Radiohead

Ero convinto, convintissimo di aver già recuperato uno dei miei (pochi) scritti su Thom Yorke e compagni, e invece sbagliavo. Ecco quindi la mia prima recensione estesa di un disco della band britannica, band che non ho mai amato ma neppure disprezzato: diciamo, semplificando al massimo, che non sono riuscito a entrarci in sintonia, e questo benché ne abbia seguito tutta la carriera (ricordo anche un concerto in RAI, davanti a qualche decina di persone, all’epoca di The Bends) e mi sia imposto di concederle sempre ulteriori chance. Provo stima, per i Radiohead. Li rispetto, li trovo bravissimi, capisco anche perché siano considerati importanti. Magari capisco meno come sia possibile che, sofisticati e tutto sommato “difficili” come sono, piacciano a così tante persone che non ascoltano musica affine alla loro: da qui l’ipotesi che, per una specie di bizzarrissima legge non scritta, dichiarare di apprezzarli “faccia figo”. Non è comunque un mio problema.

Radiohead copIn Rainbows (XL)
A meno che non siate appena sbarcati da un pianeta alieno, dovreste già sapere tutto della “rivoluzione” avviata da In Rainbows, dalle atipiche modalità di vendita iniziali alla successiva uscita nei negozi sotto forma di normale CD, fino alle numerose repliche più o meno fedeli della felice (?) intuizione dei Radiohead messe in atto da altri protagonisti del rock e non solo: tentativi anche parecchio fantasiosi di sovvertire le regole del gioco discografico, o almeno di indicargli nuove possibili strade, che hanno reso il mercato ancor più caotico e indecifrabile, con relativa sottolineatura di quanto il momento attuale sia “di passaggio”. In attesa dei futuri sviluppi, che tutti auspichiamo non saranno troppo traumatici, non ci si può tuttavia esimere dal rilevare come la decisione della band di Oxford di regalare la propria musica in Rete – un album vero, e non tracce di seconda scelta – abbia segnato una specie di punto di non ritorno: questo perché a compiere il gesto iconoclasta non sono stati degli emergenti in cerca di pubblicità bensì un ensemble tra i più noti e apprezzati degli ultimi quindici anni. Anzi, a dirla tutta, il più significativo a 360° tra quelli realmente saliti alla ribalta dai ‘90 a oggi, forse l’unico ad avere incarnato ai giorni nostri il concetto di grande gruppo – di massa e “per intenditori”, sperimentale e pop – così come lo si concepiva nei Sixties e nei Seventies.
Pubblicato oltre quattro anni dopo Hail To The Thief, il settimo album di studio dei Radiohead non presenta però radicali innovazioni stilistiche, limitandosi a mescolare con ispirazione, intensità, trasporto, classe e un equilibrio formale a dir poco straordinario le stesse carte di sempre: la cura per le ambientazioni sonore, un’epica che non scade nella vuota retorica, la maestria nel giocare con i chiaroscuri, un’eleganza naturale e non costruita, l’evocatività visionaria, l’arte di essere al contempo introspettivi ed estroversi, il maestoso e l’etereo, il classico e il moderno. Il tutto posto al servizio di un songwriting – ché In Rainbows è composto da canzoni, e canzoni che certo non nascondono le loro ambizioni di raggiungere una platea vasta, seppure più evoluta della media – fascinoso ed eclettico, contraddistinto dalla magnifica “indolenza” canora del frontman e da trame elettriche, acustiche ed elettroniche capaci di toccare livelli elevatissimi di lirismo e di colpire con immediatezza anche quando – e accade frequentemente – si intrecciano in modo ardito e imprevedibile. Dalla ritmica sintetica che apre 15 Step alla nota che si spegne alla fine di Videotape, per tutti i quasi quarantatré minuti e i dieci brani che lo compongono, In Rainbows è un inno alla bellezza, al gusto, alla serietà: insomma, l’equivalente attuale di ciò che gli U2 erano negli anni ‘80 e quello che i Coldplay non riusciranno mai davvero a essere neppure vivendo fino alla prossima glaciazione. Basterebbero per non lasciar dubbi i 2’ 8” di Faust Arp, alchimia fragile eppure emotivamente potentissima dove lo spirito di Nick Drake aleggia pacificato, ma a rimarcare il concetto provvedono le distorsioni e le melodie di una Bodysnatchers dove si incontrano Sonic Youth e My Bloody Valentine, i vellutati ipnotismi di una Videotape scandita dal piano e una Weird Fishes/Arpeggi che potrebbe far pensare a una mutazione dei Sigur Rós, la dolcezza “sospesa” di All I Need e della più incalzante Reckoner, l’incantesimo di una Jigsaw Falling Into Place nella quale convivono senza alcun attrito “tiro” e malinconia.
Passionali a dispetto delle apparenze algide, comunicativi nonostante diano l’idea di gente chiusa e magari snob, fuori dalle regole al punto di non aver realizzato per quest’album foto promozionali degne di tal nome, i Radiohead continuano insomma a costituire la prova che in questo music-biz sempre più ambiguo, deviato e timoroso del domani c’è ancora spazio per una concreta alternativa, “universale” e non ghettizzata. E, dunque, per la speranza che la specie delle band-faro – quelle che oltre a proporre musica eccellente assumono il ruolo di fenomeno generazionale e trans-generazionale: Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd, Clash, U2, Nirvana, solo per fare qualche esempio – non si estingua con Thom Yorke e compagni.
Tratto da Mucchio Extra n.29 dell’Estate 2008

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Categorie: recensioni | Tag: , , | 13 commenti

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13 pensieri su “Radiohead

  1. Gran bel disco, decisamente superiore all’ultimo “The King Of Limbs”. Credo che vederli live sia una grande esperienza “sensoriale”…anche se hanno i fan più snob e insopportabili della terra.

  2. donald

    Anch’io, come te, non li ho mai amati troppo, penso per esempio che i Blur (l’altro gruppo riferimento del rock inglese 90) siano assolutamente superiori, per fantasia, versatilità, songwriting, creatività, e poi non hanno un chitarrista come Coxon dentro. In ogni caso mi piacciono the bends, ok computer, kid a, gli altri ‘nsomma..

  3. Massimo

    La penso proprio come te, mi piacciono fino ad un certo punto (insomma, preferisco i primi 2 dischi al resto…) e sono convinto che la maggiorparte di quelli che dicono “amo i Radiohead” lo facciano perche’ come dici tu “fa’ tendenza”, e’ come se dichiarare amore per la band in questione ti renda automaticamente superiore alla media di quelli che ascoltano che so io, AC/DC o Eros Ramazzotti (tanto per svariare sui generi…)

    • Per “primi due dischi” intendi Pablo Honey e The Bends o The Bends e OK Computer?

      • Massimo

        Pablo Honey e The Bends, per me OK Computer gia’ cominciava ad essere “noiosetto”, un bel disco, ma con la puzza sotto il naso…

  4. personagenerica

    queste affermazioni banali, nei riferimenti e nei contenuti, sono veramente noiosette ed esprimono giudizi con la puzza sotto il naso.
    altro che ok computer, che invece è uno dei dischi più belli degli anni 90.
    puoi anche non avere le orecchie, ma almeno un cervello …

    • Massimo

      E’ arrivata la “persona generica” ad insultare quando invece si sta esprimendo una semplice opinione, bravo!
      Saro’ senza cervello ma l’educazione ed il rispetto per gli altri a me l’hanno insegnato da piccolo…..

  5. filippo1

    A mio avviso questa recensione parla poco del disco in sé (che è veramente un capolavoro) e un po’ troppo del fenomeno Radiohead

    • Diciamo che era volontariamente così. Su Extra si recensivano dischi alcuni mesi dopo l’uscita, e quindi occuparsi solo di un album che già conoscevano tutti aveva poco senso. Da qui l’allargamento ad altre questioni.

      • filippo1

        Oh capisco benissimo, ero un super fan di Extra e quindi lo conosco bene (beh, magari non quanto te 🙂 ).
        E’ solo che, nel caso specifico di questa recensione, si bada a mio avviso più al contorno, che è la parte ormai più risaputa, che al sodo.

  6. Anonimo

    Ho amato questo disco dei Radiohead e lo trovo bellissimo, vado decisamente fuori tema, in questi giorni ho iniziato a vedere la serie tv breaking bad che in passato avevo sempre ignorato, mi ha colpito molto una canzone di un tale glen phillips intitolata the hole presente in una delle prime puntate, volevo chiedere a Federico o a qualcuno del blog se lo conoscete e che cosa ne pensate, non mi pare di aver letto mai qualcosa riguardo a questo artista, grazie mille.
    Demis

    • Massimo

      Glen Phillips era il cantante dei Toad The Wet Sprocket, gruppo americano di successo negli anni ’90, se lui ti piace comprati il loro album migliore, “Dulcinea”, era (e ancora e’) un disco pieno di belle canzoni.
      Ciao.

      • Anonimo

        grazie mille, ho scoperto anche da dove viene the hole, dal mini lp unlucky 7

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