Solomon Burke

Come ben sapete, per ragioni di competenza, scrivo raramente di black music, ma quando mi infervoro per qualche disco non disdegno – anzi, mi fa davvero piacere – di perdere un tot di tempo in più per documentarmi come si deve e (cercare di) non scrivere fesserie. È accaduto con questo magnifico album di Solomon Burke, non l’ultimo pubblicato dall’artista di Philadelphia – scomparso tre anni e mezzo fa – ma di sicuro l’ultimo dei suoi capolavori.

Burke copDon’t Give Up On Me
(Fat Possum)
Si potrebbe osservare che un soprannome come The Bishop, il Vescovo, non è proprio il massimo per un ambiente rock che di norma è poco incline a coltivare rapporti con le faccende religiose, così come l’avere per principale fonte di reddito una florida impresa di pompe funebri non è l’ideale per suscitare simpatia. Ma di ciò il corpulento Solomon Burke se n’è sempre fregato, forse perché consapevole della stretta connessione esistente tra le mille implicazioni della Fede e quella musica dell’anima – il Soul, ovviamente, ma non solo – alla quale lega il suo nome da ormai quarantacinque anni. Oltre che allo spirito, comunque, il sessantaseienne vocalist non ha trascurato la carne, come ben dimostrano i ventuno figli sparsi per il mondo e una carriera ricca di chiaroscuri ma (quasi) sempre coerente con l’innata predisposizione di un americano nero nelle cui vene scorrono soul, gospel e rhythm’n’blues. E proprio a una questione di DNA, più che di opportunità, è da imputare la per fortuna breve svolta pseudo-disco di metà ‘70 e alcune più recenti cadute di stile, forse le uniche parentesi davvero deprecabili in un curriculum discografico nemmeno tanto ampio (antologie escluse, una trentina di album).
Nonostante la discreta verve di un paio delle sue ultime realizzazioni dei ‘90, su Solomon Burke avevamo un po’ tutti messo una bella pietra: lo reputavamo, cioè, una figura del passato, certo ancora capace di superbe performance canore (vorrà pur dire qualcosa che un esperto come Peter Guralnick lo abbia definito “la più grande voce soul di sempre”) ma inevitabilmente condannato a vivere nel ricordo di antichi splendori. Sbagliavamo, e di grosso. E anche se ci sono ottime probabilità che questo Don’t Give Up On Me rimarrà scolpito negli annales come episodio isolato e non come primo atto di una inattesa resurrezione (ma chissà: le vie del Signore non sono forse infinite?), non si può negare che esso costituisca un evento: non c’è infatti termine più adatto a descrivere un lavoro che allinea brani scritti, in più di un caso appositamente, da autori illustrissimi quali Bob Dylan, Van Morrison, Tom Waits, Brian Wilson, Elvis Costello, Nick Love, Joe Henry e Dan Penn; che vanta la direzione artistica sobria e illuminata dello stesso Joe Henry; che è stato inciso in presa diretta, in appena quattro giorni, per cogliere la magia delle interpretazioni e preservarne il naturale feeling; che ha visto la luce per la Fat Possum, sussidiaria della Anti-Epitaph, inalberando quindi idealmente un bel dito medio all’indirizzo delle major e delle loro tristissime strategie commerciali; che infine – è solo un piccolo dettaglio, ma conta – è impreziosito da una bellissima veste grafica d’altri tempi, ricca di informazioni, commenti e significative fotografie in bianco/nero e virate seppia (si consiglierebbe, se solo esistesse, la stampa in vinile).
Tali elementi non sarebbero comunque sufficienti a realizzare qualcosa di memorabile se ad affiancarli non ci fosse un Solomon Burke in particolare stato di grazia, letteralmente travolto dall’eccitazione e dalla passione e quindi portato a dare il meglio di sè: modellando la sua straordinaria voce su toni mai troppo enfatici in un sorprendente equilibrio di vigore e confidenzialità, sia quando le strutture che la sostengono sono quelle della ballata soffice ma mai melliflua (si citino a puro titolo d’esempio la title track, la The Other Side Of The Coin del cult hero Nick Lowe, la Diamonds In Your Mind a firma Waits/Brennan, la The Judgement composta da un’altra coppia di coniugi, Costello/O’Riordan) e sia quando – ma accade piuttosto di rado: la bluesata Stepchild di Bob Dylan con Daniel Lanois alla chitarra, la Soul Searchin’ di Brian Wilson, la None Of Us Are Free di Barry Mann/Cynthia Weil resa ancor più anthemica dalla presenza dei Blind Boys of Alabama – le cadenze si fanno un po’ più accese.
È un album “classico”, Don’t Give Up On Me, ma non suona vecchio: semmai, senza tempo, con i suoi arrangiamenti essenziali ma elegantissimi (nota di merito per l’organo fluido e intensissimo di Rudy Copeland), la sua evocatività che sorge direttamente e spontaneamente dal cuore, le sue parole così meravigliosamente scandite. Un album, insomma, che sa come riempire i vuoti interiori e suscitare emozioni profonde: un risultato irraggiungibile per i tanti esponenti del “nuovo soul” che lasciano soffocare la loro anima dalle produzioni asettiche e patinate, dalla banalità del repertorio e dalla ricerca del successo radiofonico, ma scontato – quantomeno con le suddette premesse – per il nostro eroe. Ma lui, del resto, è Solomon Burke, classe 1936, meglio noto come “the King of Rock & Soul”, e a quanto sembra non ha alcuna intenzione di abdicare. Vivaddio.
Tratto da Mucchio Extra n.7 dell’autunno 2002

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Solomon Burke

  1. Anonimo

    Album bellissimo.

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