Bingo

Oltre che da quelli famosi(ssimi), la storia del rock è scritta da tanti “eroi” sconosciuti o quasi, magari anche nella città dove vivono. A Roma ce ne sono un po’ e uno è sicuramente Alex Vargiu, che dalla fine dei Settanta si è votato al punk’n’roll e a quanto pare non ha – per fortuna – intenzione di smettere: dai miei archivi ho adesso recuperato quanto scrissi a proposito dei formidabili Bingo, che dopo Bloody Riot e Stigma, e prima dei Dissuaders, sono stati una delle sue principali avventure musicali. Per gli appassionati del genere, una band da non mancare.

Bingo cop 1

We’re Gonna Kill Your Family
(Hate)
7”EP di debutto per i romani Bingo, all’insegna di un punk rock potentissimo e articolato: le influenze del ‘77 sono elaborate alla luce di una splendida attitudine garage, e i quattro pezzi – dalla esplosiva title track alla cover di Glad He’s Dead degli Huns, misconosciuto ensemble texano dei tardi anni ‘70 – sono dinamite pura. Singolo italiano dell’anno?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996

 Bingo foto

Inutile negarlo: il 45 giri d’esordio dei Bingo, We’re Gonna Kill Your Family, ci ha letteralmente folgorati, così come gli altri tre brani (uno già noto in altra versione, ma tant’è) apparsi nell’EP allegato al n.6 della rivista “Urlo/Hate”. Non abbiamo quindi potuto esimerci dallo scambiare quattro chiacchiere con il chitarrista e cantante Alex Vargiu, che della straordinaria band capitolina – senza nulla voler togliere agli altri due membri, Manolo Morea (basso) e Alessandro Petrozzi (batteria) – è il carismatico leader. La morale? Si può essere punk, per davvero, anche a tre anni dal 2.000.
Allora, da quale anfratto siete venuti fuori?
Come Bingo esistiamo dal settembre 1995. Manolo e io suonavamo già assieme da qualche anno, ma la scintilla è scoccata dopo l’incontro con Alessandro. Non ero mai riuscito a fare niente di simile: tutte le mie vecchie esperienze di gruppo – dai Jerks, addirittura nel 1979, fino a Bloody Riot e Stigma a metà ‘80 – erano viziate da problemi che non avevano nulla a che vedere con la musica, questioni di rapporti personali o di costrizione inconscia a seguire le tendenze punk del momento.
Insomma, il punk è da sempre parte della tua vita.
Già, proprio così. Però bisogna fare delle distinzioni: per me il concetto di punk è strettamente legato al ‘77 e di riflesso al rock’n’roll grezzo e violento di ‘50 e ‘60. È qualcosa che mi porto dentro da sempre, mi ricordo che agli inizi mi guardavano male perchè volevo interpretare anche pezzi di Them, Rolling Stones o Yardbirds. Ti racconto un aneddoto buffo: da ragazzino, come ogni buon punk, mi picchiavo con i mod, e quando ho scoperto che i mod ascoltavano gli Who e gli Animals ci sono rimasto malissimo. È stato a questo punto che ho cominciato a capire le storture del classico stereotipo punk e a voler cercare una mia strada.
E pensi di averla trovata?
Sì, ma non è stato facile. Però, anche se la spinta è mia, il merito è anche dei miei compagni: di Alessandro, con il suo tocco anni ‘60 e la sua rullata surf, e di Manolo, che è una specie di mio alter ego: non a caso avevamo fondato un duo chiamato Partners In Crime…
Ma oggi, 1997, cosa significa essere punk?
Niente, come non significava nulla vent’anni fa. In fondo si tratta solo di un cliché, ci servivamo l’uno dell’altro per darci sicurezza e per sentirci parte di qualcosa. Per me, all’epoca, punk era stare per strada con una bottiglia in mano, mentre adesso non posso certo riconoscermi in quell’etichetta; mi è rimasta la tendenza al “vaffanculo facile”, questo sì, ma io sono me stesso e basta. Punk non è un movimento ma un’attitudine, e si può esserlo indipendentemente dai vestiti che si indossano o dalla musica che si suona.
La musica, appunto. A quali gruppi ti senti in qualche modo vicino?
Il mio punto di riferimento ideale sono gli Stooges, ovvero il simbolo del passaggio dal beat e dal garage al punk. Non abbiamo nulla in comune con loro sotto il profilo stilistico, ma l’idea di base è la stessa. Comunque, le mie radici sono nel rock americano, nelle mie canzoni non trovo proprio niente di inglese.
Sei soddisfatto dell’EP?
Inizialmente non lo ero per nulla, ma dopo un po’ ho cambiato idea e credo ci rappresenti abbastanza bene. Devo dire che l’ottima accoglienza ricevuta è stata molto gratificante; io faccio musica principalmente per me stesso, ma è stato bello che tutti questi riscontri siano arrivati per un progetto che non concede nulla al compromesso. Ora il mio rapporto con il pubblico è anche molto più schietto che in passato: non possono sorgere dubbi o equivoci, faccio quello che voglio e la gente riceve da me una proiezione di quel che sono veramente.
E quel che sei veramente si rispecchia anche nei testi?
Sì, è ovvio. Parlando di quelli dell’EP, We’re Gonna Kill Your Family è un attacco alla concezione “mafiosa” della famiglia e al coltivare solo i propri interessi, giusti o sbagliati che siano, anche se in contrapposizione con quelli degli altri; Fuck Out Of Here è più personale, ce l’ho con alcune persone che conosco bene… meglio sorvolare; Eat Me è la storia di un tizio che si lascia assorbire dalla televisione, mentre Glad He’s Dead è estratta dal repertorio degli Huns, una band texana degli ultimi ‘70. Abbiamo deciso di interpretarla proprio per le sue durissime liriche contro Kennedy, una figura che gode di una considerazione infinitamente superiore ai suoi meriti.
Cosa ti aspetti dal prossimo futuro?
Non appena riusciremo a mettere da parte qualche lira vorremmo pubblicare un album, sempre registrandolo quasi in presa diretta in modo da privilegiare l’impatto del suono. E poi vorremmo fare concerti, in situazioni giuste. Sì, mi accontento di poco. D’altronde, non credo che sarei mai in grado di suonare qualcosa di diverso dal beat, dal garage o dal punk.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.237/238 del 24 dicembre 1996

Bingo cop 2Close Up (Bondage)
Era un bel po’ di tempo che su queste pagine non ci occupavamo dei Bingo: addirittura dal dicembre 1996, quando nell’intervista che fece seguito allo splendido 7”EP We’re Gonna Kill Your Family il terzetto capitolino ci comunicò la sua intenzione di pubblicare prima possibile un album. E l’album in questione fu in effetti inciso, anche se lo smarrimento dell’unico master esistente e la successiva separazione del gruppo lo aveva finora ibernato: finora, appunto, perché grazie alla caparbietà del chitarrista e cantante Alex Vargiu e all’appoggio di alcuni fan di Cagliari, Close Up è adesso finalmente disponibile in una splendida stampa in vinile.
Close Up è dinamite pura: dodici brani dai titoli più che esplicativi (Jerkin’ Around, Gimme The Gun, Fuck Out Of Here, I Want To Be Wrong) che recuperano lo spirito e il suono del primo punk soprattutto americano: quello crudo, sporco, malato, perverso e un po’ demente di grandi e misconosciuti eroi quali Pagans, Crime e Vom (dei quali è qui ripresa I’m In Love With Your Mom), con inevitabili riferimenti agli Stooges e un tocco garage che rende l’insieme ancor più affascinante. Un album per cultori del vero punk’n’roll e una “operazione nostalgia” tanto riuscita quanto sincera: finché continueranno a uscire dischi così, nessuno potrà mai dire che il punk – quello vero: nulla a che vedere, cioé, con i Blink 182 e neppure con gli Offspring – è morto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.391 del 4 aprile 2000

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Bingo

  1. Orgio

    Bravi forte. Li propaganderò in giro. Grazie della segnalazione!

  2. Ho messo a disposizione l’album dei Bingo in mp3, chiunque volesse ascoltarlo può scaricarlo con mediafire.

    http://www.mediafire.com/download/6wh12c4xpasa4g0/BINGO+-+Close+Up.rar

  3. Pingback: Bloody Riot | L'ultima Thule

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