Laurie Anderson

Non avevo ancora scelto cosa recuperare per oggi, quando mi è capitata davanti la lettera di addio scritta per Lou Reed da Laurie Anderson. Dopo essermi ripreso dalla commozione, ho cercato nel mio archivio cosa avessi firmato su di lei, personaggio che mi ha sempre affascinato e che seguo dall’inizio (decenni fa ho anche assistito allo straordinario spettacolo “United States”). Proprio su quest’ultimo, decenni fa, avevo realizzato un articolo, ma non l’ho ancora digitalizzato: per adesso, quindi, ho ripiegato su questa analisi a posteriori del suo album più famoso, che risale ai tempi della sua ultima ristampa in CD.

Anderson copBig Science (Warner Bros)
Una storia decisamente singolare, quella di Laurie Anderson, soprattutto per quanto riguarda il suo svolgimento iniziale; una delle più singolari, analizzandola con attenzione, dell’intera epopea “pop”, di quelle che fa piacere rievocare per non dimenticarsi di come anche fra gli automatismi del music business possano aprirsi inattesi spazi per la casualità, per l’imprevedibilità, per il colpo di scena. Comincia “ufficialmente” nel 1981, questa storia, quando la già trentaquattrenne musicista nativa di Chicago – ma residente da anni a New York, dove è attiva nel circuito avantgarde – pubblica per la microetichetta One Ten un 45 giri per il quale non è certo azzardata la qualifica di epocale. Non è il suo esordio su disco, dato che nel 1977 ce n’era già stato un altro (It’s Not The Bullet That Kills You – It’s The Hole, finanziato dalla Holly Solomon Gallery) cui avevano fatto seguito i contributi ad alcune raccolte di precaria diffusione, ma adesso l’intento è uscire dai confini della intellighenzia della Big Apple: i tempi sono maturi per un “biglietto da visita” da offrire al mondo intero, e poco conta che la distribuzione sia affidata essenzialmente al mail order e la tiratura sia di appena mille copie. Una finisce però nelle mani del solito, illuminato John Peel e di conseguenza sui piatti del suo programma radiofonico alla BBC: la One Ten riceve così da Londra una richiesta di 40.000 esemplari che naturalmente non è preparata a onorare, e il master è acquistato dalla major Warner Bros che appronta con la massima rapidità una ristampa. Salirà fino al secondo gradino della classifica britannica, il singolo, e venderà uno sproposito in molte altre nazioni, richiamando l’attenzione di pubblico e media sulla sua titolare… che sono comunque in parecchi a considerare un’eccentrica miracolata dalla buona sorte e non una stella destinata a splendere a lungo. Un comprensibile, ma con il senno di poi clamoroso, errore di valutazione.
Si chiama O Superman, quel 45 giri. Dura più di otto minuti, è dedicato esplicitamente al compositore francese dell’Ottocento Jules Massenet ed è parte di United States I-IV, performance multimediale di durata variabile fra le tre e le otto ore della quale la Anderson, con il sostegno di una spoglia ma avveniristica scenografia giocata su luci, computer-grafica e mimica, si propone come interprete dell’entusiasmo e del disagio della società americana all’alba della svolta tecnologica. La “canzone” è una eterea, stravagante litania nella quale un semplice vocalizzo mandato ossessivamente in loop funge da base “ritmica” a recitatazioni filtrate al vocoder e a saltuari interventi di tastierine elettroniche, flauto e sax; analogo il retro, il meno lirico e più stralunato Walk The Dog, dove è presente lo strumento-principe della Nostra, un violino autocostruito che produce suoni atipici quando sulla testina montata sul corpo viene sfregato l’apposito archetto di nastro magnetico. Questa, con lievi ma significative variazioni sul tema, è anche la formula di Big Science, album che nella primavera del 1982 amplia il discorso attingendo ancora da quella United Stares I-IV che sulla scia dei suoi non stratosferici ma rilevanti consensi – ingresso nei Top 30 UK, vendite lente ma continue un po’ ovunque – è presentata con un allestimento minimalista-ma-ricco pure in Europa. Inutile cercarne il DVD, che purtroppo non esiste: chi c’era, io tra quelli, può comunque garantire della suggestiva creatività dello spettacolo, capace di tenere incollati alle poltrone per circa quattro ore (non ci riesce, o ci riesce con un certo affanno, il box quintuplo che nel 1985 ne documenterà gli aspetti audio). Il 33 giri si estende invece per nemmeno quaranta minuti, centrifugando sperimentazione della più spessa e pop deviato, riferimenti imprevedibili (basti pensare alle cornamuse di Sweaters, folk “mutante” che di più non si può) e scampoli di cut up burroughsiano in nove brani di scarna, fascinosa eleganza, a dir poco sorprendenti nel loro equilibrio fra freddezza elettronica e calore umano: oltre a O Superman (Walk The Dog manca però all’appello) spiccano le magie melodiche della stupenda title track e della quasi altrettanto persuasiva Let X=X, gli umori classicheggianti della Born, Never Asked caratterizzata dal violino e le isterie di Example #22, a comporre un affresco magari non del tutto all’altezza delle elevatissime aspettative create dal battage mediatico post-O Superman, ma non per questo meno folgorante, alieno, nuovo. Nuovo per il 1982 e tutto sommato “fresco” ancora oggi, nonostante le sue intuizioni (che a loro volta derivavano dal passato, certo, ma era la loro sintesi a essere inedita) siano state oggetto di infiniti saccheggi… anche da parte della stessa Anderson, poi ideatrice di molti altri show e titolare di numerosi altri dischi (nonché, tra le altre cose, moglie di Lou Reed).
Da pochissimo, in occasione del venticinquesimo compleanno, Big Science è ritornato nei negozi a cura della Nonesuch/Warner, in una bella edizione digipak arricchita da un succinto ma esaustivo libretto, dall’mp3 di Walk The Dog e dallo stupendo, futuribile videoclip di O Superman. Un’occasione preziosa non solo per chi non possedesse questo indiscusso capolavoro ma anche per quanti lo avessero già nei loro scaffali, visto come l’originale in vinile e il CD di prima generazione siano penalizzati dal fruscio e da una qualità sonora non proprio ottimale.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.638 del settembre 2007

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