24 Grana

Esattamente ieri è uscito il primo album da solista (o, meglio, assieme all’ensemble Ballads Cafè) di Francesco Di Bella, che per una quindicina d’anni è stato frontman e (co)autore dei 24 Grana. Sul disco mi astengo di pronunciarmi in questa sede, avendone scritto su Blow Up di dicembre (in tutte le edicole nella seconda metà della prossima settimana), ma l’occasione mi è sembrata propizia per recuperare questa intervista del 1999, ai tempi del magnifico Metaversus, che valse alla band napoletana la copertina del Mucchio. A mio avviso è non solo la fotografia di uno splendido momento artistico, ma anche la testimonianza inequivocabile di quante idee, quanta passione e quanta determinazione abbiano guidato – e guidino tuttora – il percorso musicale e umano di Francesco e compagni.

24 grana fotoL’oro di Napoli
C’erano molte cose, di Metaversus e dei 24 Grana, da aggiungere a quanto già detto in sede di recensione: più che sul piano strettamente musicale, a proposito delle teorie che sono alla base non solo dell’ultimo album ma della filosofia stessa del gruppo. Per farlo in modo serio, eludendo il rischio di errori di interpretazione, abbiamo invitato il quartetto partenopeo a fare luce su numerosi aspetti espressivi e “strategici” della sua già luminosa carriera, avviata appena quattro anni fa in un deposito del quartiere Colli Aminei. Il colloquio, tanto lungo quanto caotico nell’intreccio dei temi, ha chiarito senza possibilità di equivoco come Metaversus sia solo la punta di un ben più imponente iceberg: un iceberg di passioni, ispirazioni e ferrea volontà di seguire la propria strada che ci piacerebbe colpisse con energia il luccicante ma fragile Titanic di tanto rock italiano “ufficiale”.

* * *

L’intervista si svolge nella sala in comproprietà tra le sorelle WEA e CGD, la stessa dove alcune settimane orsono aveva avuto luogo l’incontro con gli Estra. Disposti a raggiera attorno al grande tavolo da riunione siedono il cantante/chitarrista Francesco Di Bella (il più loquace della compagnia), il chitarrista Giuseppe Fontanella, il bassista Armando Cotugno e il batterista Renato Minale, oltre al manager-guida Claudio De Cristofaro – prezioso elemento di raccordo tra l’Arte dei 24 Grana e le insidie del business – e a un pur smaliziato giornalista che non riuscirà a evitare di essere travolto dal flusso impetuoso delle parole; e che, un’ora e mezzo dopo, tornerà a casa con un feroce mal di testa, una C-90 stipata di concetti anche assai impegnativi e la piecevole certezza di aver trascorso il proprio tempo con una band fuori dal comune, dalla quale è lecito attendersi ancora moltissimo.
Non è troppo difficile accorgersi del fatto che Metaversus intende esprimere qualcosa che va al di là di una formula musicale, semplice o complessa che sia. Si può sapere, a grandi linee, di cosa si tratta?
Di un mood che coinvolgesse architetture sonore e corpo letterario in una sorta di concept. Volevamo rappresentare il nostro “metaverso” ispirato alla rete virtuale di Snow Crash dello scrittore Stephen Neal: un luogo, creato da se stessi, dove si può vivere avendo un corpo che si muove, rapporti con il prossimo, un lavoro e degli svaghi. In una realtà virtuale le alternative sono infinite, come sotto l’effetto della droga o come – in altra maniera – nel mondo di Internet, e questa opportunità di autosoddisfazione dei propri bisogni chiude nella prospettiva individuale facendo abbandonare la sfera del collettivo. Fondamentalmente, Metaversus  è la constatazione di tutto ciò.
Pura e semplice constatazione senza giudizi?
Di sicuro è il racconto di quello che ci è accaduto crescendo: non ci sono particolari metafore, si tratta di una descrizione della vita reale. Non è un caso che l’album giunga dopo il nostro momento di ricerca collettiva, con i centri sociali e i tentativi di aggregazione: non abbiamo potuto fare a meno di riscontrare che anche in quegli ambienti molti si sono costruiti il proprio settore di competenza, lasciando così emergere l’individuo. Dal punto di vista “politico” non è un bel discorso, ma è il male di questi tempi: l’egocentrismo, che emerge in modo ancor più evidente quando mancano i riferimenti collettivi.
La vostra, dunque, è una posizione critica.
Non potrebbe essere altrimenti, anche rispetto alla nostra situazione nel mondo della musica: più si va avanti e più diventa difficile impegnarsi con tranquillità su se stessi e sui propri progetti. Noi riusciamo a tenere i piedi per terra perché abbiamo ancora una visione di equipe, anche se il solo cominciare a lavorare in modo un po’ serio proietta direttamente nell’universo dell’individualismo; solitamente un discorso artistico parte da presupposti sociali, e quindi dai perché, per poi spostarsi sul piano estetico e dunque sui come.
Mi sembra che anche voi siate stati toccati dal problema.
Sì, ma visto il nostro background non ce ne curiamo: siamo in grado di esorcizzare la nostra ipocrisia dichiarandola apertamente. Rispetto alle nostre pulsioni collettiviste siamo sostanzialmente degli ipocriti, e Metaversus può anche essere interpretato come autodenuncia.
Prima parlavamo dei centri sociali: il fatto che parecchi gruppi nati al loro interno se ne siano allontanati significa che quel genere di esperienza ha ormai fatto il suo tempo?
No, assolutamente, le defezioni non hanno certo prosciugato il bacino culturale o la funzione degli spazi occupati. Noi suoniamo spessissimo nei centri sociali, e ci piace l’idea che chi ci segue entri in questi posti diversi dal consueto, dove l’ingresso costa solo 5.000 lire e dove si respira un’aria di libertà.
I centri sociali, insomma, come strumento per acquisire consapevolezza.
L’idea sarebbe proprio che, trascorrendo anche solo qualche ora in uno stato di piena libertà, le persone si rendano conto che nel loro essere individuo vivono in una prigione. Bisogna innanzitutto riappropriarsi della propria condizione di merda, per poterla cambiare.
Qual è la differenza tra “individuo” e “uomo”?
Uomo è parte dell’umanità, mentre individuo è chi prende coscienza di se stesso: quest’ultimo è un livello inferiore, perché è la “categoria uomo” che contiene l’individuo. L’egocentrismo ci porta a vivere questo individualismo come se fosse una cosa positiva, mentre il pericolo che quasi sempre si concretizza è quello della degenerazione nell’egoismo. A fotterci, purtroppo, è l’istinto di sopravvivenza.
Più che altro è il considerare esigenza essenziali, anche per colpa della propaganda dei mass media, una serie di “bisogni” del tutto voluttuari.
Infatti. E da qui deriva la continua dicotomia tra muoversi e restare fermi, tra agire e pensare: stati d’animo che convivono e che, in quanto diametralmente opposti, generano insoddisfazione. In più la comunicazione, strumento principe di chi determina la cultura reale o presunta, è sempre più controllata, e attraverso meccanismi sempre più sofisticati: prima c’era solo la retorica, poi è arrivata la Bibbia, e in tempi recenti la stampa, la radio, la televisione e Internet. Siamo sempre più schiacciati, e ci sarà sempre meno opportunità di sfuggire al controllo e agire in maniera autonoma. In questo momento la cancrena è totale, e in una simile situazione è davvero difficile andare avanti nei discorsi sui perché di cui dicevamo prima.
Torniamo un momento ai centri sociali e a quelli che se ne sono distaccati.
È normale, e in fondo non è giusto condannare chi sceglie la via dell’individualismo. Certi gruppi sono diventati una cosa diversa da quella che erano in origine, ma rimangono sempre le nuove realtà di base. Le piccole imprese nate dai centri sociali, che oltretutto creano anche lavoro, vanno benissimo, ma decidendo di operare su un altro piano hanno di fatto perso la loro libertà; un po’ come quegli spazi occupati che ora hanno le pareti bianche, mentre prima ognuno poteva scriverci su quello che voleva.
In ogni caso, i 24 Grana non sono al 100% figli dei centri sociali.
Siamo nati in un garage, quindi il nostro approccio mentale non è lo stesso, per esempio, dei 99 Posse, per i quali il primo obiettivo della musica è diffondere un messaggio di tipo politico. Ciò non toglie che i 24 Grana siano contro il Credo gerarchico e individualista della Destra, dove ognuno deve guadagnarsi il pane in base alle sue capacità, e a favore delle logiche della Sinistra, per le quali il primo merito è semplicemente quello di essere venuti al mondo.
Peccato che, nell’intera storia dell’umanità, la teoria non abbia mai trovato una realizzazione davvero coerente.
E sembra assurdo che possa trovarla ai giorni nostri. Diciamo che adesso la Sinistra non mira all’utopia ma si accontenterebbe “solo” di dar vita a una società quanto più equa possibile nei confronti di chi non ha avuto natali eccellenti o istruzione.
Non trovi che provare a trasferire tutto ciò nella musica sia piuttosto impegnativo?
È ovvio, e infatti non abbiamo la pretesa di scrivere un saggio su quello che ci è successo in quanto parte di una specifica sottocultura: sappiamo di confezionare dischi “pop”. Che tutte le paranoie che si hanno in testa acquistino forma di canzone permette maggiore rilassatezza, ma è fondamentale rimanere sinceri e non cercare di far finta che il mondo non faccia schifo.
All’atto pratico, in che modo la vostra filosofia si traduce in Metaversus?
L’impostazione è quella di un viaggio. Il primo pezzo, Nel metaverso, è un richiamo verso un luogo dove si può essere se stessi, tipo Lucignolo nel Paese dei Balocchi: questo riferimento vuole rimarcare il nostro legame con l’infanzia, perché – come dicono i fricchettoni – “non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice”. Una volta arrivati, non si ha bisogno di rappresentare nulla (Rappresento) e si fa quello che si vuole senza cambiare (Vesto sempre uguale); però si comincia anche ad avvertire un senso di impotenza rispetto al proprio individualismo, e quindi Non me movo mai invita al collettivo guidando fino a La pena, il brano centrale: è la constatazione più amara di quel che ci è successo e il momento da cui inizia a svilupparsi il vero mood del disco, con quel suo andamento malinconico. Musicalmente, il primo blocco di canzoni è come un’analisi del nostro background storico: i richiami Sixties de Nel metaverso, il crossover ispirato ai Led Zeppelin di Rappresento, gli anni ‘80 di Vesto sempre uguale e l’attualità di Nun me movo mai. Tutto si conclude con Stai mai cca, che propone un possibile filtro: l’hashish, che permette una leggera alterazione dello stato di coscienza.
In generale, non vi sembra tutto un po’ ermetico?
No, se si leggono i testi il senso è abbastanza chiaro. E d’altronde non potremmo spiegare tutto in modo troppo esplicito, altrimenti saremmo la televisione.
Però chiedete a chi vi ascolta uno sforzo di attenzione.
Sì, ma con simpatia. E poi chi non ha voglia di scavare più o meno a fondo può sempre recepire un altro aspetto coinvolgente, quello delle musiche e delle atmosfere. In fondo è “pop”, qualcosa espressa con linguaggio facilmente fruibile.
Oltre che apparire esotico, il titolo Metaversus è avvolto in una vaga aura di misticismo.
E poi suona “grande”, mentre i 24 Grana sono un gruppo piccolo. Dà l’idea di qualcosa che non riguarda solo il singolo. Siamo tutti proiettati verso l’individualismo, è una questione sociologica.
L’album è stato concepito tutto assieme o c’era qualche spunto elaborato in precedenza?
Tutto è partito da una sonorizzazione realizzata la scorsa estate per una videoinstallazione degli artisti napoletani Bianco e Valente, fondata sulla dicotomia tra suoni d’anima e suoni di mente: suoni del ricordo, elaborati in chiave elettronica, e suoni di cuore, costruiti con ritmi e chitarre. L’idea del lavoro su contrasti e dualismi è stata legata al concetto pre-esistente di uomo/individuo e di come si agisce rapportandosi al resto dell’umanità: il tutto alla luce dei colori lividi e nello stesso tempo un po’ lisergici che irradiavano ogni cosa quando, al crepuscolo, ci spostavamo in furgone. Siamo rimasti sospesi tra realtà e fantasia perché i problemi affrontati non sono stati risolti: finora il mood risulta scuro perché non abbiamo abbracciato la corrente possibilista ma quella catastrofista, non solo sul piano generale ma anche su quello dei 24 Grana come gruppo, poiché al momento la nostra vita non è facilissima anche a causa di difficoltà di carattere economico.
È normale: vedendo la possibilità di arrivare concretamente da qualche parte dedicate al gruppo tutte le vostre energie, ma il ricavo non basta a rendere i 24 Grana un vero lavoro.
Comunque continuamo a sforzarci di non guardare troppo avanti, almeno in termini di successo, e a concentrarci sull’espressione musicale.
Volete dire che, nonostante i consensi finora ottenuti, non state facendo la bocca all’idea di essere una band emersa e non più emergente?
È un po’ come nel discorso uomo-individuo, puoi essere te stesso e avere anche un ruolo all’interno del gruppo. L’importante è mantenere l’equilibrio tra le due cose, non fa molta differenza essere un gruppo per il quartiere o per l’italia intera.
Non sono d’accordo: non credo, ad esempio, che la tensione che avvertivate prima dell’uscita di Loop fosse intensa come quella che provate oggi.
Ora ci sentiamo più esposti, più nervosi. Però ci piace pensare che Metaversus sia servito a prepararci a questo incontro-scontro con il nostro futuro. Un “metaverso” può essere negativo quando la frequentazione dell’eroina, della cocaina o anche di Internet implicano un’estrazione dalla realtà, ma l’immagine che vediamo adatta per noi è quella di un hacker che riesce a volte a scardinare questa rete globale totalmente oppressa e a dimostrare che esistono ancora vita e libertà. Con Metaversus ci siamo confessati ipocriti, e gli insegnamenti raccolti in quel viaggio ci aiuteranno a cercare un’etica, un approccio alla vita.
Chissà dove andrete a finire: nessuno dei vostri dischi è mai uguale al precedente.
In Traveller, il brano inedito del Live, esprimevamo proprio questo nostro nomadismo. Traveller avrebbe potuto far parte di Metaversus, esserne una specie di prologo.
Non provate un po’ di frustrazione sapendo che gran parte del vostro “messaggio” non sarà raccolto perché molta gente non troverà nessuno che glielo illustrerà?
Noi arriviamo comunque al pubblico, tramite certe riviste e soprattutto le parole di alcuni giornalisti. Un’intervista come questa che stiamo facendo è molto esplicativa di ciò che siamo, però vogliamo scegliere a chi rivelarci e non ci va di raccontarci dappertutto facendo “prezzemolino in ogni minestra”: se ci comportassimo così, diventeremmo strumentali solo a qualcosa che non significa niente. E poi lo dice anche la canzone, “non ho niente da dire su ciò che rappresento”.
Come si concilia, tutto ciò, con l’avere un contratto major?
Si concilia, anche se ci sono scontri di vedute: la CGD, come ogni altra multinazionale, tende a porre filtri tra il gruppo e la comunicazione. Non può andar bene che i supposti canali alternativi, tra i quali anche alcuni giornali specializzati, seguano logiche di mercato diametralmente opposte a quelle coltivate dagli artisti. Siamo comunque convinti che, finché con i nostri dischi avremo qualcosa di valido da dire, non mancheranno interlocutori disponibili a propagandare il nostro operato nel modo più consono; il guaio sarebbe se le nostre proposte non fossero meritevoli di attenzione, in quel caso saremmo noi a fotterci da soli.
Cosa vi convince di meno, nel modo in cui è organizzata la scena italiana odierna?
Di sicuro il fatto che molti gruppi nascano già in major: una band come i 24 Grana non sarebbe mai potuta venir fuori da quegli ambienti.
Intanto, però, su Metaversus c’è il marchio CGD.
Il nostro contratto non è con la CGD ma con la Sintesi 3000, l’estensione discografica delle edizioni musicali La Canzonetta: la CGD si limita a stampare e distribuire un prodotto che noi realizziamo in piena autonomia, e il fatto che noi riusciamo ad agire così ci fa credere che sia possibile anche per altri trovare partner interessati a lavorare seriamente su un progetto senza costringere i musicisti ad accettare chissà quali vincoli. È chiaro che entrare in contatto con La Canzonetta è stato un colpo di fortuna: quanti, diciamo la verità, avrebbero finanziato un live contenente quasi tutti gli stessi brani di un esordio in studio edito appena un anno prima? Probabilmente, se avessimo seguito un altro percorso, oggi non avremmo questa stessa libertà spirituale e mentale.
Metaversus è in qualche modo associato a R.O.C., il balletto di Luciano Cannito nel quale suonate anche dal vivo al Teatro San Carlo. Qual è il rapporto tra il disco e lo spettacolo?
I pezzi strumentali di R.O.C sono essenzialmente estensioni degli umori di Metaversus: le musiche per il balletto ci sono state commissionate proprio mentre stavamo iniziando a lavorare sull’album, e dunque è logico che esistano precise analogie. L’idea originale prevedeva che nella colonna sonora ci fosse solo un particolare arrangiamento de La pena, ma poi vi sono state inserite altre due canzoni, Rappresento e La costanza. Sui temi e sul resto, invece, non abbiamo avuto voce in capitolo: abbiamo composto le musiche e abbiamo spiegato a Cannito qual era il concetto-base, e lui lo ha interpretato alla sua maniera costruendoci una storia delle origini di Napoli.
So che le rappresentazioni hanno avuto problemi.
Quattordici ballerini precari del San Carlo sono stati sospesi perché, scioperando, hanno fatto saltare la prima, e questo ha innescato un processo sfociato per varie cause in una drastica riduzione del corpo di ballo. A noi dispiace enormemente per le persone che non possono veder confermato il loro posto dopo avere rappresentato il San Carlo nel mondo della danza per ben dieci anni, e ovviamente siamo anche rimasti delusi che quanto stiamo presentando in scena non è certo quello che doveva essere: basti pensare che alla serata di ieri hanno partecipato solo diciotto ballerini invece di quarantatré. In ogni caso, ci teniamo a dichiarare la nostra piena solidarietà con i lavoratori del San Carlo, che naturalmente estendiamo a chiunque altro si trova nelle medesime condizioni di precarietà e disagio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.355 dell’8 giugno 1999

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “24 Grana

  1. è stato bellissimo rileggere questa intervista che a grandi linee ricordavo perchè i 24 Grana li ho seguiti davvero con attenzione nel loro percorso. Ogni album nascondeva delle sorprese, sono sempre stati un gruppo molto eclettico e loro come persone assai curiose, profonde ma anche pragmatiche. Sono curioso di scoprire il percorso solista di Francesco

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