Reigning Sound

Dopo una sequenza di post dedicati ad artisti sempre piuttosto famosi, torno a occuparmi di una band di culto, nata dopo lo scioglimento dei leggendari Oblivians. Questo Love And Curses rimane tuttora il loro ultimo album e ogni cultore del caro, vecchio r’n’r farebbe cosa buona e giusta a provare ad ascoltarlo.

Reigning Sound copLove And Curses (In The Red)
L’epopea rock è piena di piccole (e grandi) storie poco conosciute, in quanto coperte presto dall’oblio e dunque ricordate solo da chi ebbe la fortuna e il piacere di viverle in tempo reale; e, magari, nemmeno da tutti costoro, dato che la memoria tende a “congelare” le informazioni che non vengono utilizzate spesso. Fra tali vicende accantonate/rimosse c’è quella del punk-roots di scuola lo-fi, che attorno alla metà degli anni ‘90 raccolse pure discreti consensi underground: un fenomeno nato oltreoceano e da lì propagatosi come un morbo contagioso nel resto del mondo, che prevedeva una revisione istintiva-ma-ragionata dei classici stilemi blues, r’n’r, country-folk, surf, finanche soul/R&B: approccio abrasivo e fragoroso, essenzialità di trame e incisioni artigianali, con tanti saluti – e pernacchione finale di larsen – al “bel suono” e alla ricerca di riscontri di massa. Per capirci meglio, la ricca semina dalla quale sono fioriti i White Stripes, arrivati per di più – contro ogni logica, ed è splendido così – al successo su vasta scala. C’erano per forza di cose proposte diverse fra loro, in quel ribollente calderone – il cui fuoco era alimentato da etichette come Crypt, In The Red, Goner e Sympathy For The Record Industry – di artisti votati a omaggi/oltraggi alle radici: dai pionieri Gories, Mummies ed Headcoats (i soli inglesi del lotto) a Cheater Slicks, ‘68 Comeback, Bassholes, Jack O’Fire e Doo Rag, fino a Jon Spencer Blues Explosion, Boss Hog, Detroit Cobras e Chrome Cranks. Oltre, ovviamente, agli Oblivians di Greg Cartwright, il chitarrista e cantante che da un decennio guida i Reigning Sound in un’avventura divisa in due tranche nel 2004 dal trasferimento del leader da Memphis al North Carolina (con relativa rivoluzione di tre quarti dell’organico); avventura che con questo Love And Curses è giunta al quarto album propriamente detto – il primo di questa line-up – non conteggiando una raccolta di outtake, due live e il sodalizio con Mary Weiss delle Shangri-Las per Dangerous Game, il suo ritorno sulle scene del 2007.
Se il precedente Too Much Guitar!, datato 2004, fotografava il gruppo in una fase particolarmente aggressiva e rumorosa, Love And Curses mostra i (nuovi) Reigning Sound alle prese con una formula più morbida, anche se la metà di questi quattordici brani – tutti a firma Cartwright tranne la rilettura di Stick Up For Me dei Glass Sun, oscura band garage/psych dei ‘60 originaria del Michigan – non lesina davvero in ruvidezza ed energia, così come gli episodi più lenti e d’atmosfera non sembrano puntare alla perfezione estetica. Niente eccessi di pulizia o artifici, insomma, ma nemmeno squilibri e caos: piuttosto, un suono profumato di autenticità che dichiara apertamente il proprio saldo legame con Fifties e Sixties senza per questo scadere nel revival. Ma revival di cosa, poi? Cartwright e compagni non fanno infatti riferimento a uno stile preciso bensì a una visione musicale nella quale confluiscono e interagiscono più input, da quelli immancabili dei Nuggets e dei Pebbles a echi Sun Records e soul, il tutto abilmente giocato tra delicatezze acustiche e assalti elettrici, insinuanti fraseggi d’organo e una voce alla quale certo non difettano trasporto e belle sfumature. Trentacinque minuti, insomma, all’insegna di una competente, ispirata e appassionata “semplicità”, senza pretese di modificare il corso del r’n’r e nemmeno di scolpire il proprio nome nella sua gloriosa storia. Quanti l’autenticità la avvertono sulla pelle non avranno però remore a riconoscere in Cartwright una specie di guru, e in Love And Curses – al di là delle evidenti doti oggettive – uno di quegli album deliziosi, che non cambiano (forse) la vita ma che sanno di sicuro come dare la carica per affrontare meglio la quotidianità. A dispetto del mood malinconico di più di un episodio, in linea con testi dove l’amore è fonte, come suggerito dal titolo, più di sofferenza e disagio che non di gioia.
Tratto da Mucchio Extra n.34 dell’estate 2010

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