e Arcade Fire, ma volendo guardare più indietro è difficile non pensare agli U2 più morbidi e avvolgenti, benché gli impasti sonori organizzati da Berninger e soci siano nel complesso più stratificati e sofisticati, a tratti quasi a un passo dal lezioso. Oppure ai Lambchop, un’ispirazione peraltro più ingombrante quando, a inizio carriera, i Nostri battevano strade più vicine alla cosiddetta Americana.
Per cinquantacinque minuti suddivisi fra tredici episodi, Trouble Will Find Me mette dunque in fila melodie aggraziate e persuasive, ceselli strumentali raffinati e ingegnosi eppure capaci di trasmettere una bella sensazione di genuinità e atmosfere dotate di notevole forza suggestiva, oltre ai contributi – non decisivi, ma graditi – di ospiti famosi quali St. Vincent, Sufjan Stevens, Sharon Van Etten, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, Nona Marie Invie dei Dark Dark Dark. Scritto sull’onda delle soddisfazioni raccolte dopo il lungo tour promozionale del lavoro di tre anni fa, e autoprodotto in studio con la solita meticolosità dai fratelli Dessner (ovvero il tastierista/multistrumentista Aaron e il chitarrista Bryce), l’album non sorprenderà gli estimatori della band ma nemmeno deluderà le loro aspettative. Pur con le inevitabili perplessità del caso, relative a una formula che per quanto sempre efficace risulta ormai piuttosto prevedibile, i National ribadiscono insomma il loro ruolo di primo piano nel panorama indie contemporaneo, la loro autorevolezza, la loro intensità. Il tutto in canzoni che, pur non essendo propriamente pop, sanno comunicare in maniera diretta: sarà difficile scoprirsi a fischiettarle sovrappensiero, ma arriveranno e rimarranno comunque dentro.
Tratto da Audio Review n.343 del maggio 2013

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