Magnetic Fields (2000)

Una dozzina abbondante di anni fa, quantomeno per la critica, questo imponente album fu un autentico “caso”, ma da un bel po’ – anche per colpa di un prosieguo di carriera non allo stesso livello – sembra essere stato un po’ rimosso dalla memoria collettiva. Qualcuno può biasimarmi se mi è venuta voglia di ricordarlo?

Magnetic Fields cop69 Love Songs (PIAS)
Una strana storia, quella che ha avuto per protagonista il nuovo album di Stephin Merritt, eclettico polistrumentista nonché mente e anima dei Magnetic Fields: edito negli Stati Uniti dalla Merge sul finire dell’estate del 1999 e accolto con entusiasmo dalla critica locale, è stato scoperto subito in Germania e poi, durante tutto il 2000, nelle altre nazioni europee. In Italia se n’è cominciato a parlare solo nello scorso autunno, quando la provvidenziale ristampa a cura dall’etichetta olandese Play It Again Sam, unita alla distribuzione della Edel, lo ha portato nei nostri negozi a un prezzo contenuto: le poche decine di copie giunte in origine da noi tramite i canali import avevano infatti un costo proibitivo dovuto non solo alla particolare natura del lavoro – un triplo CD, per di più racchiuso in una lussuosa confezione limitata – ma anche ai capricci del dollaro e ai soliti, eccessivi oneri fiscali.
Solo una storia “strana”? Decisamente no. Ci sarebbe in realtà parecchio da interrogarsi su come un’opera così imponente, particolare e di alto livello qualitativo sia potuta passare inosservata in un mondo dove le distanze sono state in teoria annullate, l’informazione viaggia in tempo reale e i media sono quindi in grado di individuare immediatamente le novità di maggior pregio. Non sarà che il mercato, nel senso di panorama e non di numeri, si è allargato e frammentato in modo tale da essere totalmente fuori controllo, e che la troppa musica in circolazione, in ambito sia ufficiale che underground, sta sottraendo un po’ a tutti noi il gusto di cercare – sempre che il caos imperante lo permetta – quella davvero meritevole? E l’assurdo è che la materia di cui qui si discute non è un oscuro 45 giri in mille copie o un file MP3 scaricabile da chissà quale sito, bensì un triplo compact il cui titolare vanta una decina d’anni di carriera e un curriculum comprendente altri cinque prodotti di lunga durata a nome Magnetic Fields e vari CD con le sigle 6ths, Future Bible Heroes e Gothic Archies.
Comunque sia, la bellezza di 69 Love Songs non è ormai più un segreto ma un fatto universalmente noto, come sottolineano i giudizi della stampa estera – cose tipo “uno dei più notevoli album pop mai pubblicati” o “il Cole Porter della sua generazione” – e, nel nostro piccolo, la menzione tra i “cento dischi” del decennio scorso. Non fosse andata così si sarebbe dovuto gridare allo scandalo, considerato il valore di una raccolta che non solo riesce a mettere in fila sessantanove canzoni tutte illuminate dall’ispirazione, ma che brilla anche per la capacità di trovare il punto di perfetto equilibrio fra passato e presente, immediatezza delle melodie e geniale obliquità degli arrangiamenti, approccio in apparenza naïf e cura riservata ai dettagli, lucidità e follia. Un risultato ottenuto in modo ben poco lineare, ora sottolineando i legami con il country e il folk mediante l’uso di strumenti tradizionali quali banjo, mandolino, violoncello e accordion e ora sfruttando con intelligenza le opportunità offerte dalla tecnologia elettronica, ora scegliendo la forma classica della ballata e ora optando per schemi stralunati, ora affidandosi al canto profondo del leader e ora lasciando il microfono a ospiti maschili o femminili, ora costruendo maestose architetture e ora prediligendo trame estremamente eteree, ora affrontando il tema dominante nelle liriche – l’amore: il titolo non è stato certo scelto a caso – con grande delicatezza poetica e ora con immagini bizzarre e non proprio romantiche quali “chi si innamorerebbe di una gallina con la testa tagliata?” o “il cactus dove dovrebbe essere il tuo cuore ha graziosi fiorellini”.
Insomma, un album da scoprire dalla prima all’ultima nota, che pur non mancando di momenti spiazzanti ha come filo conduttore la straordinaria fragranza pop. “C’è un’ora di sole per ogni milione di anni di pioggia, ma in qualche modo sembra essere sufficiente”, intona Claudia Gonson in Sweet-Lovin’ Man: di ore di sole, seppure velato di malinconia, 69 Love Songs ne regala ben tre. E le sole gocce che cadono dal suo cielo sono quelle delle lacrime di commozione.
Tratto da Mucchio Extra n.1 della Primavera 2001

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Magnetic Fields (2000)

  1. paolo stradi

    Bel recupero..questo è un disco immane, grandissimo, con un unico difetto per la consacrazione: le sue dimensioni. C’è davvero da perdersi in questo viaggio sonoro. A volte dischi di mezz’ora stufano e non vedi l’ora finiscano. Qui non si può altro che citare la leopardiana…e il naufragar m’è dolce in questo mare.

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