Sid Vicious

Oggi è il giorno dei morti e non mi dispiaceva l’idea di un post “in tema”, tipo quello di ieri. Cosa fare, però? Una selezione di dischi legati alla morte? Non sarebbe stato difficilissimo, ma magari me la giocherò nell’Halloween del 2014. Una selezione di dischi di gente morta? No, troppo macabro. Un necrologio? Già molto meglio, ma di “coccodrilli” ne ho scritti pochini (che ricordi, almeno) e il più ispirato di tutti, quello per Syd Barrett, l’ho recuperato mesi fa. Un pezzo nuovo di zecca che si occupi di una delle merdacce che vorrei vedere al più presto sotto terra? Sarebbe stupendo, ma alla fine credo nel “minor curanza, maggior disprezzo”. Mi sono così ricordato della recensione di un libro di David Dalton su Sid Vicious, intitolato in origine El Sid – Saint Vicious e tradotto illo tempore in Italia da Sperling e Kupfer come Con un lucchetto al collo – Sid Vicious, l’angelo del punk (sì, lo so, tristezza). Al momento è fuori catalogo in tutte le edizioni, ma reperirlo in Rete non dovrebbe essere granché difficile.

Vicious fotoSid Vicious non sapeva suonare il suo strumento, non sapeva cantare, era un disastro: smilzo, stupido, un po’ fesso e psicopatico. Sid Vicious era perfetto. Anche Elvis alla fine ci ha deluso, diventando grasso e patetico, ma non Sid. A diciassette anni non era nessuno, a venti era famoso in tutto il mondo e a ventuno era morto!” Così l’incipit di Con un lucchetto al collo, libro che racconta la storia dell’icona punk per eccellenza con un linguaggio fantasioso, secco e sboccato e con una struttura brillantemente frammentaria. Tutto, insomma, in perfetta sintonia con l’argomento: dedicare una biografia convenzionale a un teppistello inglese privo di talento, divenuto simbolo e leggenda più per essersi praticamente suicidato che non per il suo ruolo di bassista dei Sex Pistols, sarebbe stata un’offesa alla memoria.
Fosse ancora vivo, magari con un lavoro normale, una famiglia e un bel ventre da abusi di birra, Sid Vicious avrebbe di sicuro amato questa ricostruzione – tragica e nello stesso tempo divertentissima: gli opposti, è noto, si attraggono – della sua breve parabola esistenziale. Ci si sarebbe specchiato, si sarebbe fatto un mucchio di risate, e avrebbe ringraziato Dalton con una frase tipo “forte, questa merda di volumetto. chi l’avrebbe mai detto che uno con questa faccia potesse essere un bravo giornalista del cazzo?”. Una ragione in più per leggere Con un lucchetto al collo, anche se dalle sue pagine la “leggenda” del punk ne esce a pezzi come l’urna contenente le ceneri di Sid accidentalmente schiantatasi sul pavimento dell’aeroporto londinese di Heathrow (quando si dice il Destino); nonché per lodare la Sperling & Kupfer, che con una felice intuizione ne ha curato l’edizione italiana nell’ambito dell’ottima collana “NuoviRitmi”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.351 dell’11 maggio 1999

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