Strokes

Se ieri si è parlato di un congedo, oggi tocca a un biglietto da visita: uno che fece parecchio scalpore, quella dozzina abbondante di anni fa, e che rimane tuttora insuperato (e, credo proprio, insuperabile) termine di paragone per la band newyorkese che lo realizzò. Con il solito minimo di “senno di poi” ne scrissi su Extra, e non rinnego una sola parola.

Strokes copIs This It (RCA)
Difficile credere che un disco con una copertina così brutta – stilosa, questo sì, ma davvero brutta – contenga ottima musica. Ma, d’altronde, è altrettanto difficile credere che gli Strokes, newyorkesi ruspanti con il miglior rock’n’roll americano a scorrergli nelle vene, siano stati tanto apprezzati nel Regno Unito da scalare le classifiche e trovarsi nel ruolo di next big thing. Un prodigio? Sì, così come un mezzo prodigio è il loro album d’esordio: mezzo e non intero “solo” perchè il quintetto, non curandosi della mancanza di agganci alla cosiddetta modernità, non inventa nulla ma si limita a percorrere con competenza, ispirazione e classe il solco delle consolidate tradizioni della città che gli ha dato i natali.
Un po’ di Velvet Underground, un po’ di (primi) Modern Lovers, qualche spruzzata di intellettualismo metropolitano al crocevia dove i Television potrebbero incontrare i Feelies: questa, in estrema sintesi, la formula elaborata non si sa quanto inconsciamente dalla band amalgamando due chitarre (Nick Valensi e Albert Hammond Jr), un basso (Nikolai Fraiture), una batteria (Fabrizio Moretti) e una voce (Julian Casablancas). Ma anche, a fare la differenza, coltivando un indiscutibile talento nel songwriting: come a voler affermare che, persino nel 2001 della tecnologia e dell’indiscriminata ibridazione, può esistere un posto al sole per chi ha voltato le spalle ai trucchi e ha scelto di affidarsi alle canzoni. Dureranno, gli Strokes, o saranno subito inghiottiti da un ambiente che, rendendoli un fenomeno trendy ancor prima dell’uscita di Is This It, ha già iniziato a cercare di fagocitarli? Inutile azzardare previsioni. Meglio, invece, scoprire le prelibatezze splendidamente senza tempo di questi undici episodi, che in appena trentasei minuti sciorinano una brillante sequenza di ritmi sospesi tra l’incalzante e l’ipnotico, melodie cristalline e assieme torbide, canto indolente ma assai comunicativo e tensioni alle quali il fatto di essere in buona misura trattenute non sottrae forza in qualche modo eversiva (si prenda a mo’ di esempio New York City Cops, uno dei brani più riusciti, che sotto l’apparente rilassatezza nasconde furori quasi stoogesiani). Che lo si voglia o meno, in The Modern Age, Hard To Explain, Take It Or Leave It o Alone Togheter vive lo spettro inquieto di una musica che sa sempre come risorgere dalle sue ceneri: la si goda senza alcun freno inibitore, e senza dar retta a chi vorrebbe convincerci a chiamare i ghostbusters.
Tratto da Mucchio Extra n.3 dell’Autunno 2001

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