Patti Smith

Modern Times di Bob Dylan non è stato l’unico disco che abbia recensito sulla base di alcuni ascolti effettuati negli uffici romani della Sony, uffici che da tempo non ci sono più. Alla categoria appartiene anche quest’album di Patti Smith, altro titolo della gloriosa Columbia: un album interamente composto da cover che, pur non essendo all’altezza dei capolavori dell’artista americana, continuo a trovare piuttosto godibile. Ecco il mio scritto dell’epoca. 

Smith Patti copTwelve (Columbia)
Se cimentarsi nella cover di una pietra miliare del rock e della musica in genere può essere motivo di (legittima) preoccupazione, considerato il duplice rischio dell’eccessiva fedeltà al modello oppure – al contrario – dello stravolgimento troppo fuori dalle righe, figuriamoci quanti patemi può dare la realizzazione di un album interamente composto da riletture di classici epocali… a meno che del rock e della musica in genere non si sia una vera icona, di quelle che nell’ambito possono permettersi ogni cosa proprio perché parte integrante del “mito” stesso: un ruolo, questo, certo rivestito da Patti Smith, classe 1946, poetessa/performer nonché madrina (riluttante) del punk, oltre trent’anni di carriera discografica alle spalle e una recente iscrizione nella “Rock & Roll Hall Of Fame”. Nessuno stupore, quindi, che per il suo decimo lavoro di grande formato – che diventa dodicesimo contemplando anche la doppia antologia Land; il titolo Twelve si riferisce comunque al numero delle tracce in scaletta – l’artista americana abbia voluto per una volta affrancarsi dal materiale autografo e concedersi una divagazione “sentimentale”, assieme ai sodali di sempre (il chitarrista Lenny Kaye e il batterista Jay Dee Daugherty), ai figli Jackson e Jesse, ad amici via via incontrati lungo il percorso (da Tom Verlaine dei Television al bassista/tastierista Tony Shanahan, dal violinista degli Holy Modal Rounders Peter Stampfel a Flea dei Red Hot Chili Peppers, da Rich Robinson dei Black Crowes a slide e dulcimer fino al produttore hip hop Luis Resto, qui alle tastiere, e al nostro violoncellista Giovanni Sollima), con l’obiettivo di omaggiare e rendere in qualche modo “proprie” alcune canzoni non necessariamente arcinote ma scolpite a pieno titolo nella leggenda del rock.
Siamo tutti smaliziati e quindi, sì, è assolutamente lecito vedere in Twelve (anche) un espediente non troppo faticoso per dare segni di vita e giustificare ulteriori tour senza subire le conseguenze di una possibile crisi di scrittura: insomma, per far girare la ruota e non fermare lo spettacolo, rimandando di un paio d’anni almeno il problema – chiaramente avvertito, a gradi diversi, nell’ultimo ventennio – dell’improponibilità di un paragone con il passato immenso del poker anni ‘70 Horses-Radio Ethiopia-Easter-Wave. Sottolinearlo sarà pure da cinici, ma le raccolte di interpretazioni di brani altrui sono, così come in misura maggiore le antologie e minore i live, utili “tappabuchi”, e allora perché non farsi tentare? Giova però ricordare che in questo caso i primattori non sono musicisti qualsiasi o stelle (de)cadute bensì gente con reputazione e credibilità pressoché intatte, poco disposte ad azzardi che le mettano a repentaglio. Ecco dunque che Twelve diviene un’opportunità creativa bella e interessante, realizzata attraverso un processo di caratterizzazione marchiato a fuoco dalla personalità della Smith e dei suoi compagni di avventura: nella voce, comprensibilmente meno al vetriolo di un tempo ma sempre inconfondibile nel suo bilanciare ruvidità, delicatezza e toni epico-ieratici, e nelle trame strumentali, intessute con sentimento e notevole eleganza in episodi avvolgenti e ricchi di preziose sfumature. Si dimentichino, però, la perversione di Hey Joe o la furia di Gloria e My Generation, che a metà anni ‘70 ebbero il loro peso nell’affermare l’allora trentenne ragazzaccia del New Jersey: Twelve rimane l’opera di un gruppo di sessantenni ancora arzilli e curiosi ma “pacificati”, che con poche eccezioni – ad esempio una Gimme Shelter (Rolling Stones) non priva di spunti abrasivi o una White Rabbit (Jefferson Airplane) velata di cupezza – danno vita a strutture elettroacustiche dilatate e atmosfere evocative, tra aromi folk-blues (Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, trasfigurata, e The Boy In The Bubble di Paul Simon), rock-blues tendente al malsano (una non irresistibile Are You Experienced? di Jimi Hendrix, una Soul Kitchen dei Doors forse un po’ troppo chiusa), ballad cadenzate (molto efficace Changing Of The Guard di Bob Dylan, meno Midnight Rider degli Allman Brothers), soul vellutato ma intensissimo (Pasttime Paradise di Stevie Wonder), arie pop (Everybody Wants To Rule The World dei Tears For Fears, addirittura), morbido pathos (Helpless di Neil Young, Within You Without You dei Beatles o, meglio di George Harrison).
Non un’irrinunciabile pietra miliare, magari scontato rimarcarlo, ma un album meno pretestuoso di quanto si potrebbe superficialmente pensare e comunque intrigante, a tratti persino toccante. Unico ragionevole dubbio, verificabile solo alla prova del tempo, che gli ascolti lo sgonfino una spentosi il positivo effetto-sorpresa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.633 dell’aprile 2007

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Patti Smith

  1. Gian Luigi Bona

    Devo dire che ho una discreta passione per le cover. Magari non un album intero ma un pezzo su un album mi piace. Mi piace perché la cover di un pezzo che mi piace mi fa entrare subito nell’animo dell’album. Non sempre ma spesso è così.
    Questo disco però un po’ mi ha deluso, colpa mia, da Patti Smith mi aspetto sempre molto. In compenso mi è piaciuto molto “Banga”.

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