R.E.M.

Dei R.E.M. mi sono occupato parecchio, fin dall’inizio: un articolo lungo sul Mucchio addirittura ai tempi di Murmur, un altro su Velvet, un’intervista a Michael Stipe e Mike Mills per Audio Review, una notevole quantità di recensioni e quant’altro… tutto materiale che prima o poi riproporrò. Intanto, ecco il mio ultimo scritto sulla band, per inciso una di quelle che più ho amato negli ultimi trent’anni.

REM copCollapse Into Now (Warner Bros)
Al riguardo non ci sono ancora certezze, ma sembra proprio che questo sarà l’ultimo album dei R.E.M.: sì, esatto, l’ultimo nel senso che il terzetto già quartetto di Athens, Georgia, non ne realizzerà altri e concluderà quindi la sua carriera discografica con quindici lavori di studio convenzionalmente intesi – non contando, insomma, antologie e “mini” – in tre decenni, ovvero dal 1981 in cui diedero alle stampe il singolo autoprodotto Radio Free Europe. L’indiscrezione circola già da un po’ ed è sostenuta da una serie di indizi sui quali la vastissima comunità dei fan sta ricamando alla grande: il titolo non esattamente di buon augurio, la foto di copertina nella quale Michael Stipe è colto nell’atto di salutare, brandelli di testo – ad esempio quel “Hey now don’t forget that change will save you” all’interno del singolo apripista Überlin – che possono suonare come dichiarazioni di intenti. Magari fra qualche anno, se le voci di oggi saranno smentite dall’ulteriore impinguarsi della produzione, ci rideremo sopra come si fa per la leggenda della morte di Paul McCartney nel 1966 e della sua sostituzione con un sosia, ma intanto si fanno scongiuri e neppure pochi: Peter Buck ha annunciato che Collapse Into Now non sarà portato in tour e dunque qualcosa di strano dev’esserci per forza, nonostante i musicisti gettino acqua sul fuoco dichiarando amenità di circostanza quali “il nostro entusiasmo è lo stesso degli inizi” e “questo disco è probabilmente uno dei nostri migliori”.
Chi vivrà vedrà, giusto? E allora, inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta e attendere l’evolversi della situazione. Preoccupati, certo, perché i R.E.M. hanno anche compiuto qualche piccolo passo falso ma non sono mai stati protagonisti di disastri autentici. Neppure in questa occasione, nonostante non si possa negare che, dopo i fasti del precedente Accelerate, le aspettative artistiche erano piuttosto alte: insomma, non da band in evidente ascesa ma neppure da gente reputata tristemente in cammino sul viale del tramonto. Diciamo allora subito che Collapse Into Now – prodotto ancora da Jacknife Lee – parte bene: una Discoverer ben sviluppata fra energia e atmosfera, “censurabile” solo per i pur brevi cori “alla U2” dei secondi conclusivi; una più robusta e dinamica All The Best; una Überlin tanto avvolgente quanto autocitazionista, che comunque rinnova con efficacia i tipici incantesimi del gruppo; una lenta, dolcissima Oh My Heart, la cui evocatività è accentuata da begli intrecci di cori che caratterizzano pure la successiva It Happened Today, un’altra ballata (con la partecipazione non determinante di Eddie Vedder). Procede poi nella stessa maniera, Collapse Into Now, alternando “lenti” più o meno eterei ed intensi (Every Day Is Yours To Win, Walk It Back, quella Me, Marlon Brando, Marlon Brando And I che se non altro incuriosisce) e r’n’r saturi e più o meno incisivi (Mine Smell Like Honey, la Alligator Aviator Autopilot Antimatter che ospita Peaches, That Someone Is You), fino all’epilogo – fra estasi e inquietudine – della Blue nella quale appare, riconoscibilissima e carismatica come sempre, Patti Smith. Il problema, che magari non sarà affatto tale per gli ultrà, è che l’album sembra proprio un patchwork di idee, trame e melodie che già in passato avevano avuto miglior sviluppo, una raccolta di canzoni costruite con il (pur sapiente) riciclaggio di altre canzoni ascoltate in precedenza, un prodotto confezionato avvalendosi dell’enorme esperienza sul campo e di una classe che rimane ovviamente immensa. Nessuno pretendeva chissà quale rivoluzionario, memorabile capitolo dell’epica saga dei R.E.M., sia chiaro: sarebbe stato eccessivo, soprattutto alla luce di come Micheal, Peter e Mike (e Billy) abbiano inciso profondamente sulla Storia del rock e del pop e di quanto sia eccelsa – ribadiamolo – la qualità media della loro discografia. Però, non prendiamoci in giro, Collapse Into Now è un album non brutto ma scontato, con poca “anima” e nel complesso deludente, che dimentica l’imperativo valido per i super-musicisti oltre che per i super-eroi come Peter Parker: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Se lo ricordino, i Nostri, nel caso – sempre auspicabile – decidano di rimandare il loro probabile (?) addio alle scene.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.680 del marzo 2011

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Categorie: recensioni | 1 commento

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Un pensiero su “R.E.M.

  1. Lucas

    ..un post sui Rem e ZERO commenti??? che succede al mondo la fuori? 😦 Fede, i Rem li ho scoperti proprio grazie al tuo articolo su Murmur sul Mucchio e da li e’ cambiata la mia vita. Lo riposterai?

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