I Cani

Sta per arrivare nei negozi Glamour: sì, il secondo album de I Cani, cioè la (poi) band che da circa tre anni è chiacchieratissima nel giro indie e indiesfiga. Il disco è ascoltabile su Rockit e in giro si possono leggere un sacco di recensioni e interviste. Detto che quanti fossero interessati alla mia interpretazione del nuovo lavoro potranno trovarla nell’ultimo “Blow Up”, l’occasione si presta per recuperare quanto scrissi a suo tempo sul debutto, assieme a una curiosa videointervista che realizzai qualche giorno prima dell’uscita. Enjoy.

I Cani copIl sorprendente album
d’esordio de I Cani (42)
I Cani in realtà sono… uno soltanto, anche se pare che dal vivo saranno ben cinque. Il titolare del progetto, più o meno venticinquenne, vive a Roma, non vuole rivelare pubblicamente le sue generalità anagrafiche e nelle foto promozionali oscura il volto: per suscitare curiosità, ovvio, e non perché – come peraltro sarebbe lecito pensare, di fronte a un primo disco intitolato Il sorprendente album d’esordio de I Cani – possessore di una gran bella faccia di culo. Scherzi a parte, un paio di brani su YouTube sono stati sufficienti a creare l’hype del quale beneficerà il CD in oggetto, che in trentacinque minuti mette in fila due strumentali e nove canzoni “maledettamente” pop, di quelle che sembrano studiate per dividere il pubblico in opposte, agguerritissime fazioni: da un lato i detrattori, che parleranno sprezzanti di inconsistenza musicale, becera furbizia e artificiosità, e dall’altro gli estimatori, che loderanno la capacità della non-band di garantire piacevolezza e fotografare in modo spiritoso ma azzeccato, attraverso i testi, un mondo post-adolescenziale che molto spesso coincide con quello del circuito indie capitolino (e non solo).
Al di là delle accattivanti architetture elettroniche, definibili come una sorta di versione più satura e graffiante/incalzante – ma non priva di una sua pur inquieta evocatività – di quella del Battiato de La voce del padrone, la migliore d(e)i Cani sta proprio nelle parole: semplici e fluide, benché non manchino piccole ricercatezze e gustose citazioni sia “alte” che “basse”, perfette nel raccontare con simpatico disincanto – sottolineato dall’approccio canoro un po’ indolente – storie di tutti i giorni per lo più già viste/sentite e quindi “rassicuranti” nonostante i temi trattati siano magari torbidi. Dal quadretto feroce de I pariolini di diciott’anni, che “comprano e vendono cocaina” e sono “animati da un generico quanto autentico fascismo”, a quello dolceamaro de Le coppie, che “non si lasciano quasi mai”; dal ventenne bohemien di Door Selection, che descrive la sua serata-tipo in un locale (“le ragazze che ci provano con me / i fuorisede che ci provano con le bariste coi soldi dei padri”), al bassista in erba di Post punk, oggetto delle attenzioni particolari di un quarantenne che “aveva un lavoro di merda ma scriveva su Blow Up”; dai personaggi de Le velleità, una delle perle della scaletta (“nichilisti con il cocktail che sognano di essere famosi come Vasco Brondi”, “gli artisti in circolo al Circolo degli Artisti”) fino a quelli delle non meno valide Hipsteria, Il pranzo di Santo Stefano, Perdona e dimentica e Wes Anderson, è tutto un pirotecnico fiorire di luoghi comuni abilmente sublimati in mitologia del quotidiano. Una formula che, valutandola con superficialità, si potrebbe ritenere attuabile quasi da chiunque, ma che invece ha trovato assai di rado sviluppi di tale efficacia. E in qualche misura prossimi alla genialità, seppure con tutti i limiti oggettivi e le perplessità soggettive che possono accompagnarli.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.683 del giugno 2011

I Cani foto

Un simile caos, nel bene e nel male, attorno a un debutto indie italiano non si vedeva dai tempi di Canzoni da spiaggia deturpata de Le Luci della Centrale Elettrica. Se n’è parlato con Niccolò, il venticinquenne romano titolare de Il sorprendente album d’esordio de I Cani.
Nel circuito “alternativo”, e non solo, si parla moltissimo di te. Ne sei sorpreso, e come stai vivendo questo momento?
Non volevo farmi aspettative, perché in questo disco ho messo molto di me – tranne la faccia – e ho imparato che per essere veramente impermeabile alle critiche, che mi avrebbero ferito troppo, bisogna anche avere un certo distacco dai risultati positivi.
Nel tuo caso si sono rilevati anche atteggiamenti di vera ostilità, che ovviamente non c’entrano con te e la tua musica…
Ci sono rimasto un po’ male, anche perché a me non è mai saltato in mente di parlare di un gruppo con toni violenti quanto quelli usati in certi casi per I Cani. Sto ancora cercando di capire cosa ci sia dietro, al di là del più che legittimo “non mi piace, non lo capisco, non mi dice nulla”. Forse il problema è proprio la visibilità, e il fatto che per alcuni la costruzione della propria identità passi proprio per lo stare “contro” ogni cosa che attrae un minimo di attenzione.
Benché assolutamente “autentico”, il tuo progetto è stato accusato di essere costruito a tavolino, paraculo. Solo invidia, o in fondo è quasi normale che le tue canzoni, per come sono costruite, diano luogo a tali illazioni?
Non ho fatto niente per evitare che dessero questa impressione, proprio perché era il modo in cui spontaneamente venivano fuori e non volevo inquinarle preoccupandomi delle critiche. Avvicinandosi al disco con dei pregiudizi è abbastanza facile interpretarlo nel peggiore dei modi, come una serie di trovate furbette. D’altronde mi pare di aver fatto di tutto per dimostrarne la sincerità e l’autenticità, quindi mi rassegno all’idea che parte del pubblico lo leggerà inevitabilmente in questo modo.
La “colpa” non potrebbe essere della tua strategia di marketing basata sull’ostentazione dell’anonimato?
Forse sì, ma credo che qualunque scelta relativa all’immagine possa apparire paracula, furba, costruita e così via. Una volta ottenuta della visibilità, ogni passo diventa un potenziale passo falso, almeno agli occhi di qualcuno. È impossibile convincere tutti, e sono contento di non stare neanche provando a farlo.
Il cuore del progetto è sicuramente nei testi agrodolci e citazionisti, oltre che riferiti a un mondo ben preciso ma, alla fine universale. È successo per caso, o miravi ad essere una specie di portavoce di un qualche tipo di microcosmo? Roma, certi giri indie piuttosto fighetti…
Non ho fatto altro che parlare del mio ambiente e delle cose che avevo conosciuto in prima persona. Non mi è mai passato per la testa di essere il portavoce di una generazione o di una città: anzi credevo di essere il solo a pensare certe cose. Scoprire che a molti le canzoni “arrivano” e ci si rispecchiano mi stupisce, e quello a farmi felice. Se non altro, mi fa sentire meno solo.
Quanto lavoro c’è, dietro i tuoi intrecci di parole?
Quando ho un’idea cerco di scriverla di getto, nel modo più spontaneo possibile, senza preoccuparmi troppo della metrica. Poi il lavoro consiste più che altro nell’aggiustarla, aggiungendo o togliendo parole, per fare in modo che rientri in qualcosa che abbia la forma di una canzone, ma i contenuti ci sono già.
E la musica? Da dov’è nata questa miscela di Battiato primi ‘80 e Daft Punk, con un approccio canoro che non c’entra nulla né con l’uno né con gli altri?
Anche quello è molto istintivo: l’idea è stata “proviamo a far suonare i synth come chitarre” e da lì è venuto tutto il resto. Neanche l’approccio canoro era studiato, anche perché non sono un cantante: registrando la prima traccia di voce, quella de I pariolini di diciott’anni, mi è uscita fuori in quel modo. In realtà, componendo, passo molto più tempo a riascoltare che a suonare. Butto giù un’idea, la ascolto a ripetizione per qualche giorno, decido di cambiare qualcosa, la riascolto per qualche giorno e così via.
Vedi I Cani come qualcosa che possa durare nel tempo? E, se sì, in che direzione ritieni potrebbero svilupparsi?
Ho un sacco di idee, ma non è questo il momento per pensarci: inevitabilmente finisco per valutarle rispetto al modo in cui vengono percepiti ora I Cani e questo mi influenza in un modo che non mi piace. Prima di mettermi di nuovo al lavoro, vorrei aspettare che cali l’attenzione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.684/685 del luglio/agosto 2011

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