Mogwai

Rileggendo questa recensione di oltre dodici anni fa, non sono tanto sicuro di trovarmi ancora d’accordo con me stesso. Non mi riferisco, è ovvio, al valore assoluto dei Mogwai (dei quali ricordo un concerto incredibile al Teatro Romano di Ostia Antica), ma all’affermazione che Rock Action sia il capolavoro della band scozzese: e allora perché, da sempre, consiglio a tutti Come On Die Young? Li ho quindi riascoltati entrambi, e… boh, il dubbio permane. Liquidiamo dunque il tutto come la classica questione di lana caprina, e passiamo oltre.

Mogwai copRock Action (Southpaw)
Anche se la cosa potrebbe anche non contare affatto, visto che al cuore non si comanda, esistono parecchie ottime ragioni per innamorarsi dei Mogwai. Le due più evidenti? Perchè sono una band seria, che ha scelto un suo percorso artistico senza curarsi delle logiche di mercato e con tale (coraggiosa) decisione è rimasta finora coerente, e perchè la loro musica rimane una delle più belle – concedeteci l’uso di questo termine, magari un po’ generico eppure adattissimo: non significa forse, secondo il dizionario, “che attrae, che riesce gradevole per armonia, perfezione formale, proporzioni”? – tra le tante alle quali oggi si può affidare il proprio naturale bisogno di emozioni, suggestioni, sogni. E si sogna, con i Mogwai. Se possibile fino a farsi male, vista l’enorme intensità profusa dai cinque di Glasgow nel tentativo di aprire le porte – ma non spalancarle: schivi come sono, sarebbe troppo – che conducono a nuovi piani di percettività e comunicazione emozionale. Si sogna, così come è già accaduto e ancora accade con Young Team e Come On Die Young (per non dire delle infinite produzioni “minori” che hanno loro fatto da corollario), anche in questo terzo album, battezzato come l’etichetta autogestita con cui l’ensemble ha cominciato cinque anni fa la sua avventura: un lavoro volutamente breve – appena trentotto minuti, come all’epoca degli LP – con cui ribadire una crescita lenta ma inesorabile nell’ambito di uno stile di confine in cui armonie elettroacustiche, reminiscenze wave, alchimie “post”, accenni rumoristi e suggestioni psichedeliche confluiscono in affreschi sonori di sublime, visionaria evocatività.
È comunque una raccolta di canzoni, Rock Action, seppur infinitamente meno energica – ma non per questo meno efficace nell’impatto anche fisico – di quanto il roboante titolo potrebbe far supporre. Canzoni, però, che a dispetto dell’impostazione melodica hanno ben poco in comune con il “pop” più o meno convenzionalmente inteso, e non solo perchè tutte caratterizzate da un incedere torpido e mesmerico: quattro di esse, tra le quali le lunghe (quasi diciotto minuti in due) You Don’t Know Jesus e 2 Rights Make 1 Wrong, sono infatti rigorosamente strumentali, mentre delle altre quattro dove appare la voce – peraltro sussurrata e sospesa – soltanto Dial: Revenge e Secret Pint presentano quantomeno la concisione tipica del genere, collocandosi a metà strada tra la meravigliosa dilatazione della splendida Take Me Somewhere Nice e l’estrema laconicità di O I Sleep. Una sensibilità diversa, insomma, nell’approcciare la materia musicale? Inevitabile rispondere affermativamente, sebbene l’ambito espressivo in cui i Mogwai operano sia da qualche anno uno dei più frequentati dalle nuove (e vecchie) leve del panorama indie internazionale. La formula elaborata da Stuart Braithwaite e compagni possiede infatti qualcosa di arduo da descrivere a parole, ma facilmente avvertibile sulla pelle e nell’animo, che la colloca su un livello superiore a quello occupato dalla più autorevole concorrenza. Sarà lo straordinario equilibrio nel conciliare immediatezza e sperimentazione. Saranno le armonie, fluide a dispetto della flemma usata nel dispensarle. Sarà la densità del suono, sia nei momenti di elevata stratificazione che in quelli eterei. Sarà la passione che sprigiona dagli intrecci di note e che, senza esuberanza ma con pervicacia (d’altronde, è noto che la goccia scava la pietra), si rivela brillantemente contagiosa. Sarà, infine, il naturale carisma del gruppo, fondato sulla sostanza e non fatue appariscenze, ma Rock Action è veramente un album di caratura eccelsa. Il migliore nella carriera degli Scozzesi, non abbiamo paura di affermare, anche se probabilmente tale giudizio è destinato a future revisioni: i margini evolutivi del quintetto sembrano infatti ancora piuttosto ampi, e pensare che esso abbia già raggiunto il suo zenit significherebbe dimostrare una sfiducia davvero fuori luogo. L’unica cosa che non ci sentiamo di condividere, in questo quadro pressochè perfetto è la scelta decisamente controcorrente di limitare la durata del disco: visti i risultati, avremmo davvero gradito almeno un’altra ventina di minuti di entusiasmanti piacevolezze.
Tratto da Mucchio Extra n.2 dell’Estate 2001

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