Hardcore USA 1980-1983

Era addirittura da aprile che non recuperavo una discografia base, ovvero una mini-mini-guida introduttiva, in dieci (più dieci) album, a un genere o fenomeno musicale. Il titolo spiega già tutto e dunque non c’è bisogno di aggiungere altro. Cercate, ascoltate ed esaltatevi.

Hardcore foto

Dieci album fondamentali
Si era più o meno nel 1980 quando il termine hardcore, preso ovviamente in prestito dal linguaggio cinematografico, cominciò a essere utilizzato sempre più spesso in riferimento al punk. Spentasi l’eco del ‘77, con tutto il suo corollario di nichilismo e illusioni, la scena underground internazionale registrò infatti l’affacciarsi alla ribalta di numerose band che, pur appropriandosi di molti degli elementi cari alla “blank generation” (l’immediatezza, l’aggressività, l’approccio ribelle), tentavano con successo di spingere il punk ben oltre i suoi originari confini: sia sul piano musicale, componendo brani assai più esasperati in termini di rapidità di esecuzione e ruvidezza, sia sotto il profilo dei contenuti (con testi più consapevoli e mirati) e del look a base di borchie, creste e spikes.
Benchè discretamente diffuso nel Regno Unito (Discharge, G.B.H.) e quindi in parecchie altre nazioni europeee (Italia compresa: Raw Power, Cheetah Chrome Motherfuckers, Wretched, Indigesti, Negazione), l’hardcore visse un vero e proprio boom al di là dell’Atlantico. Gli Stati Uniti, e in particolare la California, Washington D.C., Boston e l’area di New York, assistettero così a una incredibile proliferazione di gruppi e alla nascita di numerose etichette consacrate alla promozione del nuovo stile: anzi, ai nuovi stili, alla luce di come le formule sviluppate dai giovani (e a volte meno giovani) guastatori dell’ordine rock precostituito si presentassero – pur nella generale adesione al binomio velocità-durezza – molto diverse tra loro.
A proposito dei “paletti”: l’indagine di questo articolo è limitata agli States in quanto principale culla del movimento, mentre il 1980 e il 1983 hanno rispettivamente visto l’uscita dei primi album-chiave e l’espansione su vasta scala di un fenomeno cui i consensi di pubblico e la conseguente professionalità avevano almeno nella maggioranza dei casi sottratto l’innocenza. I lavori qui citati sono dunque testimonianze selvagge, personali e (per quanto è possibile) senza compromessi di un’attitudine musicale e di vita che, per quanto in apparenza poco edificante, ha cambiato in positivo moltitudini di ragazzi potenzialmente persi. Che hanno imparato a esorcizzare la violenza vera praticando quella catartica del live e che – non sempre, ma di frequente: si pensi, ad esempio, alla filosofia Straight Edge, che predica la rinuncia a droghe ed alcool – hanno usato la musica come strumento di propaganda di valori morali: ecologia, animalismo, pacifismo e soprattutto rispetto del prossimo, giustamente convinti che la rivoluzione, per essere davvero efficace, deve partire dall’individuo.

ADOLESCENTS Adolescents (Frontier 1981)
“Adolescenti” di nome e di fatto, questi cinque ragazzi dell’area di Los Angeles, probabilmente arrabbiati più per noia che per convinzione. L’ABC del (poi) classico hardcore melodico californiano è nei solchi di questo grezzo e fulminante esordio, contenente almeno una manciata di piccoli anthem (su tutti No Way) e contraddistinto dalla chitarra guizzante di Rikk Agnew e dalla voce immatura ma autorevole di Tony Cadena. L’edizione CD è arricchita dei tre episodi del 7”EP Welcome To Reality e dell’intero primo album solistico di Rikk Agnew, l’ottimo All By Myself.
BAD BRAINS Rock For Light (PVC 1983)
Senza che ciò abbia nulla a che vedere con il razziasmo, l’hardcore è sempre stata in massima parte una faccenda “da bianchi”. Eccezione alla regola furono i Bad Brains, neri da Washington D.C. che però stupirono soprattutto grazie alla musica: ritmi da togliere il fiato e chitarra assassina, con la voce acuta di H.R. a conferire all’insieme un prezioso tocco di inconfondibilità e qualche apertura reggae dovuta all’adesione dei quattro alla fede Rastafari. Il tutto prodotto, e bene!, da uno che con il punk non ha mai avuto nulla a che spartire, Ric Ocasek dei Cars.
BAD RELIGION How Could Hell Be Any Worse? (Epitaph 1981)
Prima di diventare, con la reunion della seconda metà degli ‘80, gli alfieri dell’hardcore melodico, i Bad Religion di Los Angeles proponevano un suono rozzo e sferragliante, dove l’irruenza era comunque incanalata in schemi compositivo-interpretativi di grande efficacia. How Could Hell Be Any Worse? racchiude in sé tutti gli elementi apprezzati nei lavori successivi, anche se la formula è tutta basata su un istinto non ancora mediato dalla ragione.
BLACK FLAG Damaged (SST/Unicorn 1981)
Più che alla velocità, comunque presente in molti episodi, i Black Flag di Los Angeles si affidavano a una visceralità intensa e brutale, capace di rendere i brani – quelli compatti e trascinanti così come quelli dove le cadenze serrate lasciano il posto a schemi assai più dilatati e acidi – autentici inni all’oltranzismo r’n’r. Non solo rabbia, comunque, ma anche creatività senza barriere, come la band guidata dal chitarrista Greg Ginn – che proprio da quest’album si avvale della collaborazione di un giovane ma già carismatico Henry Rollins – non mancherà di confermare in una discografia all’insegna dell’eclettismo.
CIRCLE JERKS Group Sex (Frontier 1980)
Quattordici canzoni compresse in quindici minuti di durata complessiva: basterebbe forse questo a spiegare il debutto dei californiani Circle Jerks del cantante Keith Morris (già nei Black Flag) e del chitarrista Greg Hetson (poi nei Bad Religion). Punk ossessivo, crudo e lancinante, con la voce abrasiva di Morris a marchiare pietre miliari di “teenage angst” quali Back Against The Wall, World Up My Ass e soprattutto quella Live Fast Die Young che sono stati in troppi a prendere alla lettera.
DEAD KENNEDYS Fresh Fruit For Rotting Vegetables (Cherry Red 1980)
Unici e irripetibili, i Dead Kennedys di San Francisco, almeno in questo loro primo album nel quale fanno bella mostra di sé gemme come California Über Alles e Holiday In Cambodia: hardcore, certo, ma reso originalissimo dalle perverse divagazioni melodiche, dalle chitarre morriconiane di East Bay Ray e dal canto “teatrale” e beffardo di Jello Biafra. Più che un semplice disco, un monumento a un approccio che il quartetto – e in particolare Biafra, con le sue infinite attività parallele – contribuirà forse più di chiunque altro a propagandare e diffondere.
DESCENDENTS Milo Goes To College (New Alliance 1982)
Benchè non sempre considerati come meriterebbero dal pubblico, sono assieme ai Bad Religion e ai padri Ramones una delle band che più hanno influenzato l’hardcore californiano dei ‘90. Punk-pop ruvido e immediato, quello dei quattro di Los Angeles, a tratti filo-demenziale e ideale colonna sonora per la vita dei teenager americani vent’anni dopo Happy Days.
HÜSKER DÜ Everything Falls Apart (Reflex 1982)
Sono stati tra i primi, gli Hüsker Dü, a evolvere l’hardcore in senso “pop” senza sottrargli la sua naturale ferocia, e i primi in assoluto a portarlo su major. Questo secondo album, a metà strada tra la cieca irruenza di Land Speed Record e le ibridazioni di Metal Circus, fotografa il power-trio di Minneapolis in una fase “di passaggio”, mostrando però nitidissime tutte le componenti sulle quali Bob Mould, Grant Hart e Greg Norton hanno edificato il loro mito.
MINOR THREATComplete Discography (Dischord 1989)
La data di uscita non tragga in inganno: in questo CD è infatti contenuto tutto ciò che i Minor Threat hanno inciso in studio nel corso della loro breve e tormentata carriera, tra il 1981 e il 1983. E brevi e tormentate sono pure le canzoni, caratterizzate dal canto spaventosamente aspro di Ian MacKaye (il futuro leader dei Fugazi), che definiscono come meglio non si potrebbe quell’hardcore punk di cui il quartetto di Washington D.C. è passato alla storia come inventore. Tra i ventisei pezzi, anche la Straight Edge che ha dettato le regole dell’omonimo movimento di pensiero.
SOCIAL DISTORTION
Mommy’s Little Monster (13th Floor 1983)
Quando l’hardcore, legandosi alle tradizioni del miglior r’n’r, si trasforma in puro lirismo: nove canzoni di rara intensità, dove il notevole impatto fisico accentua la forza emotiva di uno stile al quale la voce calda e sofferta di Mike Ness – autore, tra l’altro, di liriche meritevoli di figurare tra i capolavori della poesia di strada – conferisce ulteriori attrattive. Se si è sempre ascoltato rock non estremista, il disco ideale per un primo contatto non troppo traumatico con l’hardcore.

Gli altri dieci
AA.VV. Flex Your Head (Dischord 1982)
Il manifesto del panorama di Washington D.C.. Tra i partecipanti, Teen Idles, Minor Threat, SOA, Government Issue, Youth Brigade.
AA.VV. Not So Quiet On The Western Front (Alternative Tentacles 1982)
Quarantasette brani per altrettante band emergenti della California e del Nevada. Tra i curatori, Jello Biafra dei Deaad Kennedys.
AA.VV. This Is Boston, Not L.A. (Modern Method 1982)
I primi passi della scena bostoniana. Tra gli altri, Jerry’s Kids, Gang Green, F.U.’s, Freeze.
KRAUT An Adjustment To Society (Cabbage 1982)
I padri dell’hardcore newyorkese.
MDC Million Of Dead Cops (Radical 1982)
La più feroce e devastante band texana. Contiene l’inno John Wayne Was A Nazi.
MISFITSWalk Among Us (Ruby 1982)
Horror-core dal New Jersey, con un giovanissimo Glenn Danzig.
SUICIDAL TENDENCIES Suicidal Tendencies (Frontier 1983)
Da Los Angeles, un hardcore imbastardito da contaminazioni con metal e rap. Quasi dieci anni prima dell’era crossover.
TOXIC REASONSIndependence Day (Risky 1982)
Dall’Ohio con furore.
T.S.O.L. Dance With Me (Frontier 1982)
Quando l’hardcore incontra il gothic.
ZERO BOYSVicious Circle (Nimrod 1982)
Misconosciuti ma grandissimi emuli dei Bad Brains, da Minneapolis.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.443 del 22 maggio 2001

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Categorie: discografie base | Tag: | 10 commenti

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10 pensieri su “Hardcore USA 1980-1983

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  2. Pingback: domenica 24 novembre | La Rassegna Della Domenica

  3. donald

    Zen Arcade lo trovo splendido, e non ho mai avuto molto a che fare con l’hardcore punk, e infatti lì siamo già parecchio oltre il genere secondo me

  4. Orgio

    A parte le raccolte, li ho tutti; indovina chi me li ha fatti comprare…:-)
    Grazie ancora!

  5. Gian Luigi Bona

    Bei tempi !
    Sarà che avevo 30 anni in meno !
    Comunque i Dead Kennedys non li batteva nessuno, con rispetto per gli altri eh…

  6. MaGonk

    Ciao Guglielmo, hai per caso scritto qualcosa anche sull’ HC italiano? Grazie per queste perle che continui a regalarci 🙂

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