Art-rock “minore” USA

Un’altra discografia base, di sicuro meno “scontata” di altre. Il fatto che il pezzo risalga a dodici anni fa spiega perché abbia classificato come “minori” No New York e, negli “altri dieci”, i Contortions: oggi che la scena no wave gode delle meritate attenzioni avrei agito diversamente, ma all’inizio del 2002 – quando era una faccenda di culto per pochi – mi toccò comunque inserirli per limitare il rischio che qualcuno alzasse il ditino e dicesse “ma… No New York? E i Contortions?”. In realtà entrambi erano già più famosi dei Chrome o degli Sleepers, ma non abbastanza per un posto nella “major league” accanto ad autentici monumenti quali Devo, Talking Heads o Pere Ubu. Invidio ferocemente chi ascolterà per la prima volta questi dischi in seguito alla mia segnalazione. E attendo i ringraziamenti che di sicuro arriveranno.

Art-rock foto

Dieci album fondamentali
Innanzitutto, è forse necessario chiarire il significato di un termine che a taluni potrebbe sembrare astruso: art-rock, chi era (è?) costui? Quando lo si cominciò a usare con frequenza, proprio nel periodo in cui  qui si va a scavare, lo si faceva – spesso, chissà perché?, con spirito vagamente diffamatorio – in riferimento a musicisti rock con velleità di tipo artistico-intellettuale: gente che, insomma, cercava di andare oltre la semplicità e l’immediatezza del punk all’epoca (ancora) imperante, magari ampliando a un tastierista elettronico il classico organico basato su una o più chitarre, senza però rinnegare la fisicità del rock. Nulla più, in ogni caso, di un’etichetta di comodo sotto cui raccogliere esperienze diversissime tra loro, peraltro accomunate dall’appartenenza al fenomeno – altra etichetta di comodo: la critica, si sa, adora creare categorie – passato alla storia come new wave. Art-rock, per meglio capirci, erano i Talking Heads, i Devo, i Suicide, i Pere Ubu e persino i Television: tutte band che non troverete citate nell’elenco qui propostovi semplicemente perché, come altre anch’esse americane e anch’esse attive in quegli anni cruciali (B 52’s, Cars, Wall Of Voodoo, Tuxedomoon o gli elettronici Residents, tanto per scongiurare il rischio che qualcuno ci accusi di gravi omissioni), sono conosciutissime e non possono dunque essere reputate minori.
“Minori”, appunto: gruppi, cioé, che difficilmente trovano spazio nelle enciclopedie rock ma che sono spesso autentici oggetti di culto per quanti hanno avuto modo di ascoltarne le prove discografiche. Ci premeva, insomma, segnalare la bellezza e la particolarità dei lavori in questione, tutti figli di un momento storico-musicale unico e irripetibile: è infatti ben noto che il punk, oltre a dare un violento scossone alla scena della seconda metà dei ‘70, provocò una vera esplosione di sonorità atipiche e stimolanti. Non a caso, proprio per sottolineare l’importanza dei coraggiosi “precursori”, ed evitare di confonderli con i tanti che sulla loro scia sono nati, che si è deciso di fissare come confini il mitico 1977 e il 1981: vale a dire, l’anno in cui tutto cominciò a emergere dal più buio underground e l’anno che registrò l’ultimo pugno di sospirati esordi a 33 giri di alcuni dei più apprezzabili protagonisti della prima ondata.
CHROME Alien Soundtracks (Siren 1977)
Secondo (e migliore) capitolo della discografia sterminata e sommersa della band di San Francisco e primo con Helios Creed (da qui in poi co-leader assieme a Damon Edge, anche lui polistrumentista), Alien Soundtracks sancisce la (non azzardata) unione tra avanguardia e psichedelia con uno stile ruvido e visionario nel quale confluiscono rock anche piuttosto energico, effetti elettronici e rumori. La forma è grezza ma la fantasia è libera di volare; e Chromosome Damage è uno dei più brillanti esempi di “punk creativo” di sempre.
FEELIES Crazy Rhythms (Stiff 1980)
Nella seconda metà dei ‘70 i Feelies non erano dediti al roots che nel decennio seguente diede loro maggiore notorietà, ma a un originalissimo pop-rock sospeso tra naïvete Sixties, echi di Velvet Underground e agganci alla neonata new wave. Edito in Inghilterra, il primo album dei quattro del New Jersey è un formidabile incontro tra armonia e “intellettualismo”, innalzato a capolavoro dallo spessore compositivo e interpretativo di brani quali The Boy With Perpetual Nervousness, Original Love, l’irresistibile filastrocca Fa Ce La e la cover della beatlesiana Everybody’s Got Something To Hide.
HUMAN SWITCHBOARD Who’s Landing In My Hangar (Faulty 1981)
Non ebbero vita né lunga né facile, gli Human Switchboard: troppo psichedelici per l’audience del punk e troppo punk per quella del rock classico. A testimonianza della sua grandezza, oltre a vari 7 pollici e due live (uno solo su cassetta), la band dell’Ohio realizzò questo eccezionale album con suoni tra l’ipnotico e il nervoso e atmosfere di sapore Velvet Underground: dieci magiche canzoni “garagiste” contraddistinte dalla voce aspra di Bob Pfeifer e dalle insinuanti tastiere (in primis, organo Farfisa) di Myrna Marcarian.
MX-80 SOUND Out Of The Tunnel (Ralph 1980)
Dopo un EP pubblicato nella natia Bloomington, nell’Indiana, e un album su Island (Hard Attack, 1977) troppo in anticipo sui tempi per raccogliere consensi, gli MX-80 Sound si legano all’etichetta dei Residents e confezionano questo disco stralunato e affascinante, dove la ricerca di soluzioni inedite – bruschi stacchi ritmici, trame spigolose, voce fuori dalle righe, liberi volteggi di sax – è guidata da uno spirito sostanzialmente (punk) rock. Un riuscitissimo connubio di convulsioni e sperimentazioni.
POLYROCK Polyrock (RCA 1980)
Il fatto che per produrre i loro primi due album (e per suonarci!) si sia scomodato addirittura il maestro Philip Glass spiega quanto grande fosse la considerazione della quale i Polyrock godevano nella New York alternativa a cavallo tra ‘70 e ‘80. Sorta di trait d’union fra Talking Heads, Cars e B 52’s, con l’impronta colta a bilanciare le aperture più scanzonate, il sestetto guidato dai fratelli Billy e Tommy Robertson avrebbe certo meritato ben altra gloria: specie in virtù di questo debutto, più “sperimentale” del successivo Changing Hearts e del mini Above The Fruited Plain che ne chiuse l’attività.
REDS The Reds (A&M 1979)
Grazie a due 45 giri molto underground, i Reds di Philadelphia ottennero un contratto dalla A&M. Per la major, il gruppo firmò un EP in formato 10” con la cover di Break On Through dei Doors e, pochi mesi prima, quest’album prodotto da David Kershenbaum: istinti punk, ricordi glam e indole new wave avvinti in travolgenti rock’n’roll (Victims, What’cha Doin’ To Me) e ombrose ballate (Joey, Self Reduction) giocati sugli intrecci di chitarra e tastiere e caratterizzati da un canto efficacissimo nei suoi toni sgraziati.
SLEEPERS Painless Nights (Adolescent 1981)
Li chiamavano “i Joy Division di San Francisco”, e ascoltando questo loro unico album non è difficile capire perché. Già parecchio atipico quando ancora predicava il verbo punk, l’ensemble capitanato dal carismatico cantante Ricky Williams e dal chitarrista (ex Tuxedomoon) Michael Belfer ha dato vita a un intrigante ibrido figlio del rock, del dark e di malcelate attitudini psichedeliche, sviluppato in episodi di rara forza evocativa. Un incantevole affresco dominato dal grigio, nel quale si accendono però splendide policromie.
SNAKEFINGER Greener Postures (Ralph 1980)
Reduce da un’esperienza inglese in ambito rock-blues, il chitarrista Philip Lithman ritorna in California e, riallacciata la collaborazione con gli amici Residents, inaugura una carriera solistica all’insegna di canzoni sghembe e bizzarre, figlie di un approccio quantomeno singolare a scrittura ed esecuzione. Secondo di un poker di album marchiati Ralph, Greener Postures è il più pregevole assaggio dell’eccentrica “etnopsichedelia elettronica in salsa new wave” cucinata dal Nostro, ben sintetizzata dallo strepitoso singolo The Man In The Dark Sedan.
URBAN VERBS Urban Verbs (Warner Bros 1980)
Due album datati 1980 e 1981 sono la purtroppo esigua eredità lasciata dagli Urban Verbs, quintetto di Washington D.C. meravigliosamente schizofrenico nel suo destreggiarsi tra vigore e solennità. Di questo folgorante esordio, calato alla perfezione nel clima dell’epoca ma non per questo oltraggiato dagli anni trascorsi, colpiscono soprattutto il profondo lirismo e il canto duttile e drammatico di Roddy Frantz, fratello di Chris dei Talking Heads. Nonché il modo in cui il sound, pur ricordando quelli di varie altre band coeve, riesce a essere personale.
VV.AA. No New York (Antilles 1978)
Un produttore d’eccezione (Brian Eno) e quattro gruppi tra i più chiacchierati della scena d’avanguardia di New York (i Contortions di James White, i Teenage Jesus & The Jerks di Lydia Lunch, i Mars, i D.N.A. di Arto Lindsay) per fotografare i volti di una sperimentazione cruda e feroce, dove la melodia è per lo più sacrificata sull’altare della dissonanza e dove il (punk) rock è come una lontana eco fra i convulsi e tetri abbracci di mille paranoie. Un disperato urlo di disagio e alienazione dal cuore (marcio) della Grande Mela.

Gli altri dieci
BIZARROS Bizarros (Mercury 1979)
Dall’Ohio un ispirato esempio di punk evoluto, in bilico fra acidità garage e suggestioni vellutate.
CONTORTIONS Buy (Ze, 1979)
Se la partecipazione a No New York non fosse sufficiente, James White al massimo della sua furia funk-punk-jazz:
DARK DAY Exterminating Angel (In-Fidelity 1980)
Nelle tastiere di Robin Crutchfield, ex D.N.A., il tormento di No New York prova a trasformarsi in cupa e glaciale armonia.
LOVE OF LIFE ORCHESTRA Geneve (In-Fidelity 1980)
Le fantasie tra new wave, dance, jazz e avanguardia di un gentiluomo newyorkese chiamato Peter Gordon.
PYLON Gyrate (Armageddon 1980)
Pulsioni, tensioni e allucinazioni dalla Athens pre-R.E.M..
RAYBEATSGuitar Beat (Don’t Fall Off The Mountain 1981)
Christensen e Harris, entrambi ex Contortions, alle prese con un vivace guitar-art-rock solo strumentale.
ROMEO VOID It’s A Condition (415 1981)
Da San Francisco. Ipnotici e al contempo romantici, con il canto di Debora Iyall a fare la differenza.
TIN HUEY Contents Dislodged During Shipment (Warner Bros 1979)
Estro e follia in chiave “pop” da Akron, Ohio.
TWINKEYZ Alpha Jerk (Plurex 1979)
Avantgarde-psycho-pop da Sacramento, con buone dosi di stravaganza.
UNITS Digital Stimulation (415 1980)
Ancora San Francisco. Due synth, due voci e una batteria per un sound in bilico tra sperimentazione e pop.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.470 del 22 gennaio 2002

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Categorie: discografie base | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Art-rock “minore” USA

  1. Anonimo

    Alcuni di questi dischi sono stati introvabili per anni a prezzi ragionevoli. Fortunatamente c’è un rinnovato interesse, che rende molto attuale questo post. Segnalo che sono stati ristampati nel 2012 Sleepers, Dark Day e Human Switchboard. Purtroppo degli MX80 Sound credo sia uscito solo Hard Attack.

  2. Gian Luigi Bona

    Preziosissima questa lista !!!

  3. Pingback: domenica 24 novembre | La Rassegna Della Domenica

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