Bob Dylan

Non senza sorpresa, scandagliando il mio archivio ho trovato una decina di mie recensioni di Bob Dylan: concerti, ristampe e novità, tutti più o meno recenti. Dovendo sceglierne solo una ho optato per questa, di un album – il terzultimo propriamente detto del musicista americano – che continua tuttora a sembrarmi molto bello. Considerando che l’ho scritta in modo precario, ovvero riorganizzando gli appunti presi durante i due o tre ascolti che mi erano stati concessi negli uffici romani della Sony alcune settimane prima della pubblicazione del disco, direi che mi è pure venuta abbastanza bene.

Dylan copModern Times (Columbia)
Fra “neverending tour”, libri autobiografici e di testi, film-documentari e dischi confezionati con materiali d’archivio, in questo inizio di terzo millennio la presenza di Bob Dylan è stata così costante e piacevolmente “ingombrante” che ci si sorprende rendendosi conto che la sua produzione del periodo conti – cioè, contasse – un unico, vero album. Si era infatti nel settembre 2001 quando Love And Theft ribadiva, quattri anni dopo Time Out Of Mind, il felice momento di colui che è non solo una delle icone della cultura (nemmeno tanto) pop di sempre, ma anche e soprattutto un artista ancora curioso e desideroso di dire e fare, sebbene i mille favolosi traguardi già raggiunti potrebbero ragionevolmente indurlo a tirare i remi in barca e riposarsi un po’. Ma è scontato che Dylan non si sente pronto per la pensione: i tempi non smettono di cambiare, seppure per molti versi in peggio, e lui continua a segnarli con le sue canzoni, le sue citazioni (in Thunder On The Mountain è nominata Alicia Keys!), la sua voce nasale e gracchiante – qui, però, più calda e profonda rispetto alla più recente norma – che ad alcuni non piace ma che possiede il dono dell’inconfondibilità. Vengono chaplinianamente definiti “moderni”, i tempi raccontati nel trentaduesimo album – non contando live, antologie e raccolte di “scarti” – del piccolo, grande Uomo di Duluth, ma a livello di strutture e suoni in questi dieci episodi si respira una rassicurante, avvolgente aria di “classicità”… anche per merito delle performance di una band, la stessa dell’ultimo tour, alla quale si può rimproverare solo di essere un po’ troppo “tra le righe” nel suo elegante manierismo dove decenni del più tipico american sound – per semplificare al massimo: folk + blues + r’n’r – si abbracciano calorosamente e senza forzature.
Come per Love And Theft, in Modern Times si potrebbe insomma vedere una specie di catalogo delle tendenze del songwriting “popolare” a stelle e strisce: un catalogo assai ben presentato nell’estetica, i cui articoli non hanno però la statica freddezza di certi scatti promozionali ma la dinamica autorevolezza – ben rimarcata da un approccio canoro qua e là in odore di crooning – delle foto d’arte. E a dispetto dell’immagine sfocata di copertina, che suggerisce l’idea di un paesaggio difficile da cogliere correttamente, i nuovi brani – disposti in una sequenza che, grossomodo, alterna quelli più vivaci e ritmati a quelli più pacati e d’atmosfera – risultano quantomai definiti… il che non è comunque sinonimo di qualità, come mostrano The Levee Gonna Break (un boogie che evoca la tragedia di New Orleans) e una Someday Baby parecchio scolastiche: un difetto, questo, avvertibile in altri pezzi “mossi” e che invece sfiora appena i lenti, come la rarefatta Nettie Moore che sembra uscita da Oh Mercy, la quasi altrettanto fascinosa Spirit In The Water, il valzerino country Behind The Horizon e la conclusiva, splendida  Ain’t Talkin’ – peraltro più accesa nella cadenza – il cui testo non lesina davvero in cinismo da disillusione (“Ain’t talkin’, just walkin’ / I’ll burn that bridge before you can cross / Heart burnin’ still yearnin’ / There’ll be no mercy for you once you’ve lost”). Proprio le liriche, come al solito notevoli per respiro poetico, ricercatezza dei termini usati e abilità di incastro, costituiscono il valore aggiunto del disco, (ri)qualificando il loro demiurgo come osservatore del mondo che ne ha viste tantissime (e non sempre belle) ma che, nello scrutare nel buio del tunnel, si ostina a sperare almeno per un istante che la luce che scorge in fondo non debba necessariamente essere quella della foresta in fiamme; e questo sia nella sfera pubblica (emblematica Working Man’s Blues #2, che con sonorità meno dolci e più spigolose avrebbe guadagnato in efficacia), sia in quella di un privato non si sa mai fino a che punto autobiografico.
Al di là delle riserve di cui sopra e di qualche lungaggine della quale si poteva magari fare a meno, un album globalmente riuscito, sorretto da una passione sempre vivida e reso ulteriormente prezioso da una bella gamma di sfumature. Nonostante tutto c’è sempre da aver fiducia in Bob Dylan, anche se per andare avanti è costretto a cercare ispirazione alle spalle e se quell’at world’s end cantato in chiusura di solchi lascia nelle orecchie un’eco piuttosto sinistra.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.626 del settembre 2006

 

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Bob Dylan

  1. stefano

    Album (quasi) magnifico

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