House Of Love

Dopo una serie di recuperi piuttosto lunghi e più o meno “giurassici”, qualcosa di molto più recente, anche se dedicato a una band in qualche modo storica. Quest’anno gli House Of Love sono tornati a sorpresa con un bel dischetto che difficilmente finirà nelle liste degli album del 2013 ma che non merita neppure di sprofondare nel dimenticatoio.

House Of Love copShe Paints Words In Red     (Cherry Red)
A pensarci oggi prende un po’ male, ma ci sono stati giorni in cui il termine “indie” non si usava in riferimento a ragazzetti hipster vestiti da fessi bensì a musica bella, ma bella sul serio. Musica come quella della Casa dell’Amore, band inglese che a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90 mise in fila una notevole serie di canzoni Pop con la “p” maiuscola, sospese da qualche parte fra il jingle-jangle dei Sixties e il genere che in seguito sarebbe stato battezzato shoegaze, con le influenze della psichedelia a intrecciarsi e confondersi con gli echi della new wave. Canzoni ora più cupe e rumorose, ora più eteree e soffici, che solo a ricordarle ci si commuove: da Shine On, forse la più toccante, a Christine, Destroy The Heart, Hannah, I Don’t Know Why I Love You, Beatles And The Stones. Che Guy Chadwick, l’uomo che le ha scritte e le canta(va) con voce suadente, non sia un idolo delle masse come meriterebbe è l’ennesima dimostrazione di quanto il mondo in cui viviamo sia profondamente ingiusto.
Dubitiamo che la situazione potrà cambiare con questo She Paints Words In Red, secondo album post-reunion – a seguire Days Run Away, che nel 2005 fu pressoché ignorato nonostante le ottime frecce al suo arco – e sesto in totale nella discografia del gruppo. Di sicuro, però, i suoi dodici episodi – su tutti Low Black Clouds, fiabescamente folk, ma anche il più vigoroso PKR e il conclusivo, estatico Eye Dream sono autentiche gemme – toccheranno nel profondo i cuori dei vecchi estimatori, e se magari per una volta la sfiga si farà da parte non è da escludere la possibilità di conquistare un (pur ristretto) nuovo pubblico giovanile che ha impresso nel DNA l’attrazione per le melodie e le atmosfere che profumano di dolci malinconie e vivida nostalgia. Certo, l’avere soffocato ogni rimembranza shoegaze è stata, in questo preciso momento, una mossa assai poco furba, ma che Guy Chadwick non gestisca la propria carriera improntandola al senso pratico e alla lungimiranza non è davvero una sorpresa per nessuno.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.705 dell’aprile 2013

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