Delta 72

Oltre che dischi/artisti molto conosciuti, di culto ed emergenti, mi piace tirar fuori dal mio archivio materiale dedicato a nomi poco noti o dimenticati: oggi è il turno dei Delta 72, scioltisi da ormai dodici anni, dei quali recensii in tempo reale tutti e tre gli album. Difficile sceglierne uno, visto il livello qualitativo pressoché identico, ma se proprio dovessi sceglierne uno opterei forse per l’esordio.

Delta 72 cop

The R&B Of Membership (Touch And Go)
Dei tanti, possibili modi per onorare la radici blues, i Delta 72 ne hanno scelto uno non molto applicato nell’attuale panorama underground: piuttosto che adeguarsi agli ormai diffusissimi standard del lo-fi più scarno, crudo e degenerato, dedicarsi a interpretazioni canoniche e prevedibili degli stilemi più classici o azzardare crossover con il noise, l’hardcore o il folk, il quartetto di Washington D.C. ha infatti optato per una quarta strada, forse l’unica in grado – almeno sul piano teorico – di accontentare sia i tradizionalisti poco tolleranti verso la trasgressione e sia quanti ritengono che una rilettura attuale della musica del Diavolo debba necessariamente implicare una forte dose di iconoclastia.
The R&B Of Membership, esordio dalla veste grafica spudoratamente e squisitamente rétro, è un ottimo esercizio di R&B energico e convulso, costruito sugli intrecci di ritmiche, chitarre, organo e armonica e sull’avvicendarsi di una voce maschile e una femminile; volutamente ibridi nel loro eccitante garage-blues di sapore Sixties, sviluppato in dodici episodi che di rado oltrepassano i tre minuti di durata, i Delta 72 convincono con la vigorosa, trascinante elettricità di un sound istintivo e sincero, magari non (ancora?) in grado di aprire orizzonti del tutto nuovi – in alcune tracce l’influenza più marcata sembra essere quella dei Sonic Youth – ma senz’altro in linea con lo spirito ribelle e nel contempo conservatore di questi frenetici anni ‘90. Doveroso, insomma, conceder loro una chance… e pazienza se qualche vecchio bluesman, due metri sotto il terreno del Mississippi o della Louisiana, si starà rivoltando nella tomba.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.230 del 5 novembre 1996

The Soul Of A New Machine (Touch And Go)
È trascorso circa un anno da quando The R&B Of Membership giunse a infiammare le sedute d’ascolto del sottoscritto (e, per fortuna, di molti altri) con il suo acido e trascinante rhythm’n’blues sonicyouthiano: un anno in cui i Delta 72 hanno esteso la loro fama al di fuori del circuito sotterraneo statunitense, imponendosi come una delle voci più autorevoli tra le tante che predicano il recupero creativo delle radici della nostra musica.
Forte di una perizia tecnico-tattica incrementata dalla maggiore esperienza, il quartetto di Philadelphia ritorna adesso sul mercato con The Soul Of A New Machine, che attraverso dodici episodi – contando anche la ghost track strumentale posta dopo la programmatica (?) We Hate The Blues – rinnova l’incantesimo di un garage-blues crudo e graffiante, ora indirizzato verso formule (rudemente) ballabili e ora proteso verso una energica sintesi tra (dis)armonia e rumore. Un suono che, come la semplice ma splendida veste grafica non manca di sottolineare, trae linfa dal passato più o meno remoto, ma che mantiene saldi legami con il presente in un gioco di citazione/dissacrazione vicino a quelli del lo-fi senza peraltro spingersi nei suoi eccessi più (meravigliosamente, è chiaro) cacofonici. Essenziali a dispetto della ricchezza di un impasto strumentale impreziosito da testiere e fiati, e rumorosi quanto basta per scandalizzare il pubblico che per (incolpevole) ignoranza associa il concetto di blues a quelli di pulizia e asettico rigore, i Delta 72 rappresentano la rivincita dell’anima sullo strapotere della tecnologia e della finzione. Il buon senso consiglia di non mancare al loro party.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.276 del 7 ottobre 1997

000 (Touch And Go)
Non è la prima volta che il nome dei Delta 72 appare sulle nostre pagine: l’ensemble della East Coast, che ha nel frattempo registrato la sostituzione dell’originaria tastierista Sarah Stolfa con Mark Boyce, è stato infatti oggetto di recensione sia per il promettente esordio The R&B Of Membership del 1996, sia per il non meno valido The Soul Of A New Machine dell’anno successivo. Il prolungato silenzio, così raro in questi anni di iperattività discografica, aveva però fatto pensare alla possibilità di un prematuro ritiro dalle scene. E invece…
Invece, i Delta 72 sono tornati in pista con un terzo, ottimo album, prodotto dalla coppia maudit Neil Hagerty/Jennifer Herrema (Royal Trux) e inciso negli stessi studi di Philadelphia dove sono state partorite pietre miliari come Exile On Main St. dei Rolling Stones e Purple Rain di Prince. Un album in cui il quartetto del cantante e chitarrista Gregg Foreman non ha rinnegato la propria ruvida e dirompente attitudine garage, ma l’ha sviluppata in dieci episodi sempre devoti alle tradizioni del rock, del rhythm’n’blues e del gospel ma ancor più caldi ed estrosi nel loro (torbido) abbraccio di irruenza fisica e sentimento: indicativi, in tal senso, soprattutto Are You Ready?, I Feel Fine e Great Paper Chase no.1, i tre brani impreziositi dalle voci delle gospel singers Delores e Syreeta Ford. Il comunicato stampa della Touch And Go suggerisce di collocare l’album alla voce “Electrified and funkified good time rock’n’roll”: mettetelo proprio lì, tra Blues Explosion e Make-Up.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.388 del 14 marzo 2000

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