Benvegnù vs. Parente

“Ma chi me l’ha fatto fare?” Questa la domanda che mi ponevo mentre sbobinavo più di tre ore di interviste e cercavo di sistemarle al meglio seguendo l’idea – un po’ arzigogolata, lo riconosco – che mi era venuta in mente. Una volta finito il lavoro, però, ero molto felice del risultato. E spero che renda giustizia a due dei più brillanti protagonisti della penultima generazione della (miglior) canzone d’autore italiana.

Benvegnù-Parente foto

Nell’arco di un paio di settimane, Paolo Benvegnù e Marco Parente hanno pubblicato i loro nuovi album, rispettivamente Hermann e La riproduzione dei fiori: dischi di qualità superiore che costituiscono tappe importanti – e, magari, anche di svolta – nelle carriere dei due musicisti. Seppure assai diversi l’uno dall’altro, entrambi esprimono una precisa volontà di aprirsi all’esterno, entrambi sono stati concepiti con notevole cura per ogni dettaglio, entrambi sono stati realizzati sotto l’egida di strutture autogestite, entrambi rappresentano per i loro titolari punti di arrivo e di ripartenza, entrambi si collegano alla grande tradizione della nostra canzone d’autore Alla luce delle affinità – più ideali che stilistiche – esistenti fra i lavori, e dei rapporti di stima, amicizia e collaborazione che uniscono Paolo e Marco (ricordate i Proiettili buoni?), avevamo quindi pensato a un’intervista in contemporanea, a una sorta di tavola rotonda per provare a fare il punto sulle situazioni, particolari e generale. In tal modo si sarebbe però corso il rischio di confondere, distogliendo il focus dagli album e dai loro significati; da qui la scelta di “ripiegare” su incontri separati, tra i quali non sono peraltro mancate connessioni volontarie – formulando alcune domande identiche – e casuali. Ma nemmeno tanto, perché a ben vedere Paolo e Marco sono come facce della stessa medaglia.

* Paolo Benvegnù *
È evidente che, rispetto a quelli che l’hanno preceduto, Hermann sia un album più estroverso e meno introspettivo. Volevi fosse così, oppure è semplicemente successo?
Non sono capace di separare ciò che compongo e suono dalla mia vita. Per me è stato naturale smettere di scrivere delle mie esperienze personali e allargare lo sguardo al mondo che vedo. Non è che avessi prosciugato il mio desiderio di conoscenza interiore, ma una volta giunto a capire cosa sia il bene e cosa il male, tra l’altro assolutamente inscindibili, mi è venuto in mente – assieme ai miei compagni, perché anche loro hanno preso parte alla stesura dei pezzi – di tracciare una specie di mini-storia del percorso umano. Per raccontare noi stessi abbiamo utilizzato l’allegoria anche storica: parliamo dei miti e degli archetipi, e quindi della nostra vita attraverso la vita degli altri.
Dunque è un disco a più mani, un disco – come sei solito dire – dei Paolo Benvegnù.
Sì, per la prima volta ho firmato un album “collettivo”: persino più che con gli Scisma: finalmente mi sento il cantante di una vera band. Anche i testi non sono tutti miei e l’ultimo brano – L’invasore – è addirittura cantato dall’autore, il batterista/tastierista Andrea Franchi: mi piaceva l’idea che, dopo lo svolgimento “in soggettiva”, ci fosse una situazione da “cinema nel cinema”, con la macchina da presa che si alza e gli attori che chiacchierano fra loro.
Definisci Hermann “la colonna sonora di un film mai girato”. Che genere di film sarebbe, se lo si girasse?
Beh… un kolossal: ci vorrebbe un budget pazzesco… a meno di non limitarsi alla seconda metà, che si concentra nello specifico sul 900. Si guarda al passato, ma non con nostalgia: questo è un disco di indignazione.
Di indignazione per la natura dell’Uomo?
Da ragazzo credevo che tutte le conquiste tecnologiche e sociali di quegli anni avrebbero portato a un 2011 migliore. Non mi aspettavo certo un mondo così ipocrita e privo di dignità, dove quasi tutti sono disposti a fare qualsiasi cosa pur di ottenere un ritorno: non necessariamente di tipo economico, è noto che i soldi sono da sempre il principale motore degli eventi, ma anche solo di miseri appagamento del proprio ego. Se si mercifica tutto, compresa la propria piccola etica personale, significa che si è travisato il senso dell’esistenza. Alla fine ne preferirei uno più autentico: come nelle canzoni di gesta, dove le guerre sono guerre e l’amore è amore. Nelle guerre quotidiane che si combattono oggi, nessuna conquista è davvero importante.
Hermann è il tuo album “politico”.
Senza dubbio sì, anche se dentro c’è pure l’amore. Non posso nascondere, per esempio, il disagio verso questo Paese: il nostro modello di società, perversamente mutuato su quello americano, porta all’effettiva mancanza di occasioni di sviluppo, non solo rispetto alla meritocrazia ma soprattutto dal punto di vista del sentire, del pensiero. Noi italiani siamo arrivati adesso al “no future” del punk, e l’abbiamo fatto in maniera contorta, diabolica. Io sono un privilegiato, perché posso permettermi di scappare ogni tanto sulle colline della Toscana e sai quanto me ne fotte, ma cerco di mettermi nei panni di chi non ha la mia stessa fortuna.
Ti va di “spiegare” almeno un pezzo, con le sue connessioni al presente?
Uno dei miei preferiti, Andromeda Maria, è derivato dalla lettura de Le mille e una notte ma incrociato con il mito di Andromeda, della donna improgionata, di Perseo il conquistatore: riferimenti che, fra l’altro, si innestano in maniera incredibile con quanto sta accadendo in questi giorni. A mio avviso, una sconfitta della nostra società è la scomparsa della matrilinearità… poi certo, molte donne fanno ritenere che sia meglio così, perché avere una madre come Sara Tommasi potrebbe essere abbastanza pericoloso. Sviluppare questo tema mi è piaciuto particolarmente, così come l’inevitabile Melville in Achab In New York.
In generale ti sei soffermato su momenti parecchio noti, senza citazioni “di culto”.
Sono stato “superficiale” perché sono un apprendista studioso, e quindi ho preferito dedicarmi a cose facili da reperire. Con il tempo spero di poter andare più a fondo e analizzare anche personaggi meno conosciuti: c’era di mezzo anche il mio desiderio di essere più facilmente leggibile.
Si può comprendere, dato che taluni ti accusano di “pesantezza”…
Sono d’accordo con loro, e infatti cercherò presto di muovermi verso una dimensione un po’ più muta. Con le parole non riesco a esprimere bene ciò che provo, ma mi auguro di sviluppare rapidamente una coscienza musicale più alta in modo da comunicare meglio attraverso gli strumenti. Il punto è che mi sono sempre impegnato in una disperata, affannata ricerca di una verità, idea pesantissima e giustamente irraggiungibile. Nel mio piccolo, in Hermann provo a fare come Kurosawa in Rashomon: avvisare, me stesso in primis, che esistono molte diverse verità. Puntavo a una scrittura “alla Shakespeare”, naturalmente non a quelle altezze: volevo occuparmi della vita, della morte, dell’amore… argomenti molto classici.
Hai detto che ambiresti quasi al mutismo, ma intanto Hermann è pieno di parole. Nella tua formula, testi e musica hanno lo stesso peso?
Purtroppo mi è riuscito raramente di realizzare il triangolo perfetto, contemporaneamente leggero e denso, fra melodia, armonia e testo, che a ben vedere è un quadrilatero perché bisogna aggiungerci la voce. La voce che canta quel testo con quella melodia su quella armonia: per me, come ascoltatore di musica altrui, questa è l’emozione vera.
Che effetto ti fa sentirti chiamare “poeta”?
Un effetto strano: sono solo un uomo, non un poeta. Lo so che c’è chi lo crede, ma sbaglia: i poeti sono molto più tormentati di me.
Ti danno anche dell’esteta, visto quanto lavoro di cesello c’è dietro la tua musica. Questa definizione ti garba?
No, perché non credo di essere bravo come, per fare un nome, i Baustelle. Se invece parliamo di “estetica del sentire”, dell’armonizzazione fra il mare enorme che c’è al di fuori di me e il mio personale mare piccolo… allora sì, tendo a esserlo. Un esteta con una grandissima autocensura, però.
Hai anche la fama di personaggio un po’ stravagante.
Ma no, sono solo svagato… La mia vita è comporre canzoni e leggere libri per giungere magari, un domani, a scriverne di miei. Forse la reputazione è figlia del mio uso dell’ironia, che ho sviluppato da quando lavoro con una “famiglia” toscana: prima, con gli Scisma, regnava il rigore. Per un verso sono il fratello maggiore un po’ bacchettone, per un altro sono un gran cazzaro. Con loro mi diverto da matti… e ci siamo divertiti anche a realizzare Hermann! In realtà sono una persona molto sobria: per essere felice mi bastano del pane, dell’acqua e delle letture.
Sei inevitabilmente uno di quelli che concepiscono la musica in termini di album. Come ti poni, oggi che il pubblico privilegia “formati” molto più agili e meno impegnativi?
Rivendico la mia diversità… che è un po’ come quella di Herzog, volendo azzardare un parallelo con il cinema. Negli ultimi anni penso di avere imparato a comporre bene e mi sono ritagliato uno spazio dove mi trovo a mio agio: non ce la faccio proprio, a condensare in tre minuti e mezzo tutto quello che mi interessa comunicare. Gli album sono come i romanzi, e la faccenda curiosa è che quando scrivo altro – cose mie, che nessuno finora ha mai letto – mi pare di “funzionare” meglio nei racconti brevi.
Come ti spieghi il fatto, un po’ bizzarro, di essere diventato una sorta di icona del giovane pubblico indie?
Non mi sento per nulla un’icona, ma se davvero lo sono ritengo che sia perché mi vedono come una “possibilità umana”. Penseranno “se uno come Benvegnù, che ha pure un cognome di merda, è partito dal nulla e senza avere alcuna formazione può permettersi di scrivere certe cose e ha il coraggio di cantarle, allora posso farlo anch’io”. Non ho molto talento ma mi impegno, e la coerenza di questo impegno mi ha portato dove sono. Che poi è da nessuna parte, eh.

* Marco Parente *
Anche se non sei mai stato fermo, un tuo nuovo album mancava dal 2006. Il lungo silenzio ti ha reso, mi pare, più aperto e comunicativo.
Sono due termini che rispecchiano il mio approccio e il risultato finale che ho ottenuto: spesso ho fatto dischi non proprio autoreferenziali ma comunque volti più verso l’interno. Altre volte la mia ricerca è stata “barbara”, mentre la lavorazione di La riproduzione dei fiori si è svolta in maniera più metodica. In questi anni ho cercato situazioni parallele, collaborazioni e confronti, evitando di espormi troppo e di relazionarmi direttamente con il mondo musicale in cui mi sono sempre mosso.
E dopo?
C’è stata una sorta di liberazione. Sono cambiate l’attitudine e la consapevolezza, ho trovato una nuova struttura con la quale lavorare, un nuovo team di musicisti… tutte cose che sono arrivate in maniera talmente naturale e perfetta che ho capito che era giunto il momento di smettere di difendermi e di iniziare ad attaccare.
Anche le canzoni sono tutte nuove, oppure hai tirato fuori qualcosa dal cassetto?
Loro sono sempre un passo avanti, aspettano solo di essere raggiunte. La title track, per esempio, esisteva da tre o quattro anni, ed è passata attraverso molte versioni prima di diventare ciò che è ora. In generale ho lavorato tantissimo in sottrazione: l’album è ricco strutturalmente, non sul piano estetico e degli arrangiamenti. Non è complesso ma è pieno di idee e, lo dico senza modestia, di idee chiare. Tutto quello che si ascolta è il frutto di un maniacale studio per raggiungersi: c’è dunque molto sentimento e da qui probabilmente deriva la comunicatività alla quale accennavi prima, ma c’è anche una notevole posatezza.
Non hai comunque rinunciato al tuo tocco inusuale.
Anche se il disco è pieno di formule sanremesi, è logico che all’interno delle strutture “standard” devo sovvertire un po’ le regole. Anche questo rientra nella ricerca della quale si è detto prima ma può anche dipendere da una sorta di schizofrenia artistica, espressa nell’eterogeneità dei vari episodi.
Che influenza hanno avuto, nella realizzazione del disco, i bravissimi collaboratori che hai radunato attorno a te, a partire da quel geniaccio di Alessandro “Asso” Stefana?
Ho gestito il ruolo di titolare del lavoro lasciando accadere le cose, come un’agenzia matrimoniale. Quando presento il pezzo a chi poi dovrà arricchirlo, prima di dire cosa vorrei lascio carta bianca. Intervengo solo se ciò che vien fuori va in una direzione diversa, perché comunque la musica deve rispecchiare quanto più possibile la mia visione.
Però le parti di archi che Robert Kirby, lo storico arrangiatore di Nick Drake, ha scritto per Sempre le hai tenute com’erano…
Veramente no, sono stato costretto a modificare qualche nota perché il brano, rispetto alla versione da lui conosciuta, aveva subito una piccola evoluzione. Stavo proprio per scrivergli per chiedergli come intervenire quando ho ricevuto, con grande tristezza, la notizia della sua scomparsa. Quello spartito, una delle sue ultime creazioni, è stato un magnifico regalo, e pur dolorosa chiusura del cerchio del mio rapporto con Nick Drale, snodatosi attraverso una serie di tributi a Roma, a Fiesole e a Firenze.
Nel comunicato-stampa de La riproduzione dei fiori si legge di “canzoni allo stato puro” e di “bellissime radiografie”…
Sono canzoni ridotte alla loro essenza, qualunque essa sia: purezza non significa necessariamente pulizia. Sono radiografie perché colgono il mio “dentro”, anche se questa definizione è ovviamente un paradosso: di norma si parla di bei ritratti o belle foto, non di “bella radiografia”.
Dietro tutto questo c’è pure un concept?
No, a meno che non si voglia considerare tale l’intento di fare un disco come ai tempi del vinile: visto il minutaggio di un LP si era costretti a ragionare per qualità e dividendo i pezzi nella facciate, con una pausa in mezzo. Queste canzoni sono indipendenti fra loro, ma in qualche modo ciascuna fortifica le altre. In questo caso il titolo non ha l’importanza che ha avuto in altre occasioni, tant’è che fino all’ultimo ero indeciso.
E poi cosa ti ha fatto decidere?
Mi piaceva l’idea del produrre, del riprodurre, del riprodursi – come i fiori, appunto, che oltretutto sono belli – senza bisogno di motivi: un processo naturale, niente a che vedere con le macchine che realizzano in serie. È la mia idea di arte, che risiede nell’atto e non nell’azione.
A te piace molto, “mischiare” varie forme di espressione artistica…
Per me la musica è presente, come concetto, in ogni forma d’arte, così come esse sono nella musica. Però io non “mischio”… cioè, lo faccio, ma ho molto rispetto dei ruoli: non amo l’idea del musicista che fa un libro o un film, è pericoloso… se proprio deve farlo dovrebbe mettere le mani avanti, dire che si sta cimentando in qualcosa che non è proprio “suo” e sfruttare semplicemente il fatto di poterselo permettere. Io continuerò con curiosità le mie incursioni in altri mondi ma sempre “da musicista”, senza pretese di essere anche altro.
Questa tua piccola ossessione per il Diavolo, che ricorre spesso?
La sua figura assomma in sé tutte le contraddizioni e anche le grandezze delle quali noi uomini siamo capaci. Il diavolo non esiste così come non esiste Dio, ma Dio della propria assenza ha fatto un podio da rockstar mentre il Diavolo finisce sempre bastonato. Le nostre nefandezze sono addossate al Diavolo, che veste il male al nostro posto e a volte lo fa con eleganza: nella letturatura il diavolo compra le anime, ovvero il luogo da cui è generata l’arte, e in questo c’è della grandezza. Lui si riscatta nel momento in cui acquista queste anime.
Da cosa credi nasca la percezione non corretta che alcuni hanno di te? Parente è cervellotico, Parente è verboso, Parente è negativo…
Penso dalla superficialità con la quale ci si accosta a me, e spero che con il nuovo disco si mettano un po’ di puntini sulle “i”: non sono mai stato negativo e in ogni brano di questo disco c’è la luce alla fine del tunnel. Io ho sempre composto e suonato canzoni non standardizzate e quindi non rassicuranti, e si sa che chi non ha voglia di approfondire tende ad allontanarsi da ciò che spiazza, e conseguentemente a lasciarsi andare a giudizi poco lusinghieri. Non sono “difficile”, ma non bisogna avere paura della ricerca.
Ti senti un “padrino” di questa nuova generazione di cantautori atipici?
So di questa tendenza, ma spero proprio di non esserne responsabile. Al di là di questo, mi dispiace che in tanti, in ogni ambito, si sforzino di imitare i loro ispiratori ma non si preoccupino di quale approccio essi abbiano adottato. Non ci si dovrebbe rifare a un suono, ma sarebbe il caso di cercare di capire cosa abbia portato un musicista a quel tipo di suono.
Hai attraversato una ventina d’anni di musica italiana alternativa. Come ti trovi, oggi?
Sono cambiate tante cose, ma in fondo non per me. Prima ero più giovane e di conseguenza più illuso e partecipativo, ma mi sentivo già un diverso e quindi provavo un senso di disagio. Nonostante molti vogliano inserirmi in una “scena”, sono sempre stato solo. Sono però stato anche fortunato a poter lavorare prima con il Consorzio Produttori Indipendenti e poi con la Mescal, che hanno sempre assecondato le mie “stravaganze”. Peccato che entrambe le etichette abbiano voluto strafare, ampliando troppo le loro scuderie: si fossero concentrati su meno nomi, magari operando in modo più “artigianale”, sarebbe andata diversamente.
Adesso hai una struttura “tua”, la Woland.
È nata per sostenere i miei lavori, sia diretti che trasversali, e la mia attività in genere, ma non è detto che non si espanda ad altri artisti. Questo dipenderà da Pierluigi Fontana, che è titolare dell’impresa, nella quale io sono coinvolto a livello di direzione artistica: sarebbe bello poter dare stabilità e serenità a chi intende muoversi, mi ripeto ancora, nella ricerca. Non è detto che siano per forza dischi, può essere anche uno spettacolo teatrale o una mostra.

* Benvegnù vs Parente *
Non è certo un’idea originale, ma perché no? Sette domande identiche alle quali ognuno ha fornito le sue risposte, in un bell’intreccio di affinità e divergenze.
Quali artisti associ al concetto di “grande tradizione cantautorale italiana”?
(Paolo) Domenico Modugno, Sergio Endrigo… Coloro che, per intrattenimento e per propria poetica, scrivevano e cantavano cose legate alla loro terra di origine e alla loro esperienza.
(Marco) Citarei prima di tutti Domenico Modugno, per il valore della scrittura oltre che delle interpretazioni: le sue erano note belle, così come belli sono i sentimenti che esse evocano. Battisti: pur non essendo un vero cantautore, perché non scriveva i suoi testi, è l’unico italiano a giocarsela ad armi pari nel mondo. E poi De André, anche per il lavoro sulla parola… specie per quanto riguarda il dialetto.
Tre dischi italiani che ti hanno fortemente ispirato.
(Paolo) Testa, dì cuore di Marco Parente è stato fondamentale: mi ha insegnato che il proprio immaginario non è solo un patrimonio personale ma è anche qualcosa da ricercare. Poi Come un cammello in una grondaia di Franco Battiato, quello di Povera Patria: Battiato è davvero un musicista interessante. Infine, Canzoni dellappartamento di Morgan, un bell’album di leggerezza e intensità assieme. Lui è probabilmente il più grande talento italiano della nostra generazione.
(Marco) Sul piano autoriale non credo che ce ne siano… o, se ci sono, le ispirazioni sono inconsapevoli. Se invece parliamo di influenze musicali, il discorso cambia e puoi tranquillamente pescare nelle produzioni di De André, Conte, Fossati.
Ti senti “sottovalutato” rispetto a quelli che ritieni siano i tuoi meriti artistici?
(Paolo) No, mi sento valutato giustamente. Anzi, mi sento sopravvalutato, perché credo che che potrei dare molto di più. Se non fossi così pigro…
(Marco) Senza dubbio penso che meriterei di più. Più che sottovalutato, però, direi “non valutato abbastanza”.
Qual è il tema principale attorno al quale ruotano le tue canzoni?
(Paolo) L’ho capito da poco, ma sono convinto sia l’indignazione.
(Marco) Più che da un tema sono legate da un filo che identificherei nello stato d’animo, nel sentimento. Però, ultimamente, sono sempre affascinato dalle patologie del nostro vivere quotidiano.
Cosa pensi faresti, nella vita, se non fossi quello che sei?
(Paolo) Qualcosa di meno cerebrale e più fisico. Arare i campi, oppure lavorare il legno.
(Marco) Di sicuro non un’occupazione subordinata, che comporta il dover rendere conto a qualcun altro. Da bambino avevo solo idee artistiche, a parte quella di diventare tennista di professione. Ero anche promettente, ma poi la racchetta si è trasformata in chitarra elettrica.
Parteciperesti al Festival di Sanremo?
(Paolo) Di indole non lo farei… non mi piace il fatto di vendere in modo così spudorato, tipo mercato delle vacche, qualcosa che hai creato con tutto l’amore del mondo. Però, se se ne presentasse l’occasione, alla fine ci andrei, benché a malincuore: forse è l’unica cosa che ancora mi rimane da provare, a livelllo di carriera.
(Marco) È una cosa che finora non ho minimamente contemplato, non per remore etiche ma per un mio personale imbarazzo: non di me o della gara ma delle situazioni nelle quali mi sarei trovato, che nulla hanno a che spartire con la musica e il mio percorso. Oggi, con il sostegno della maturità, penso che potrei affrontarlo, con leggerezza.
Paolo Benvegnù vs Marco Parente.
(Paolo) Riscontro parecchie affinità nel cogliere il lato comico, buffo, della vita e delle situazioni. Comunque lui ha molto più talento di me.
(Marco) È un grande melodista, in grado di confrontarsi con la migliore tradizione classica. Dovrebbe solo liberarsi di qualche sovrastruttura e coltivare meglio questa sua splendida qualità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.680 del marzo 2011

 

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